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Il sound newyorkese di Kesang

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Nel suo sound c’è tutta la nostalgia dell’autunno newyorkese, il fiume e le auto gialle dell’infanzia a Woodstook. Kesang Marstrand confessa di non sentirsi un’americana ma, in realtà, la sua musica porta dentro il bagaglio storico e culturale della nazione a stelle e strisce. La cantautrice, nata a Woodstock, da madre danese e padre tibetano, ha animato il sabato notte del “Cave” di Reggio Calabria. Conquistata dal clima (e dall’irresistibile bontà del gelato e dei cannoli nds) della città dello Stretto. «Mi fa ricordare quando ero bambina, le grandi colline che sprofondano nella visione del mare, è un posto profondo questo, un posto in cui creare qualcosa».

La sua musica è un misto di culture che, in maniera differente hanno influenzato il suo percorso. Adesso vive in Tunisia «Non c’è un posto in cui io mi senta casa al cento per cento, né in America, né in Danimarca,né sulle montagne del Tibet. E’ il viaggio che mi porta a casa, il senso della casa si trasforma nel mio viaggiare». Ed i momenti dell’ispirazione «Sono tanti, in tanti gesti, in tante azioni, in tutto ciò che si muove attorno, ma la voce vera, l’attimo in cui posso iniziare a scrivere e creare arriva nel momento in cui si fa silenzio».

Lontano dalla sofisticate dive patinate o violentemente impositive e rock, Kesang Marstrand ha bisogno solo della sua chitarra. Per il resto porta con sé la grande capacità di comunicare, e lo fa per più di un’ora, con piccole pause tra un brano e l’altro, per condividere le sensazioni che l’hanno guidata nelle composizioni. Accanto a lei, nascosto dalla cassa dell’amplificatore, il marito, discreto custode la segue, la guarda, la fotografa e la incoraggia. Tre dischi alle spalle, apre la serata con “Feel love” e sembra di trovarsi davanti la dolcezza descrittiva di Edie Brickell. Di Woodstock certamente la Marstrand ha nel dna quello spirito di leggerezza e l’alone di libertà che è rimasto nelle strade e nell’aria dagli anni Sessanta e che emerge tutto in “Fragmets”.

E poi i racconti di New York in “Bodega roses”, che dà il titolo al suo primo disco, dei piccoli locali che hanno ospitato cantanti come Bob Dylan prima di cambiare nome. Si sofferma e descrive l’attimo in cui dall’oblio del sonno si passa alla consapevolezza di essere svegli, culla il pubblico con le lullaby, raccolte nel suo secondo disco. Malinconia docile, sempre positiva, mai votata al lamento, una coinvolgente dolcezza che invade e conquista dalla prima nota, melodiosa ed armonica, sirena in jeans e maglioncino, Saluta con la versione acustica di una delle poche cover nel suo repertorio, “Say say say” di Paul McCartney e Michael Jackson. Una preghiera: se la città del vento le avesse già ispirato una canzone, vorremmo essere i primi ad ascoltarla…