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Manuel De Sica racconta nel suo libro «Così mio padre ci ha insegnato l’umiltà»

1229013655500_desica_003_fam_mamma-papa-e«Sono nato a Roma nel 1949 a Villa Margherita, l’anno successivo all’uscita nelle sale (e immediato rientro) di “Ladri di biciclette”».
Un racconto accorato e lucido, tratteggiato da un punto di vista privilegiato. Così il volume (autobiografico) di Manuel De Sica, “Di padre in figlio” (Bompiani editore), presentato alla Casa del cinema” di Roma, qualche giorno fa. Avevo avuto il piacere di ospitare su questo blog il maestro De Sica in persona (quale onore…!), in occasione della presentazione della grande (visitatissima) mostra multimediale, da mesi all’Ara Pacis, dal titolo “Tutti De Sica”, pregevole spaccato del grande Vittorio De Sica, percorso capace di riproporre la figura complessa e sfaccettata uno del grande regista ed attore, ben quattro volte Premio Oscar. Proprio della mostra, il libro può considerarsi una trasposizione letteraria.

Quanto mai più veritiero anche il racconto che Manuel fa a proposito della storia famiglia, iniziata quando il nonno, Umberto De Sica, impiegato alla Banca d’Italia (in realtà con una repressa vocazione d’attore) disse a suo padre «Entra in Arte». Un consiglio pregevole, capace di deviare la rotta della vita di Vittorio che, nel 1923, si era trovato di fronte ad una scelta importante. Animato dal sacro fuoco della recitazione Vittorio non entrò mai in banca, piuttosto si domandò se gli convenisse «entrare in Arte con una grande attrice russa che mi offre per ora un posto di comparsa?». Siete curiosi? Questo non è che il primo di tanti aneddoti racchiusi del libro che lo stesso Manuel definisce «un mix tra biografia, aneddoti e saggistica».

Manuel («con l’ispanico accento sulla e»), figlio clandestino, nato da un’unione clandestina, il cui nome fu scelto dal padre in omaggio alle origini della madre, Maria Mercader, attrice catalana «spirito nomade». De Sica era già sposato con l’attrice Giuditta Rissone dalla quale aveva avuto una figlia legittima, Emilia “Emi”. Fu proprio il senso di colpa nei suoi confronti a spingere il grande regista che «si costrinse a trascorrere, per tanto tanto tempo, una notte da lei e una da noi».
Di-figlio-in-padreNon c’era altra scelta per due famiglie che dovevano, a tutti i costi, rimanere separate: una ai Parioli e l’altra all’Aventino in un grande appartamento dove Vittorio, Maria Mercader e Manuel si erano trasferiti dopo la nascita nel 1951 del secondogenito Christian. E poi ancora il lavoro, la vita sul set, i rapporti con gli attori, l’umiltà che ha insegnato ai figli, il sodalizio artistico sbocciato con Cesare Zavattini.

«Dal 1968 al 1974 io e papà siamo andati al cinema quasi tutte le sere. In più ascoltavamo sempre la musica come elemento distensivo per il suo animo. Nei suoi occhi, coglievo la gioia di ascoltare musica magica, mediatrice del nostro rinnovato rapporto, di quel nuovo, amoroso contatto che durò dal primo lavoro realizzato insieme fino al giorno della sua scomparsa».
La strada scelta da Manuel il cinema lo contempla solo in maniera trasversale. Dal 1969 compositore, autore di musica sinfonica, da camera e di più di cento colonne sonore composte per il cinema, tante in sinergia col padre. Fra queste musica per “Il giardino dei Finzi- Contini”, che gli valse una nomination all’Oscar nel 1971, quella per “Ladri di saponette” di Maurizio Nichetti (Globo D’Oro della Stampa Estera 1989), quella per “Al lupo al lupo” di Carlo Verdone (Nastro d’Argento 1992) e quella per “Celluloide” di Carlo Lizzani (David di Donatello 1996). Manuel De Sica è presidente dell’Associazione “Amici di Vittorio De Sica” che si occupa del restauro delle opere paterne, curatore di pubblicazioni su ciascun film restaurato.

«Il mio primo rapporto con papà non è stato facile. È stata la musica molti anni dopo ad avvicinarci». Dunque una biografia catartica, scritta anche «per liberarmi da una serie di angosce». Il libro fa tesoro di una serie di fotografie inedite e bellissime e preziose conservate dalla famiglia De Sica.

Gabriella Lax
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Tutti i volti di Vittorio De Sica

88384_desicaPiù volte ho cercato un’icona maschile d’eleganza. Ecco, Vittorio De Sica incarna perfettamente il gusto, la raffinatezza delicata e geniale. Regista, attore, premiato con l’Oscar ben quattro volte (per “Sciuscià”, “Ladri di biciclette”, “Ieri, oggi, domani” e “Il giardino dei Finzi-Contini”, ai quali si aggiungono “I bambini ci guardano ” e, soprattutto “Il tetto” ), Orso d’Oro a Berlino, Palma d’Oro a Cannes ha diretto magistralmente colleghi attori e chansonnier, De Sica incarna il prototipo dell’uomo di eleganza e humour. All’indimenticato personaggio del cinema italiano è dedicata a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, una mostra multimediale dal titolo “Tutti De Sica”.

L’esposizione consta di dodici sezioni che vanno dal primo successo con Mario Mattoli e l’impresa di spettacoli Za Bum, alla popolarità raggiunta con le incisioni discografiche; dagli anni Trenta tutti volti al cinema (Il signor Max, 1937) ed alla recitazione, agli anni Quaranta che lo vedono trionfare nelle più alte vette come regista; dalla stagione del Neorealismo con i quattro indimenticabili capolavori del cinema mondiale Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1950), Umberto D. (1952), per finire al rapporto con la politica in un Paese che cambia all’inizio degli anni Cinquanta. Si racconta anche del sodalizio artistico con Cesare Zavattini e quello con Sofia Loren; si va dalla sezione Il piacere della maschera –Vent’anni di interpretazioni, fino a un’ultima sala dove trova spazio una riflessione sull’immensa eredità lasciata dal maestro del cinema.

Un percorso fatto di 630 foto, 165 documenti e oggetti (tra i quali la bicicletta di Ladri di biciclette e l’Oscar vinto per il film), 17 manifesti, oltre 100 brani musicali, spezzoni di film, interviste dagli archivi privati dei figli, degli amici e dei collaboratori più cari per offrire al visitatore nuove occasioni di incontro con uno dei padri del Neorealismo.
La mostra è prodotta dalla Fondazione Cineteca di Bologna, ideata da Equa di Camilla Morabito, in collaborazione con l’Associazione “Amici di Vittorio De Sica”, sarà visitabile fino al 28 aprile, da martedì a domenica, dalle 9 alle 19.

Gabriella Lax

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Non tutti i Maya vengono per nuocere

pitt«Alle 18 comincia il giudizio universale». Vi ricordate questa frase? Era ripetuta a cantilena nell’omonimo film neorealista, “Il giudizio universale” diretto da Vittorio De Sica.
In attesa dell’ultimo giorno per la specie umana mi domando, come potrebbe essere il giorno del giudizio? Da fashion victim, anche in questo caso, la visione celestiale è quella dell’uomo Chanel per eccellenza, con tanto di rughe in viso non cancellate dal Photoshop, Brad Pitt in serafica tenuta, pronto a suonare le trombe…
Se si pensa alla fine del mondo, il rischio è di diventare improvvisamente seri…E il 21 dicembre incombe, ed insieme alla fatidica data, c’è la profezia dei Maya su un nuovo inizio. Già perché è proprio di “inizio” che si tratta e non di una pronosticata “fine”.

Che quella dei Maya sia stata solo una sorta di avvertimento, confermato, negli anni successivi dalle previsioni di Nostradamus? Dunque un “Ricordati che devi morire”, una sorta di diluvio universale virtuale per spingerci a riconsiderare la quotidianità della nostra esistenza, per entrare poi più liberi, e con una nuova consapevolezza, in un’era non segnata in nessun calendario (ad eccezione di quello dei Maya).

Mi ricordo che da bambina, erano gli anni Ottanta, e io avrò avuto sette anni. Anche a scuola, in classe, si era diffusa la voce che, quell’oramai lontano giorno, potesse essere l’ultimo: la fine del mondo sarebbe arrivata la sera alle 20. Così, ricordo, con molta tenerezza, cercai di finire i compiti per casa prestissimo. Alle 19.55 in punto corsi a prendere la mia bambolona, Serenella (una specie di Cicciobello, versione corvina e al femminile) e mi posizionai su una sedia della cucina, davanti a mia madre che, in quel momento, era intenta a preparare la cena. Con la bambola stretta al cuore e mia madre vicino, tachicardia a palla, ero pronta ad affrontare la fine. Contavo, alla rovescia, i minuti che passavano. Alle venti non accadde nulla. Così tornai a posare la bambola vicino al letto e aiutai la mamma a sbucciare i fagiolini.

Gabriella Lax

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