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Albertazzi, 50 anni di teatro e non sentirli

Giorgio Albertazzi a piazza Castello, Reggio Calabria

«Il Teatro per me è una persona corporea. E’ la vita, è provocazione, è l’aria che si respira e questo per me è il Teatro». Impegnato per i prossimi due o tre anni come suggerisce, Giorgio Albertazzi è un pilastro del teatro italiano. Istrionico, innovativo, criticato e irriverente.

L’ho conosciuto questa estate. Felice e contenta mi facevo con molto piacere l’ultima conferenza prima di andare in ferie. La gioia terminava molto presto, alla scoperta cioè del fatto che nell’androne del museo Nazionale in ristrutturazione che ospitava l’incontro, l’aria condizionata funziona poco o nulla. Poi vedo lui. Quasi novant’anni, seduto, pacato, Albertazzi, in procinto di presentare la stagione del Teatro Magna Graecia di cui è direttore. Faccio una mia domanda (volutamente provocatoria) sulla polemica relativa alle compagnia teatrali di giovani escluse dagli eventi. Me la fa ripetere, una volta, e un’altra ancora davanti al microfono. Non sentiva. Mi risponde in modo educato ed esaustivo.

E qualche sera fa il “maestro” è stato celebrato per i suoi cinquant’anni di carriera tra cinema, teatro e regia, al teatro Argentina di Roma. “Serata in onore di Giorgio Albertazzi”: un riconoscimento per Albertazzi che ha diretto il Teatro di Roma dal 2003 al 2008, ruolo che poi ha lasciato al collega Gabriele Lavia. Una serata evento per il grande mattatore della scena teatrale italiana durante la quale è stato presentato il libro “Giorgio Albertazzi e il Teatro di Roma”, curato da Mariella Paganini. Un volume fuori dagli schemi in cui è lo stesso Albertazzi a raccontarsi, in un’intervista con tutta l’esperienza da “animale” da palcoscenico, da artista, da intellettuale e direttore di una delle più importanti istituzioni nel nostro panorama culturale. E nel libro trovano voce anche le immagini, le foto e le voci, testimonianze di chi ha lavorato con lui sul palcoscenico dell’Argentina. A completare l’opera una documentata cronologia degli spettacoli da lui diretti.

Volete sapere com’è finita la mia mattina al Museo? Mi sono avvicinata al maestro. E certo. Non avrei potuto perdere l’occasione per salutarlo. Era da solo. Gli ho porto timidamente la mano. Lui mi ha sorriso, mi ha tirato la mano e mi ha abbracciata caramente. «Tu, tu…» mi ha detto. E mi è passato pure il caldo.

Gabriella Lax