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Arbore, globalizzatore ma uomo del Sud

image001La sua non è stata un’esistenza qualunque. Si è trattato piuttosto di un pittoresco carnevale in cui si sono susseguiti volti, colori ed immagini che hanno fatto la storia d’Italia degli ultimi anni. Su questa goliardica (ma ricca e profonda) esistenza scherza, anche nel titolo, Gianni Garrucciu autore del volume “Renzo Arbore: vita, opere e (soprattutto) miracoli”, con la prefazione di Sergio Zavoli (edito da Rai Eri).
La prima domanda che viene da porsi è: ma Renzo Arbore è un intellettuale oppure per i modi, per il gusto di proporre le tematiche colte, in maniera schiva da narcisismi, è un anti-intellettuale per eccellenza? Anche a questo quesito l’autore cerca una risposta e lo fa proponendo una divisione nel volume.

Si comincia con un focus critico sull’uomo e sull’artista e su quello che ha rappresentato nei mutamenti della società italiana dal 1970 a oggi. E’ stato uno dei primi a fare da apripista al mondo globalizzato, alla comunicazione che (sotto forma di musica nel suo caso) ha varcato le frontiere e, al contrario, ha portato nelle case degli italiani, il resto del mondo. Sperimentale ed alternativo, scandalizzante ma mai con volgarità (“Il clarinetto” ne è l’esempio più chiaro). Pur nel tentativo (peraltro ben riuscito) di aprirsi e di aprire gli italiani al “mondo”, Arbore non ha rinnegato o messo da parte le sue (riconoscibilissime) radici di uomo del Sud.

In una seconda parte del testo ci sono gli interventi delle tante personalità che del musicista hanno incrociato la strada Pupi Avati, Pippo Baudo, Roberto Benigni, Gianni Boncompagni, Pippo Corigliano, Tullio De Mauro, Ivano Dionigi, Elio e le Storie Tese, Fabio Fazio, Ficarra e Picone, Nino Frassica, Paolo Fresu, Gianpiero Gamaleri, Marisa Laurito, Mariangela Melato, Monica Nannini, Maurizio Nichetti, Ugo Porcelli, Gigi Proietti, Franciscu Sedda, Gegè Telesforo, Walter Veltroni, Rita Vicario, Paolo Villaggio

Nella intesi finale troviamo un Renzo Arbore senza veli che chiude il libro raccontandosi e analizzando il perché del suo successo attraverso le varie generazioni: «Come faccio a unire tante generazioni e tanti stili? Forse perché i giovani sanno che io non mi svendo. Non mi do per soldi, faccio quello che mi piace e che so che piace. Molto lo devo anche ai genitori di questi ragazzi, che a tavola parlano della televisione di Arbore e la rimpiangono; e non sto sempre in Tv dalla mattina alla sera, non invado il video. Perché in video, bisogna affacciarsi soltanto quando hai qualcosa da dire».

Gabriella Lax
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Benigni, le stagioni del menestrello poeta

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Ha iniziato più di trent’anni fa come giullare televisivo per eccellenza. Roberto Benigni ha compiuto sessant’anni, ben spesi, in modi differenti,  sempre però per tenere alto il nome della “Cultura”.

Ancora ricordo che riusciva a rianimare le sonnolente ed interminabili domeniche pomeriggio invernali. Faceva irruzione a “Domenica In” e strabiliava con i suoi pasticciati effetti speciali. E forse in questo la sua grandezza: essere esageratamente spontaneo. Solo a lui era permesso spuntare da sotto la lunga gonna di una valletta o letteralmente atterrare una Raffaella Carrà, di rosso vestita, nel tentativo di baciarla in bocca. Ed alla fine poi s’arrendeva anche Pippo Baudo, indiscusso re del varietà televisivo, e lo portava a spasso in braccio, come una carriola, per gli studi televisivi. La stessa cosa accadde ad Enrico Berlinguer e da quel momento anche il “serio” mondo della politica fu, in un certo senso “sdoganato”.

Seppur bambina, intuivo la pericolosità scenica del personaggio che si caratterizzava per la sua imprevedibilità. Insomma davanti a Benigni non si sapeva mai a che cosa si andava incontro. E la cosa bella era che Mamma Rai acconsentiva (con l’aggravante che erano altri tempi) a tutto questo. Ma il comico toscano era comunque l’unica eccezione. Il cammino nel cinema, con le collaborazioni con Giuseppe Bertolucci, va di pari passo alle apparizioni in televisione. Dei suoi inizi rimane quel capolavoro, dell’indimenticato Massimo Troisi, che è “Non ci resta che piangere”, entrato nella storia del cinema e, con alcune frasi, anche nei modi comuni di parlare. Memorabile la scena della lettera a Savonarola.

Una vera e propria linea di demarcazione tra passato di Benigni ed un capitolo nuovo è segnata, nel marzo del 1999 a Los Angeles, da quell’urlo della Sofia nazionale “Robertoooo”. La Loren che reclama il comico sul palco per la consegna di ben tre Oscar per “La vita  bella”. E lui risponde da Benigni, scavalca i sedili delle sedie per arrivare al centro della scena. Consacrato attore a livello internazionale Roberto Benigni può continuare a sbizzarrirsi nella sua genuina complicità ed abbandonarsi, finalmente, lasciando chiaramente emergere la sua natura colta. Coraggiosamente ripropone Dante Alighieri e la sua Divina Commedia in giro per le piazze e le strade d’Italia.

Come per Antonio De Curtis, dai nobili natali, anche per Benigni, una comicità così geniale non può che esser frutto di una intelligenza sublime.Sessant’anni son tanti per Benigni, che sembra sempre un bambinone goliardico. Ma curiosamente aspettiamo di scoprire ancora altre sfaccettare di genialità.

Gabriella Lax