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I miti non muoiono mai


Sotto l’ombrellone on the beach, nel paradiso dei “non morti”, in una non ben determinata isola Jim Morrison indimenticato “Re lucertola” ed Elvis Presley assoluto “Re del rock”. Insieme sorseggiano un Martini. Una scena questa da molti immaginata ed immortalata in parossistiche scene o in libri cult. Quando muore un mito non ci si rassegna mai, soprattutto quando si tratta di icone idolatrate di generazione in generazione. La voglia di credere che siano ancora vive campeggia sopra la logica.
Cantante dei Doors, ma soprattutto poeta maledetto, Jim Morrison morì il 3 luglio 1971 nella vasca da bagno del suo appartamento a Parigi. Gli unici a vedere il cadavere furono la compagna Pamela Carson ed un medico. Entrambi morirono dopo pochi anni. La scomparsa di Morrison, deceduto ufficialmente per un infarto, ha tanti lati oscuri e coincide con l’inizio della leggenda che lo vuole ancora vivo. Qualche tempo fa il tastierista del gruppo americano Ray Manzareck ha rivelato al tabloid britannico “Daily Mail” che Morrison avrebbe organizzato la macabra messinscena per sottrarsi alla pressione della popolarità e ritirarsi a scrivere poesie. Un anno prima di morire, Morrison mostrò ai suoi compagni una brochure delle Seychelles e disse: «Non sarebbe un luogo perfetto per fuggire, mentre tutti pensano che sei morto?». C’è addirittura un grafico francese, Jacques Rochard che confessa in un libro “Vivo”, di averlo incontrato a Parigi nel 1980.
L’alone di mistero circonda anche la morte di Elvis “The Pelvis”, avvenuta nella sua villa di Graceland, per un arresto cardiaco (dovuto, sembrerebbe, ad uno strabiliante abuso di farmaci), il 16 agosto del 1977. Tanti gli indizi che fanno supporre una scomparsa volontaria celata da un’inscenata morte dell’amato cantante. Sembrerebbe che il cadavere nella tomba di Elvis celasse una cicatrice sul petto quando invece lo stesso Elvis non ne aveva mai avute, come dimostrano le sue apparizioni con le camice aperte. Inoltre i paramedici che vennero chiamati nella sua villa, all’inizio non lo riconobbero come Elvis per poi cambiare versione subito dopo. L’indizio più significativo è che la sua assicurazione sulla vita non è mai stata riscossa. Infine il secondo nome di Elvis non è scritto correttamente sulla sua lapide: sul certificato di morte è scritto Aron, come sul certificato di nascita, sebbene la sua fondazione preferisca usare Aaron. Tra le pubblicazioni a testimonianza della sopravvivenza di Elvis c’è “Is Elvis Alive?” (Elvis è vivo?) di Gail Brewer-Giorgio.
Qualche anno fa, un altro mitico personaggio ha raggiunto i “non morti”. Ecco perché, a poche settimane dalla morte di Michael Jackson, avvenuta il 25 giugno 2009, sono iniziati gli avvistamenti del “Re del pop”. Così anche in questo caso la voglia ricredere ad una sparizione volontaria piuttosto che alla morte prende il sopravvento. Lenzuola bianche al posto dei sacchi blu degli operatori mortuari della contea di Los Angeles e soprattutto le immagini di un Jackson da morto non vecchio e malridotto come si mormorava negli ultimi tempi, avevano cominciano ad instillare dubbi. Come pure non chiare sono le cause della morte e lo stesso referto autoptico. Insistenti voci circolate nel gennaio 2009, puntualmente riportate da giornali, lasciavano al re del pop appena sei mesi di vita, proprio prima che nel giugno 2009 Jacko morisse o così volesse far credere. Sui tanti misteri della morte del cantante americano è stato costruito un sito internet pieno di clamorose investigazioni e rivelazioni.
In fondo credere che Jackson, Morrison e Presley siano ancora in vita a chi fa male? Ed il sogno alimenta ancora il mito…

Gabriella Lax

Michael Jackson, re dell’infelicità…

Che Michael Jackson fosse un uomo profondamente triste lo potevamo sospettare. Adesso però, dopo tre anni di duro lavoro biografico, è il giornalista Rendall Sullivan (esperto di musica per le riviste Esquire e Rolling Stones) a spiegare i retroscena da giallo nella morte del re del pop, ribattezzato “Re dell’infelicità”. Si perché il libro “Untouchable, the story of Michael Jackson” (da oggi in vendita su Amazon, edito da Piemme) rivela particolari inquietanti della vita del cantante americano e, soprattutto, della sua morte, prematura ma preannunciata, a causa delle sofferenze, non solo fisiche, che stava vivendo da anni.

Sullivan racconta di un Jacko letteralmente spremuto da parenti, amici e familiari stretti. Racconta di quando l’eterno amico Marlon Brando pretese un milione di dollari per registrare un discorso a favore dei bambini del Terzo Mondo da mandare in onda nel corso di un concerto, di quando gli avvocati costrinsero Jacko a pagare più di trecentomila dollari per mettere a tacere le voci della presunta pedofilia.

E, drammaticamente, delle ore subito successive alla morte di Jackson a Los Angeles, quando la madre ordinò ad una domestica di mettere da parte i gioielli tenuti in quella casa, ritirati subito dopo da Latoya Jackson. Uscirà solo nel 2013 in Europa, ma si può già ordinare on line invece l’inedito book “The king of style, dressing Michael Jackson”, scritto dallo storico costumista di Jacko, Michael Bush, suo designer e amico fidato che ricorda preliminarmente: «Lui non indossava gli abiti, piuttosto li manipolava per dare forma ai suoi desideri». Il volume svela i segreti di costumi, scarpe ed accessori di scena. Il libro è stato presentato a Roma, nell’unica tappa italiana, all’Hard Rock Cafè.

«Vestire Michael è stato un lavoro che non riesco a spiegare con le parole. Ho imparato molto da lui e lui ha imparato da me. Così insieme abbiamo creato dei costumi unici. Aveva bisogno di capire di capire quale fosse l’immagine giusta per conquistare i suoi fan e allora io cercavo di rivelarglielo dai miei occhi. Spesso ci trovavamo in una stanza dove lo guardavo ballare per ore, una sorta di spettacolo privato solo per me, i suoi fan erano gelosi ma era l’unico modo per farmi capire di quali abiti avesse bisogno per cantare e ballare sul palco». Sono migliaia i costumi di scena passati in rassegna da Bush che ricorda come Jacko «Da bambino aveva imparato a ballare coi suoi mocassini e non ha mai voluto abbandonare il loro confort. Mi diceva sempre: “Fai quello che vuoi con il mio look, ma non toccare le mie scarpe!”». E soprattutto mai pulire i mocassini della star, il lucido avrebbe potuto sporcare le suole , provocando ineleganti scivoloni.

Gabriella Lax