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Abate, vittoria… per addizione


Il suo vivere “per addizione” ossia “prendere il meglio di tutti i mondi vissuti”, mi ha davvero convinta. Per lui coniugare le radici calabresi, al cuore harbersh, all’emigrazione da germanico, alla vita in Trentino è stato la chiave del successo. Dopo la prestigiosa vittoria a Venezia della cinquantesima edizione del Premio Campiello, Carmine Abate è tornato in Calabria, laddove, tanti anni fa, tutto è cominciato. In libreria è campione indiscusso di vendite, al primo posto da qualche settimana. E finalmente, piuttosto che le lunghe telefonate, abbiamo trovato per modo per interagire in maniera molto più dinamica.
Ti eri già presentato al premio nel 2004 con “La festa del ritorno”. Cos’ha in più “La collina del vento”?
«Era un romanzo breve che trattava del rapporto padre e figlio con l’emigrazione sullo sfondo. Questo libro tocca corde più universali e, soprattutto, tratta un grande tema ossia la necessità di difendere il proprio territorio. Se lo distruggiamo eliminiamo la nostra memoria. Mi fa piacere che il senso sia stato colto dai lettori del Campiello e da quelli delle librerie che lo stanno comprando».
Calabrese, germanico, harberesh, italiano come convivono dentro te queste realtà?
«Sono dentro in maniera profonda. Quando scrivo non faccio un discorso razionale di utilizzazione delle parole di varia provenienza, sono le parole che si impigliano spontaneamente nella pagina, io non faccio altro che lasciare senza eliminarle mi sono accorto che le parole, come esche vive, mi portano a galla le storie».
Per uno scrittore è più importante il linguaggio che utilizza o i temi trattati?
«La cosa fondamentale per uno scrittore è la lingua. Si può raccontare una grandissima storia però si deve trovare il tono giusto, con la lingua giusta. Il mio romanzo ha un linguaggio scorrevole ma ricco ed anche rigoglioso, come è rigogliosa la collina di cui parlo».
Va di moda il romanzo di moda?
«”La collina del vento” è un libro fuori moda e ne vado fiero. Fuori dalla moda si dice di libri che trattano di grandi temi della vita, della letteratura: la vita, l’ amore, la morte e la memoria. Non ho mai scritto libri seguendo le mode. Ed è per questo che libri miei per esempio del 1991, il “Ballo tondo”, primo mio romanzo verrà riproposto dalla Mondadori, alla fine di ottobre in una collana sul mondo harberesh. Se si scrivono romanzi di moda dopo qualche anno non resistono più e vengono dimenticati».
Finita l’intervista me ne vado con un dubbio. Carmine ed io avevamo parlato di Rino Gaetano poiché nel romanzo “Gli anni veloci”, il cantante era una figura che, negli anni, aveva accompagnato le vite dei giovani protagonisti. Vuoi vedere che il Rino di cui parla nell’ultima generazione de “La collina del vento” è ancora, di nuovo, lui?

Gabriella Lax

Abate, trionfo di Calabria


Il viso sornione e sorridente. Ma, soprattutto, un albero dalle radici ben piantate in una Calabria dalla cultura arberesh. Carmine Abate, scrittore di Carfizi in provincia di Crotone, trionfa al Premio Campiello. L’ho conosciuto qualche anno fa, all’uscita del romanzo “Gli anni veloci”. “Diffidate dai libri che lanciano i messaggi. Il vero messaggio è quello che riuscite a cogliere voi stessi”. Con queste parole, in quell’occasione, aveva ammonito i giovani del liceo che erano arrivati, curiosi ad ascoltarlo, a scoprire i segreti della storia di Anna e Nicola, della special guest Rino Gaetano che a sorpresa figurava nella narrazione. “Rino appare all’improvviso – mi aveva confessato – non l’avevo programmato, ma il suo personaggio è emerso prepotentemente a raccontare la vita, l’affermazione con Sanremo, la sua morte all’apice del successo”. E poi venne la mia inchiesta proprio su Rino Gaetano, Carmine Abate era un testimone prezioso, quasi perfetto. E mi fu molto utile nella ricostruzione: ma il Rino Gaetano che lui descriveva era un personaggio assolutamente positivo e propositivo. Anche il libro vincitore a Venezia, “La collina del vento”, sempre edito da Mondadori, racconta della Calabria, della famiglia Arcuri, del mar Ionio che tutto guarda e tutto assorbe nel peregrinare delle onde. Una terra che lotta con tutte le sue forze per affermare i propri sogni.
Dal palco tirato a lucido del Teatro La Fenice, Abate ha ringraziato la moglie (tutto l’amore traspariva dalle parole che per lei aveva pronunciato durante una mia intervista) ed i due rampolli maschi. Ha vinto con 40 voti di scarto sulla seconda classificata Francesca Melandri (“Più alto del mare”, edito da Rizzoli), segno evidente della superiorità riconosciuta dai giurati.
Al di là della felicità per il trionfo al Campiello di uno scrittore (finalmente) calabrese, dopo cinquant’anni dall’inizio della manifestazione, Abate è riuscito a dare un colpo di spugna, almeno per qualche ora, a riportare in primo piano i paesaggi di una Calabria pulita e laboriosa, una terra capace di bene altro che assorbire, nella polvere, il sangue versato dai suoi abitanti.

Gabriella Lax