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“Senza valigia”, visioni incrociate dalla stiva di una nave

Da uno spiraglio, tra le spinte e la ristrettezza degli spazi e la mancanza d’aria, le visioni che appaiono si chiamano speranze. Immaginare la vita che sarà, dal pensiero del mare, morte o salvezza, comunque penetrante come il misto di odori che si sentono nel viaggio.

marco1Dalle griglie dei ferri di una stiva immaginaria un’istallazione per raccontare, grazie agli scatti, i viaggi degli immigrati è la mostra “Senza valigia: visioni incrociate dalla stiva di una nave”, di Marco Costantino, fotografo e giornalista e Daniela Liconti, giornalista, sabato pomeriggio nel corso del “Play music Festival” alle Officine Miramare di Reggio Calabria. Le foto degli sbarchi al porto di Regio Calabria si incrociano con quelle del cimitero delle carrette del mare di Lampedusa, in una doppia proiezione: le persone da un lato e le storie delle imbarcazioni accanto. “Un lavoro di tre anni- spiega Costantino – su una tematica più che mai attuale. Quando si scelgono le foto si pensa a quelle che hanno un valore universale. Mi è stato proposto di esporre le immagini che calzano con gli obiettivi della rassegna, ossia migrazioni e contaminazioni, sono stato ben felice di poter condividere situazioni che non sono note a molti”. Sono particolarmente legato all’immagine di una ragazza, che arrivando su una di queste navi, si sporge a guardare e si sbraccia”. Una propensione alla vita, un soffio verso il cambiamento. A fare da contraltare “Invece, quando l’ho vista scendere dalla nave, la sorreggevano due volontari della Croce rossa perchè non riusciva a camminare…”. “Quasi per caso – chiarisce Daniela Liconti- ci siamo ritrovati in questa situazione e abbiamo deciso che le due esperienze potevano incastrarsi per bene. Erano il “prima” ed il “dopo” di qualcosa. L’istallazione (con la griglia nds) crea la situazione di distanza e di disagio che a volte accompagna la nostra visione di questa tragedia”. Per il direttore artistico Alessio Laganà “Una mostra -spiega – il cui intento non è regalare belle immagini ai nostri occhi, come ci si può aspettare. Si tratta di immagini che registrano una realtà importante di oggi, quella dei movimenti tra le persone e tra i luoghi. Il mondo vive così: guardiamo gli altri che arrivano ma non ci ricordiamo dei nostri figli che stanno andando verso altre parti. E’ la legge della natura, c’è chi lo fa con più serenità e con una valigia abbastanza carica e chi, invece, parte senza, ma la valigia c’è comunque, nel bagaglio che ognuno ha dentro sé, con la sua famiglia, il suo Paese e la sua cultura. Sul bagaglio che ogni persona che arriva nel nostro territorio può lasciarci noi oggi vorremmo riflettere”. Dopo la visione della mostra “Questo mare è pieno di voci: passaggi sullo Stretto”, un confronto con: Davide Grilletto dell’Arci Provinciale Rc,Bruna Mangiola del coordinamento diocesano e Massimo Barilla della Fondazione Horcynus Orca, a moderare la giornalista Josephine Condemi.(www.ilmetropolitano.it)

Gabriella Lax

Periscope feat Deidda al “Play Music Festival”

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REGGIO CALABRIA – Contaminazioni originali, a tratti reinventate. Brani di jazz moderno dai songbooks di Bill Evans, Billy Strayhorn, Charlie Mingus, Kenny Wheeler, i cui temi risuonano grazie ai canoni di piano, basso, tromba, batteria e chitarra. Il risultato è un effetto di grande suggestione. Il concerto dei Periscope, feat Dario Deidda, ha aperto sabato alle Officine Miramare il “Play music festival”, sottotitolo “Una valigia di suoni”, concerti, mostre e dibattiti per raccontare grazie all’arte la magia degli incroci tra persone e culture differenti. La manifestazione, organizzata dall’associazione Soledad, sotto la direzione artistica di Alessio Laganà, è arrivata alla quinta edizione.

La serata culturale è iniziata, nel tardo pomeriggio, con la mostra allestita da Techné Contemporary Art che interagisce coi temi del festival nella performance “Pre-Posizioni”, nata per riflettere sui movimenti e le espressioni di chi è in viaggio. A seguire, nella Buvette delle Officine, spazio all’ascolto dei suoni e delle storie che raccontano i grammofoni antichi di Giuseppe Nicolò, appassionato di musica e restauro che ha condiviso aneddoti su 50 anni di storia musicale. Alle 21.30 il jazz contemporaneo dei Perishope, il sassofonista Orazio Maugeri, Toti Cannistraro al pianoforte, il trombettista Alessandro Presti, Gaetano Presti alla batteria insieme a Dario Deidda, bassista tra i più apprezzati a livello internazionale, premiato come miglior bassista italiano nel 2010, vanta collaborazioni con artisti prestigiosi quali Paolo Fresu, Rita Marcotulli, Vinnie Colaiuta, Michel Petrucciani. Il gruppo affonda le radici all’interno della Scuola internazionale di specializzazione jazz “Palermojazz”, e riunisce alcuni docenti della scuola; fortemente ispirata dallo stesso direttore musicale Cannistraro. Un sound elegante il suo che si fonde con maestria all’estro artistico ed all’improvvisazione degli altri musicisti di alta levatura per un’ora e mezza di musica da gustare.

Standard moderni eseguiti con insolita maestria. Ed il pubblico delle Officine Miramare gradisce, anche i passaggi per “palati musicali” più raffinati con brani di George Gershwin, Duke Ellington e Cole Porter. “Veniamo da Palermo – afferma Cannistraro, navigato leader -siamo contenti ed è un piacere suonare per voi. Si tratta di brani sui quali ci cimentiamo da parecchi anni”. Una scena condivisa con Deidda che si cimenta in strategici assolo applauditi dal pubblico entusiasta per “Sweet dulcine” di Kenny Wheeler, “Nobody else but me”, un classico di Jerome Kern e ancora “Turn out the stars”, musiche di Bill Evans.

Gabriella Lax

fonte http://www.ilmetropolitano.it

Balkanica, in musica per la pace

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Ballate struggenti e canti d’amore per un inno alla fratellanza, con la musica che compie la magia contro le divisioni radicate che nemmeno la fine della guerra è riuscita a sanare. Nasce dalla tradizione albanese harberesh, dai canti della nonna, grazie all’intuito musicale di Danilo Blaiotta (pianista diplomato con la passione per il jazz), ma si estende «in un grande abbraccio» alle sonorità della Serbia, della Macedonia il progetto “Balkanica”.

E poi ci sono gli odori ed i sapori, l’anima della terre a noi vicine ma, per certi versi, differenti, come è diverso il tempo dispari che caratterizza il ritmo della loro musica. Ancora una volta è Sergio Gimigliano, patron del “Peperoncino Jazz Festival” che, con la Picanto Records, ha creduto al singolare progetto che vedeva il quartetto formato dall’anima, il pianista Danilo Blaiotta, Marco Rossin al sassofono tenore e baritono, Sasà Calabrese al contrabbasso e Fabrizio La Fauci alla batteria.
Galeotto fu il concerto di Cetraro e l’incontro con Achille Succi (presentato da Sasà Calabrese), al sassofono e clarinetto basso, conosciuto per la collaborazione perenne con Vinicio Capossela, «è da un po’ che sta suonando con i greci» chiarisce Succi a proposito del musicista.

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«Praticamente siamo un quintetto e prima dell’estate uscirà il nostro primo disco, dall’omonimo titolo Balkanica», spiega Blaiotta intanto però il gruppo va in giro per l’Italia (a Padova, al festival di Asiago, A Milano e Varese) a fare promozione. Il concerto si apre con la velocissima  “Perendeshe”. Sin dalle prime note si capisce che sarà una serata movimentata. Jazz caldo e ritmato, tempi dispari, il clarinetto tipico delle sonorità dell’Est, piacevolmente invasive.

Si mescolano i suoni della festa all’andirivieni flemmatico in “Vemi o suemi”, “Kappa”, “Aaba”, “Macedonia”, “Lulubore”, “Lullaby”, le ninna nanne immancabili, strumenti dei ricordi della fanciullezza, armonizzati e riarrangiati dal pianista, chiude “Balcanica”. Seguendo l’esempio dell’orchestra palestinese, ancora una volta, mai banale, sincero passa il messaggio di pace di Blaiotta, per sanare le mille ferite della guerre dei Balcani «Chissà che l’arte non possa fare il miracolo…». Un “grazie” particolare a fine concerto, un inchino che è un “abbraccio” solenne al pubblico che gradisce.

Gabriella Lax
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Fornarelli e la sacralità della musica

“Fornarelli Trio” live al “Cave”

Serviva rompere le catene del main street jazz, serviva, per “sopravvivere”, un cambio stilistico. E per far questo sono serviti due anni di silenzio, senza la musica. Ma, da questa catarsi, Kekko Fornarelli è uscito farfalla dal bozzo. «Ero a L’Aquila, prima dello scempio del terremoto in un teatro pieno di gente, dunque il clima ideale per suonare. Eppure, c’è stato un momento in cui ho realizzato che non mi divertivo più». Racconta di uno stop di due anni, il pianista e compositore, e delle riflessioni che, conseguentemente, lo hanno portato ad un «ritorno alla semplicità ed all’immediatezza della musica jazz senza fronzoli».

Fornarelli, pugliese, originario di Bari, ha trovato un sound tutto personale, con salde radici nella preparazione del pianoforte classico e col sapore della libertà vera che solo la musica jazz.Saranno le ultime date italiane per “Kekko Fornarelli Trio”, prima della partenza per il tour che a dicembre vedrà il gruppo protagonisti in Asia e poi, nei mesi successivi negli altri continenti. Insieme a Fornarelli piano e synth, nel trio ci sono Luca Alemanno virtuoso del contrabbasso e Dario Congedo alla batteria.
Il percorso artistico che ha fatto porta Fornarelli ad avere le idee molto chiare, soprattutto quando gli domando come sta andando il jazz in Italia, considerato che tanti, anche giovanissimi, si avvicinano a questo genere, anche scolasticamente. E’ tassativo «Nel nostro Paese non va bene, ma non perché non ci sia fermento. Semplicemente perché il jazz nasce come una musica spontanea, frutto dei momenti di libertà dei neri nelle piantagioni. Per questo motivo non si può chiudere in quattro mura e non si può insegnare nelle scuole di jazz».

L’ambiente intimo di un piccolo ritrovo, il Cave, è l’ideale per sentire l’eco della poesia che passa sulle note, come il tempo che inesorabile scorre e che si fa fatica ad accettare (Time goes on), come la corsa continua, come in una jungla, all’inseguimento del nostro quotidiano (Daily jungle), come la solitudine del musicista che viaggia per il mondo, lontano dalla casa e dagli affetti, un compromesso vitale per inseguire un sogno (Dream and compromise). Singolarmente Fornarelli porta aventi il progetto “Piano Solo” e l’album dal titolo “Monologue”, registrato a Dublino e che sarà in tour dal mese di marzo prossimo. «I titoli delle composizioni sono rigorosamente in inglese perché la musica si esporta e, a differenza che nel nostro Paese, all’estero c’è quella sacralità e rispetto per l’arte».

Gabriella Lax