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Il mistero del Rembrandt ritrovato

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Fino a qualche tempo fa era stato considerato lavoro di un allievo del grande maestro fiammingo. E invece si scopre che è stato proprio Rembrandt a dipingerlo. Parliamo del quadro che raffigura un uomo, in abiti seicenteschi, che indossa un cappello con una lunga piuma bianca.
Nel 1968 un gruppo di ricercatori stabilì che il quadro, sul quale sono visibili la firma di Rembrandt e la data 1635, quando l’artista aveva 29 anni, fosse stato dipinto da un suo allievo.
Ma, una successiva indagine, guidata da Ernst Van De Wetering, il più rinomato esperto del pittore olandese a capo del “Rembrandt Research Project”, ha riscontrato che la tela fu dipinta proprio dal maestro.

Il quadro era stato ritrovato e donato al “National trust britannico”, l’agenzia per la conservazione del patrimonio artistico della nazione, nel 2010 dagli eredi di lady Edna, moglie del barone Harold Samuel di Wych Cross, il quale era un noto collezionista di arte olandese e fiamminga. Il quadro è esposto nella tenuta di Buckland Abbey, nel sudovest dell’Inghilterra, l’ex casa di Francis Drake, il primo inglese a circumnavigare il globo dal 1577 al 1580.

E’ esaustivo Van De Wetering «Negli ultimi 45 anni abbiamo raccolto molte informazioni su autoritratti di Rembrandt e sulle oscillazioni del suo stile. La tecnica adottata per realizzare questo quadro in particolare, assomiglia ad altre opere della fase iniziale della carriera del pittore». Il National Trust non può vendere il quadro, che rimarrà per altri otto mesi al Buckland Abbey prima di essere sottoposto a ulteriori test e verifiche. L’autoritratto di Rembrandt ha oggi un valore stimato in 20 milioni di sterline (23 milioni di euro).

Gabriella Lax

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Kate Moss ed il segreto del tatuaggio


Non è da tutti andare in giro con un’opera d’arte incorporata. Può succedere dunque che una top model di fama mondiale, già celebre, oltre che per la sua bellezza, per i suoi capricci ed i suoi colpi di testa, si ritrovi addosso un tatuaggio che vale milioni di dollari. E non era certamente passato inosservato il tatuaggio che la modella Kate Moss ha sopra al suo sedere.
Oggi si scopre che le due rondini che le incorniciano la parte lombare della schiena sono state disegnate da Lucien Freud, nipote di Sigmund, e deceduto lo scorso anno ad 88 anni.

Per intenderci, Freud è stato uno dei più quotati pittori del Novecento, specializzato nei ritratti, amato dai collezionisti e molto apprezzato sul mercato. Il suo quadro “Benefits Supervisor Sleeping”, nel maggio del 2008 era stato comprato da Christie’s per circa 34 milioni di dollari. La rivelazione sul tatuaggio è stata fatta dalla Moss ad una famosa rivista. Tutto comincia nel 2002, quando cioè la modella inglese, incinta della figlia Lila, decide di posare per il pittore. Un’amicizia, quella tra i due, nata sull’onda dell’ammirazione che la Moss aveva sempre dichiarato nei confronti dell’artista.

Dopo una cena, Freud le aveva raccontato di quando, giovanissimo, durante la Seconda Guerra Mondiale, imbarcato nella marina mercantile, aveva imparato a fare tatuaggi. Irresistibilmente attratta la Moss gli aveva chiesto di farne uno anche per lei. Ed era stato proprio Freud a suggerirle di ispirarsi per il disegno scelto al mondo animale. Ragion per cui la top model ha la consapevolezza, oggi, di indossare un’opera d’arte che vale milioni.

E, facendo due conti, considerato che il quadro di Freud che ritrae nuda la Moss è stato venduto all’asta per 3 milioni 900mila sterline (dunque circa 4 milioni 900mila euro), chissà quanto potrebbe valere il disegno tatuato sulla sua pelle…E la modella, tra il serio ed il faceto, spiega «Si tratta di un Freud originale. Mi chiedo quanto pagherebbe per questo un collezionista? Qualche milione? Se tutto mi andasse molto male potrei sempre fare un espianto di pelle e venderlo. Probabilmente è l’unico disegno su pelle realizzato da Lucian ancora in giro».

Gabriella Lax

Chirico, magma artistico calabrese


Il suo lavoro è frutto di “quell’energia, quel magma che mi spingeva”. E la frase che più mi ha colpito di Natino Chirico. Quella vis artistica che si è palesata nella città d’origine è riuscita a venir fuori completamente solo lontano. Incontriamo il pittore nato e cresciuto, fino a 18 anni a Reggio Calabria, entra nella sua casa di Roma e viene accolto dal suo cane Rocco, “il pastore calabrese, razza aspro montana”. Così l’artista ama definire il suo meticcio. Chirico ha trovato una sua dimensione artistica, diversificata nel tempo, mai immutata, ma che, soprattutto, non rinnega le origini calabresi.
Ricordi il primo disegno che hai fatto?
«Ho in mente un episodio molto significativo. Avevo tredici o quattordici anni e, mentre copiavo un piatto su di un cartone sistemato in una sedia di formica rossa, arrivò un’amica di mia madre (i miei genitori si erano separati da poco e lei sarebbe stata, in seguito, la mia testimone di nozze) ed esclamò: “Natino, che bello! Ma tu sei bravissimo”. Fu un primo momento di coscienza. Qualcuno mi aveva detto che ero bravo. E in quel momento ebbi la percezione che avevo l’arte dentro di me e che forse nella vita mi sarei potuto dedicare a quello».
Dopo gli studi a Reggio Calabria perché sei andato proprio a Milano?
«Era legato al fatto che seguivo un pittore, Carlo Filosa. Avere un titolo di studio che mi consentiva d’insegnare “figura disegnata” e, per un certo periodo, ci riuscii a Milano, ma non faceva per me. Erano gli anni Settanta, ai ragazzi non interessava imparare, avevano a cuore problematiche sociali. Così mi trasferii a Roma, a casa di una mia amica, dove invece poi conobbi la donna che sarebbe diventata mia moglie e terminai li gli studi».
Com’è cambiato nel tempo il tuo modo di fare arte?
«Da giovane ero più legato ad un cultura locale, più provinciale per intenderci, in una accezione positiva del termine. La cultura napoletana ha dato molto a quella reggina, dal punto di vista artistico, è riuscita ad accrescere l’esistente. Ho avuto la fortuna di avere insegnati campani, primo fra tutti Ugo D’Ambrosi, mio maestro, persona che stimo immensamente, che mi hanno portato ad un’apertura culturale a nuove tecniche di sperimentazione. Ho imparato a chiudere la figura. Dopo un breve innamoramento beconiano, per la pittura inglese, sono rimasto essenzialmente figurativo. Nel tratto ho una ricerca iperrealistica, cerco di scovarne l’essenza».
Il fulcro della tua arte dunque?
«Oggetti figurativi in una pittura informale, questa è la chiave di lettura che preferisco, è una pittura che non so come definire se non “mia”. Ho affinato nel tempo il modo di lavorare con una ricerca sui mezzi oltre che sui contenuti. Utilizzo oro, argento, rame e metacrilato, materiali che accrescono l’esperienza pittorica. Nuovi modi di raccontare l’arte».
E di questa ultima mostra a Salò?
«E’ una cittadina meravigliosa, situata sul lago di Garda. Avevo pensato ad un’esposizione qualche anno fa, nel museo civico che poi però non ristrutturarono ed il progetto non si concretizzò. Adesso invece posso presentare questa mostra, una retrospettiva con lavori recenti di circa centodieci lavori. Quindi ci sono opere di quando ero giovincello (ride nds), opere su tela, ma anche moderne su metacrilato, sagome, combinazioni di vario genere, opere particolari realizzate sugli specchi. E poi una sorta di pittura tridimensionale, visibile da ogni prospettiva, su più lati. Penso di aver dato il massimo e le poche persone che hanno visto, sinora, la simulazione, sono rimaste entusiaste, per questo, modestamente, penso che piacerà».
Nella Reggio di tanti anni fa c’erano altri personaggi che poi sono diventati famosi?
«Ero molto amico di Gianni Versace, abbiamo avuto uno scambio culturale prima che diventasse lo stilista famoso in tutto il mondo. Ero amico di Gianni, fregandomene del fatto che in quella Reggio “chiusa” l’omosessualità era vista come un tabù, fregandomene delle chiacchiere delle persone. Lui aveva delle intuizioni, questo lo ricordo bene, era un’anima sana, sognava di diventare qualcuno».

Gabriella Lax

Vermeer ed il mistero della luce


L’incanto della bellezza di Scarlett Johansson, superba musa nel film “La ragazza con l’orecchino” contribuisce a far conoscere una delle opere di uno dei maggiori esponenti della pittura olandese del XVII secolo Jan Vermeer.
Incerta la data di nascita per l’autore di soli quarantacinque quadri in tutta la vita, Veermer fu conoscitore e mercante d’arte, ma si considerava soprattutto un pittore. I suoi lavori erano creati su commissione e non andavano oltre due o tre opere all’anno, quel tanto che gli occorreva per mantenere la moglie che gli donava figli a iosa (arrivarono ad undici).
Le Scuderie del Quirinale di Roma ospitano, da qualche giorno la mostra dal titolo “Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese”. Pittore nel Seicento avvolto nel mistero, Vermeer fu riscoperto solo nella seconda metà dell’Ottocento.
Di lui si sa che sono rimaste poche opere, per lo più di piccolo formato: due religiose, una di argomento mitologico, una o due allegoriche, due paesaggistiche e pochi ritratti e soprattutto descrizioni di ambienti borghesi colti nella loro vita quotidiana nei quali primeggia una figura femminile.
Ma è l’uso sapiente della luce, la forza di Vermeer rispetto agli artisti coevi che hanno ritratto le stesse scene di vita quotidiana dell’Olanda del XVII secolo. Un’atmosfera stranamente malinconica la sua, quasi irreale che ruota intorno ai protagonisti delle opere e li cattura col suo “je- ne- sais- quoi”, impastando il tempo e sublimando una sottile attesa d’indefinito che contribuisce ad astrarli dal dato quotidiano e banale “dei gesti compiuti (la lattaia che versa il latte, la ragazza che legge una lettera, la donna che suona e beve il bicchiere di vino che le viene offerto da un ammiratore) per elevarlo a sostanza esistenziale”.
La mostra è una pregiata esposizione di opere di Vermeer (rarissime e distribuite nei musei di tutto
il mondo, nessuna in Italia), alla quale si accompagnano altre cinquanta (circa) opere di artisti olandesi suoi contemporanei. Facile così fare un confronto stilistico sul modo di Veermer i rapportarlo ai colleghi del tempo, artisti attivi nella sua città natale e nei vicini centri di fermento culturale quali Amsterdam, Haarlem e Leida.