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Roger Waters, in 50 mila all’Olimpico

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Sembra che tra il pubblico arrivato da ogni parte del Paese ci fosse anche l’attore Sean Penn.
In cinquantamila, qualche giorno fa a Roma, all’Olimpico, per ammirare lo spettacolo megalomane e narcisista, ma pur certamente emotivamente unico, dell’opera “The Wall“. Ed è Roger Waters ad innalzare “il muro” che copre tutta la curva sud. In scena va l’esecuzione integrale del celebre doppio album del 1979, portata per la prima volta dal vivo l’anno successivo,in sole quattro città, con grandi sforzi produttivi.

In più di trent’anni sono cambiate tante cose. La tecnologia ha imparato a compiere miracoli. Il risultato un effetto cinematografico che colpisce tutti i sensi. Il bassista dei Pink Floyd Roger Waters, sulla soglia dei settant’anni, va in pista con una band formata da undici elementi, solida e ben rodata. Ci sono Snowy White e Dave Kilminster alle chitarre, alle tastiere Jon Carin ed il figlio Harry Waters, insostituibile alla batteria Graham Broad. Alle parti vocali di David Gilmour (la sua mancanza si avverte inevitabilmente) supplisce Robbie Wyckoff. Tutti gli sguardi sono per lui, il leggendario Waters che arriva, incita, saluta, ringrazia Roma, dove “The Wall” si è aperto evocando la lotta degli schiavi e Spartacus, con un brano di un suo discorso, e la scritta che ha acceso il muro.

In scena va la vita, coi grandi drammi esistenziali e le sue tragedie di morte. Così, accanto al palco, in parodia, si schianta un aereo militare. Il piccolo Pink (ovvero Roger) rimane orfano del padre, morto in guerra. Una madre possessiva, gli insegnanti autoritari e un muro che diventa sempre più imponente, crescendo insieme a un turbinio di nevrosi. Waters mette in scena i simboli di una vita trascorsa a suonare ed a portare messaggi di pace. Il grosso maiale nero si porta dietro falce e martello, il dollaro, la Shell e la Stella di David (il bassista non a mai nascosto di essere filo palestinese, nonostante abbia incorporato accuse di antisemitismo).

La dedica a Jean Charles de Menezes, un ragazzo brasiliano ucciso dalla polizia sotto la metro a Londra perché scambiato per un terrorista. La dedica è anche a tutte le vittime della guerra, in primis il padre di Waters, di cui si intravede una foto d’epoca. Il muro viene costruito mattone dopo mattone, canzone dopo canzone, fino a “Goodbye Cruel World” quando viene messo l’ultimo tassello.

Gabriella Lax
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Zanisi, miglior talento di Top Jazz

imagesHa appena vinto il premio “Top Jazz 2012”, categoria miglior nuovo talento. Enrico Zanisi è un giovanissimo pianista romano di ventidue anni, dalle origini cosentine (da parte di madre) e dalle idee molto chiare. In trio con Joe Rehmer al contrabbasso e Alessandro Paternesi alla batteria (lui l’ho sentito l’anno scorso ed davvero bravissimo, pazzo ma entusiasmante), porterà in giro per l’Italia i pezzi dell’ultimo album, uscito lo scorso ottobre per “Cam Jazz”, dal titolo “Life variations”.

E’ un figlio d’arte, cresciuto in una casa con un pianoforte a muro, visto quasi come un misterioso oggetto del divertimento, da esplorare e conoscere al più presto. Ed è così la musica concepita dal giovane pianista, sanguigna e sperimentale, ambiziosa e disarmante. «Mio padre e mia madre suonavano, davano lezioni e quindi per me è stato naturale avvicinare il pianoforte». Uno strumento che inizia a suonare a sei anni, ad otto anni Zanisi inizia a studiare il pianoforte classico, base indispensabile, che gli consentirà, nel tempo, di spaziare tra i generi, fino all’incontro col jazz. «I miei genitori hanno visto il modo col quale mi approcciavo al piano e mi hanno iscritto ad una scuola di jazz a 14 anni. L’impatto è stato disastroso. In quel periodo ascoltavo i Genesis, i Pink Floyd, band di rochk duro, era difficile imparare tutte quelle scale». L’impatto con Siena Jazz e l’ascolto di “The sound of trio” di Oscar Person cambiano decisamente le cose.

A diciannove anni esce il suo primo disco, “Quasi troppo serio”. Per il nuovo disco un titolo non messo a casa, piuttosto «liberamente ispirato alle variazioni di Goldberg scritte da Bach nell’ultimo periodo della sua vita quando parlo di variazioni, per me, in musica, mi riferisco ad uno sviluppo e ad una conoscenza consapevole e mai casuale». In trio con gli altri due protagonisti del disco hanno già suonato a Orvieto, Vicenza, Piacenza, in varie manifestazioni jazz ma, soprattutto, si preparano a metà febbraio all’evento di Dublino “12 points”, selezionati tra dodici gruppi di giovani di tutta Europa per rappresentare l’Italia. Senza dimenticare però la Calabria e la sua Cosenza «non avrei potuto fare un tour e non passare dalla mia terra d’origine, ci torno tutte le estati».

Gabriella Lax

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Cinti, un anno d’aMor(gan)

Fabio Cinti
«Il racconto di un’interazione tra due musicisti». E in tutte le librerie è uscito “Un anno d’amor(gan)”, di TranTran Editore, il romanzo d’esordio del cantautore-scrittore Fabio Cinti. Un’opera di fantasia, liberamente ispirata all’amicizia tra Fabio Cinti e l’amico e collaboratore Marco Castoldi, in arte Morgan. Ed il cantautore, musicista ed anche produttore ha raccontato a Calabria Ora le sue ultime esperienze.
Come nasce l’idea per libro?
«Un po’ come per la musica. Dopo aver vissuto un’esperienza forte, incredibile per certi versi. L’incontro tra un ragazzo di 29 anni, io all’epoca, ed un musicista come Marco. Ovviamente non sto a raccontare alle fan di Morgan se va a dormire con le mutande rosa…Il libro è un romanzo di formazione, non è una biografia, sottolineo, né un’autobiografia, quelle le ritengo operazioni postume. E’ la narrazione in forma romanzata ce parte da eventi realmente accaduti».
Quanto Morgan c’è nella tua musica e quanto di tuo c’è nelle creazioni di Morgan?
«Io e lui abbiamo avuto le stesse influenze musicali. In sostanza siamo due musicisti che hanno fatto loro diverse fonti. Le nostre fonti sono comuni, per cui è logico che c’è molto. Immagini che la prima volta che ho suonato per aprire il concerto dei Blu Vertigo (la band di Morgan nds), alla fine della serata, ci siamo ritrovati, spalle a spalle, a cantare “Life on Mars” di David Bowie, perché piaceva a tutti e due, faceva parte della nostra formazione».
Quali sono state le influenze maggiori nella tua musica?
«Oltre il menzionatoBattiato, i Pink Floyd, la musica glam, Lou Reed, oggi i RadioHead, ma anche la musica classica che ascoltava sempre mio padre».
Ti hanno mai detto che ricordi Battiato nel modo di cantare?
«Franco Battiato per me è come un padre, musicalmente parlando, l’ho conosciuto e lo stimo moltissimo. Lui, 40 anni fa, ha fondato un genere che poi, recentemente, è stato seguito, solo in parte da musicisti come Max Gazzè, un filone che, se si ascolta l’ultimo disco, Battiato ha abbandonato. Io invece da quando avevo 15 anni ho deciso di seguirlo. Ho pubblicato solo due album finora poi non so che cosa succederà in futuro».
Progetti attuali e futuri?
«Mi impegna fortemente seguire gli artisti che sto producendo, tra i quali Elisa Rossi, Marco Santoro. Intanto ho un disco in uscita nel 2013, un altro libro e poi vedremo.. E poi naturalmente sto scrivendo musica».
Com’è la tua musica?
«Penso sia una musica d’autore ma sperimentale. Reputo importante il testo in una canzone quanto la musica. Le faccio un esempio. Quando ho visto “La vita è bella”, ho pensato che Benigni avesse avuto un’idea splendida, ma il film invece era girato male, ed ho penato che fosse un peccato».
Ti senti un cantante di “nicchia”?
«lo sono, semplicemente perché non sono mai sceso a compromessi, non mi sono messo ad ammiccare a nessuno. Quando sarò anziano voglio poter dire che, in vita mia, ho fatto la musica che mi piaceva, in uno show business in cui la musica non è mai veramente libera».

Gabriella Lax