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Reggio, scavi a piazza Garibaldi, dove eravamo rimasti?

piazza garibaldi MarcoIpotesi e teorie. A che punto eravamo rimasti con gli scavi di piazza Garibaldi? Il chiostro della chiesa di San Giorgio al Corso, ha ospitato l’incontro organizzato dall’Associazione culturale Anassilaos, sugli scavi archeologici di Piazza G. Garibaldi. Relatore Francesco Arillotta. Presentato da Pino Papasergio, responsabile del Comitato di Indirizzo dell’Associazione, Arillotta ha preliminarmente evidenziato l’importanza dei ritrovamenti  nell’area della piazza, che testimoniano la ricchezza archeologica e storica del sottosuolo della città. Parlando, poi, di quanto emerso nei tre sondaggi portati avanti dalla Soprintendenza Archeologica, si è soffermato particolarmente sull’edificio scoperto nello scavo n. 1. Arillotta non è entrato nel merito della destinazione dello stesso, compito che spetta esclusivamente agli archeologi che hanno lavorato sul campo. Utilizzando, tuttavia, il materiale fotografico acquisito dai vari siti online che si sono occupati della vicenda, ha osservato che la mancanza di tracce significative ed evidenti di crolli di strutture elevate, e la constatazione che la rustica massicciata che copre il “podium”, mal si adatta all’idea di un pavimento espoliato, avvicinandosi di più a un lavoro in corso d’opera interrotto, ha avanzato l’ipotesi che ci si trovi di fronte a una struttura iniziata ma non portata a termine. Arillotta si è quindi soffermato sugli eventi mitici e storici che hanno coinvolto l’area, a cominciare dal passaggio di Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, e del bosco di lauri sacro ad Apollo, dove egli, dopo essersi curato dalla psoriasi di cui soffriva con le acque termali di cui la città è ricca, vi appese la spada di bronzo del matricidio, e dove i Reggini raccoglievano i rami di alloro prima di partire per Delfi.Arillotta ha ricordato che l’area oggi interessata dalla piazza ha visto, nel 415 a.C. accamparvisi l’imponente esercito ateniese guidato da Alcibiade che portava guerra a Siracusa. E nel vasto ambito dell’area fu nottetempo sepolto il corpo del martire Santo Stefano. Mentre davanti al monastero di San Nicola di Calamizzi, che lì sorgeva, si schierò, nel 1042, l’esercito bizantino di Basilio Pediadites, in procinto di andare in Sicilia contro gli Arabi. Arillotta ha concluso auspicando che nell’area degli scavi si possano condurre anche ricerche geologiche e archeo-botaniche per conoscere meglio la storia del nostro terreno e della sua utilizzazione a fini agricoli. Senza escludere che, una volta sistemata la zona a Parco Archeologico, la si poss ornare proprio con begli alberi di alloro. Facendo così rivivere una tradizione trimillenaria.

Reggio, il teatro greco e gli scavi di piazza Garibaldi

akrai.JPGDi Gabriella Lax

“Come i greci hanno cambiato il mondo”. Questo è il titolo di un meraviglioso documentario trasmesso da History, uno dei miei canali prediletti. Il programma elogiava lo spirito col quale, dalla piccola Atene venne partorito lo spirito della “democrazia”, il governo del popolo (ormai parola quasi astratta), contrapposto alle tirannidi, intese come monarchie delle tante popolazioni che avevano vissuto precedentemente (non ultimi gli egiziani). Tra le novità tanto care ai greci c’era il teatro, non solo nel senso immateriale del termine, bensì proprio come la struttura che veniva creata in ogni città, persino nelle più piccole. E mi torna in mente Palazzolo Acreide, un paesino di poche anime in provincia di Siracusa, in cui ho trascorso in parte la mia infanzia. Poco fuori dal paese ecco il teatro greco di Akrai (l’antico nome di Palazzolo), riemerso dalla terra grazie al lavoro di Gabriele Iudica nella fortunata campagna di scavi del 1824. Vedendo quelle immagini e tirando fuori i ricordi, la domanda che mi è venuta naturale è stata: ma Reggio così ricca di delizie archeologiche, piene di gustose sorprese (le ultime quelle emerse dagli scavi di piazza Garibaldi) come poteva non avere un teatro greco? Ed alle mie domande prudente è arrivata la risposta di Franco Arillotta, prezioso storico, in procinto di partorire una nuova pubblicazione. “Certo – mi spiega – a Reggio doveva esserci un teatro greco, ma non ne è venuta fuori nessuna traccia, molto probabilmente perché non abbiamo scavato nel punto giusto e alla profondità giusta”. E chiarisce “piazza Garibaldi ci sta insegnando che la nostra idea sull’organizzazione urbanistica della polis è distorta e stantìa. forse dovremmo riscrivere e ridisegnare tutto”. E proprio nel suo prossimo libro, anche rispetto a queste idee, ci saranno nuove e rivoluzionarie risposte, che forse non piaceranno a tutti. Sicuramente non piaceranno a chi è abituato a seguire filoni di ragionamento. Dal nostro punto di vista il filone è un’ottima forma di pane da imbottire adeguatamente. “Le frontiere nuove le tracciano quelli che non amano le incrostazioni e le assuefazioni”…

(la foto del teatro greco di Akrai è presa dal sito www.comune.palazzoloacreide.gov.it )

Reggio, gli scavi di piazza Garibaldi celano il tempio di Apollo?

di Gabriella Lax

piazza garibaldi MarcoTempio di Apollo. E’ questa la misteriosa scoperta che si cela dietro gli scavi di piazza Garibaldi a Reggio Calabria? Sono queste le tre paroline magiche che nessuno vuole pronunciare? Proviamo a ricostruire con ordine perchè si potrebbe trattare di uno dei ritrovamenti più importanti dell’intera storia dell’antica Reggio. Lo storico romano Varrone, nel suo ‘Rerum Humanarum’, parlando del mito di Oreste, figlio di Agamennone, secondo il quale l’uccisore della fedifraga madre Clitennestra, si purificò del suo delitto immergendosi nelle acque salutari che scorrevano nel territorio reggino, scrisse: «…E si dice che lì [a Reggio] vi fu a lungo la sua spada di bronzo e che fu innalzato da lui un tempio ad Apollo, dal bosco sacro del quale i reggini, quando partivano per Delfi, effettuati i riti sacri, erano soliti cogliere un ramo di alloro che portavano con sé». “Questo tempio innalzato da Oreste e dedicato ad Apollo, suo nume tutelare-spiega lo storico reggino Franco Arillotta – nonché il celebrato bosco sacro che lo circondava e che per le parole di Varrone sappiamo essere un “laureto”, vengono normalmente collocati al di là del fiume Apsia\Calopinace, cioè nell’area a sud della città. Il che ci porta verso l’attuale Piazza Garibaldi”. E questo spiega perché lo storico ha più volte sollecitato i botanici reggini a condurre un’accurata indagine sulla condizione dei terreni aperti dagli scavi archeologici in corso proprio in quella zona. Sarebbe eccezionale se l’esame della bio-realtà di quell’area portasse alla identificazione di una presenza di piante di alloro in tempi antichissimi. Un’ipotesi che potrebbe confermare la testimonianza di Varrone. In attesa di scrivere, stretti intorno agli scavi, un’altra immensa pagina della storia di Reggio, sarebbe gradita anche una conferenza da parte degli addetti ai lavori, per fare il punto, dati alla mano, sui ritrovamenti e la loro datazione. E, considerato che ci piace sognare, se l’area della piazza dovesse un giorno (molto presto si spera!) divenire parco archeologico, la si potrebbe ornare proprio con alberi di alloro, facendo così rivivere una tradizione millenaria.

(foto Marco Costantino)

Reggio: a Piazza Garibaldi, i muri del terzo saggio cambiano le carte in tavola

di Gabriella Lax

Intriganti ed affascinati. Sono i resti quelli di piazza Garibaldi, piazza Garibaldi 2a Reggio Calabria. Dimenticate il parcheggio sotterraneo. Le certezze interpretative, giorno dopo giorno e frammento dopo frammento, vengono clamorosamente smentite dalle realtà dell’oggi. Qualunque ipotesi si faccia sul significato di quel che generosamente la piazza sta restituendo alla Città è destinata a crollare di fronte alle scoperte ulteriori. Una scena che si ripete, a partire dal primo saggio, con quel che appariva come il basamento, fino alla caditoia, o quella che tale sembrava essere e così anche nel terzo saggio. Tutto lasciava supporre che nello scavo numero tre si fosse vicini a riportare alla luce un insediamento abitativo di particolare importanza. I tratti di muri invece rimettono tutto in discussione. E la situazione dal punto di vista “comunicativo” va verso la “chiusura ermetica” degli addetti ai lavori. L’equipe di archeologi che gestisce lo scavo, se prima era abbottonatissima, adesso è addirittura impenetrabile. E ben lo si comprende, e lo si giustifica, considerate le tante ipotesi fantasiose o le “sciocchezze in libertà” che da più parti sono state conclamate. L’unica certezza, che lascia ben sperare per il futuro prossimo, è che il terzo scavo si sta rivelando una vera miniera per la storia archeologica – e non solo quella – di Reggio. Nuove, interessantissime pagine si potranno scrivere, quando la situazione sarà più chiara e definita. E saranno pagine sorprendenti.