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Madonna vende quadro all’asta per aiutare le donne dei paesi poveri

Madonna ed il quadro all'asta

Madonna ed il quadro all’asta

«Non posso accettare un mondo in cui le donne e le ragazze vengono derise, fucilate o uccise se provano ad andare a scuola. Non abbiamo il tempo per abbassare la guardia. Voglio scambiare qualcosa di prezioso con qualcosa di prezioso. Educare le ragazze!».

Detto fatto. La cattiva ragazza di New York, appena uscita, in perfetto look punk, dalla mostra che la città della Grande Mela, compie la sua buona azione. Louise Veronica Ciccone, al secolo Madonna ha venduto, qualche giorno fa, il dipinto francese di Fernand Léger dal titolo “Tre donne al tavolo rosso” ad un’asta newyorkese per la bellezza di 7,2 milioni di dollari. La famosissima casa d’aste “Sotheby” non ha specificato chi ha acquistato l’opera d’arte astratta, meraviglia del pittore francese, risalente ai primi del Novecento. Il ricavato, inizialmente stimato tra i 5 e i 7 milioni di dollari, ha superato del tutto le aspettative e verrà devoluto alla “Ray of light Foundation” che sostiene l’istruzione delle giovani ragazze in Afghanistan, in Pakistan e in altri paesi del mondo.

Prima dell’asta aveva detto di voler «scambiare qualcosa di valore con un’altra cosa inestimabile: l’istruzione delle ragazze. Qualcosa di prezioso con qualcosa di prezioso» ha spiegato Madonna, cantante, regista, attrice ma anche se non soprattutto manager di sé stessa, la popstar è diventata persino collezionista d’arte per giustificare la vendita all’asta. La pop star della musica aveva acquistato il quadro nel 1990 (sempre da Sotheby) per 3,4 milioni di dollari. Il dipinto è stato realizzato nel 1921 come parte di una serie di quadri su preziosi e particolari momenti di vita delle donne. Madonna, dopo la vendita, ha ringraziato coloro che hanno partecipato all’asta con un messaggio su Facebook. Nello stesso giorno sono state vendute anche opere di Paul Cezanne, Amedeo Modigliani e Pablo Picasso.

Gabriella Lax
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Paul Mcartney coi Nirvana incanta NY

Paul-McCartney-C-performs-009Neanche nei sogni più allucinanti ci saremmo mai immaginati Chris Novoselic e Dave Grohl dei Nirvana suonare con Paul Mcartney al posto di Kurt Cobain. Un’idea che, al solo pensiero, fa venire i brividi per l’emozione a tutti gli estimatori della musica con la “M” maiuscola.. Ma, la realtà, a volte, ha più fantasia dell’immaginazione e dei sogni. Così succede che un progetto benefico riesce a raccogliere attorno a sé gli artisti più importanti e significativi della musica recente e che un concerto si trasformi in uno degli eventi musicali con cassa di risonanza (per restare in tema) addirittura mondiale.

Una nuova Woodstock si è materializzata al Madison Square Garden di New York, in occasione del concertone dal titolo “12.12.12: The Concert for Sandy Relief”, organizzato per raccogliere fondi da destinare alle vittime dell’uragano Sandy, abbattutosi sulla costa orientale degli Stati Uniti lo scorso ottobre, provocando oltre 140 vittime negli Usa, di cui 104 a New York e in New Jersey. Il ricavato sarà distribuito dalla “Robin Hood Foundation” alle popolazioni colpite dall’uragano. E’ stato Bruce Springsteen, originario del New Jersey ad aprire il live, ed a chiamare, poco dopo sul palco, il suo “vicino di casa”, Jon Bon Jovi (all’anagrafe Bongiovanni, cognome che tradisce le chiare origini italiane del rocker).

Insieme a loro Eddie Vadder (Pearl Jam), Eric Clapton, Billy Joel, Alicia Keys, Chris Martin, l’ex Pink Floyd Roger Waters, Kanye West, The Who (Roger Daltrey e Peter Townsend, entrambi sulla soglia dei 70 anni ed in splendida forma) e gli ever green Rolling Stones. Dietro le quinte invece tante celebrità tra cui Susan Sarandon, Ben Stiller, Whoopy Goldberg, Katie Holmes, Quentin Tarantino e Chelsea Clinton pronte a ricevere le donazioni attraverso un’apposita linea telefonica.
Evento, tra gli eventi della serata, è stata l’inedita esibizione del cantante dei Beatles insieme ai superstiti dei Nirvana che non suonavano insieme praticamente da vent’anni, da quando cioè quel maledetto giorno d’aprile del 1994, il cantante, leader Kurt Cobain, si tolse la vita nella sua casa di Seattle. Comici i retroscena delle operazioni che hanno portato Mcartney sul palco con Novoselic, al basso e Grohl alla batteria.

«Non so dove siano stati, ma loro continuavano a dire quanto bello fosse essere tornati a suonare insieme – ha raccontato McCartney a proposito di Grohl e Novoselic – così mi è venuto spontaneo chiedere “Hey, ragazzi, ma voi non suonavate già insieme?”. A quel punto qualcuno mi ha sussurrato: “Sì, ma questi sono i Nirvana. E tu sei Kurt Cobain”. Non ci potevo credere...».
Caro Paul, va bene che essendo un pezzo di storia della musica vivente meriti tutto il nostro rispetto e la devozione, ma una tiratina d’orecchie, te la meriteresti…

Gabriella Lax

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Il sound newyorkese di Kesang

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Nel suo sound c’è tutta la nostalgia dell’autunno newyorkese, il fiume e le auto gialle dell’infanzia a Woodstook. Kesang Marstrand confessa di non sentirsi un’americana ma, in realtà, la sua musica porta dentro il bagaglio storico e culturale della nazione a stelle e strisce. La cantautrice, nata a Woodstock, da madre danese e padre tibetano, ha animato il sabato notte del “Cave” di Reggio Calabria. Conquistata dal clima (e dall’irresistibile bontà del gelato e dei cannoli nds) della città dello Stretto. «Mi fa ricordare quando ero bambina, le grandi colline che sprofondano nella visione del mare, è un posto profondo questo, un posto in cui creare qualcosa».

La sua musica è un misto di culture che, in maniera differente hanno influenzato il suo percorso. Adesso vive in Tunisia «Non c’è un posto in cui io mi senta casa al cento per cento, né in America, né in Danimarca,né sulle montagne del Tibet. E’ il viaggio che mi porta a casa, il senso della casa si trasforma nel mio viaggiare». Ed i momenti dell’ispirazione «Sono tanti, in tanti gesti, in tante azioni, in tutto ciò che si muove attorno, ma la voce vera, l’attimo in cui posso iniziare a scrivere e creare arriva nel momento in cui si fa silenzio».

Lontano dalla sofisticate dive patinate o violentemente impositive e rock, Kesang Marstrand ha bisogno solo della sua chitarra. Per il resto porta con sé la grande capacità di comunicare, e lo fa per più di un’ora, con piccole pause tra un brano e l’altro, per condividere le sensazioni che l’hanno guidata nelle composizioni. Accanto a lei, nascosto dalla cassa dell’amplificatore, il marito, discreto custode la segue, la guarda, la fotografa e la incoraggia. Tre dischi alle spalle, apre la serata con “Feel love” e sembra di trovarsi davanti la dolcezza descrittiva di Edie Brickell. Di Woodstock certamente la Marstrand ha nel dna quello spirito di leggerezza e l’alone di libertà che è rimasto nelle strade e nell’aria dagli anni Sessanta e che emerge tutto in “Fragmets”.

E poi i racconti di New York in “Bodega roses”, che dà il titolo al suo primo disco, dei piccoli locali che hanno ospitato cantanti come Bob Dylan prima di cambiare nome. Si sofferma e descrive l’attimo in cui dall’oblio del sonno si passa alla consapevolezza di essere svegli, culla il pubblico con le lullaby, raccolte nel suo secondo disco. Malinconia docile, sempre positiva, mai votata al lamento, una coinvolgente dolcezza che invade e conquista dalla prima nota, melodiosa ed armonica, sirena in jeans e maglioncino, Saluta con la versione acustica di una delle poche cover nel suo repertorio, “Say say say” di Paul McCartney e Michael Jackson. Una preghiera: se la città del vento le avesse già ispirato una canzone, vorremmo essere i primi ad ascoltarla…