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Contraddittorio, romantico ed irriverente, Augusto Favaloro presenta live il nuovo disco “Normale”

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Di Gabriella Lax

E’ la contraddizione il fil rouge che lega parole ed emozioni. Così l’amore appare a tratti romantico e poi ironico, irriverente, ma sempre veritiero. Sono fotografie, scherzose e vive le immagini che prendono forma nelle canzoni di Augusto Favaloro. Già protagonista di una della serate del Face Fest ad Ecolandia torna in concerto ieri sera a Reggio Calabria, al caffè Malavenda, per promuovere il nuovo disco da solista, dal titolo “Normale?”. In pista nell’avventura in musica insieme alla voce di Favoloro ci sono, ancora una volta, Alessandro Scarpino alla chitarra, Salvatore Marra al basso, Domenico Pizzimenti alla batteria e Pasquale Campolo al pianoforte. Arriva sul palco a musica iniziata Favaloro, perfetto menestrello, padrone di casa, mentre scorrono le immagini della copertina del disco. Apre “Peccato” e poi ancora “Riposa” e “Il sole della 19” perchè “Niente finisce finché non finisce” suggerisce il cantautore, pensando alle situazioni inaspettate, che arrivano all’ultimo momento. Come inaspettato qualche anno fa era arrivato il successo per Augusto ed il suo gruppo, “Le sfere cristalline concentriche”, il nome lungo e curioso, fuori da ogni canone, che riprede la teoria di Pitagora, protagoniste queste sfere, ferme in cielo, chissà dove, pronte a regalare suono e armonia al mondo col loro movimento circolare. E nel movimento si susseguono ancora “Corpo” e la criptica “Serial killer”. “Scrivo canzoni da quando avevo 15 anni – racconta Augusto – a casa avevo un pianoforte, non ho mai studiato musica, ma ho iniziato a comporre canzoni. In realtà non pensavo di concludere nulla perchè un po’ mi vergognavo”. Da emigrante a Milano con la famiglia, a 21 anni torna nella città dello Stretto e conosce dei coetanei che suonano. Da lì parte l’idea: le parole divengono canzoni. “A quel punto, quasi costretto, nasce il progetto delle “Sfere cristalline concentriche” e abbiamo iniziato a suonare in città”. E poi il “miracolo” nel 2006. 2016-08-20-10-30-40“Ho iscritto il gruppo ad un concorso organizzato dal “Corriere della sera”, “Sun and sound”, in 5 siamo partiti, pensando “Vabbè suoniamo e ce ne torniamo” e invece abbiamo vinto”. Da lì in poi la strada in discesa. Il gruppo apre il concerto di Biagio Antonacci a San Siro e, nel dicembre del 2007 arriva l’incisione del primo singolo “Un bacio cos’è” e poi apparizioni televisive ad “Amici” di Maria De Filippi, l’altra su Raitre, nel corso della trasmissione Glob. “Come gruppo non scrivevamo insieme. Tutto troppo presto, con sole cinque canzoni, la cosa è un po’ morta, dopo piccoli picchi. Ad un certo punto, avevo anche mollato”. Poi, un anno fa, il progetto da portare avanti “Senza pretese – confessa il cantautore – so che si tratta di una musica particolare”. Una musica “ilaro-tragica” l’ha definita qualcuno, con un miscuglio di comicità che riporta a tratti a “Elio e le storie tese”, come nella divertente “Vola Silvio vola”, di cui viene concesso il bis. “E’ la contraddizione continua che rispecchia il mio carattere penso sia il filo comune – chiude Favaloro – una sensazione che avverto già quando scrivo ma principalmente nella vita quotidiana”.

Ho aspettato di ascoltare Augusto e la sua band prima del concerto. I musicisti erano sul palco e io cercavo lui. Sparito. Era a meditare prima di cantare, mi hanno detto. Un primo indizio che depone a suo favore. E poi, annuncia canzoni, racconta di pezzi (“Incubo nero”) che possono cambiare il karma di chi le ascolta. Insomma siamo a due indizi. Grinta disinvolta la sua in scena, spontaneo, mai artefatto, mentre ammicca e tesse le tele delle sue immagini, di spiagge, di treni, di “Amici di una vita” a cui dedicare ritornelli. A concerto concluso, mentre stiamo per chiacchierare, arriva qualcuno che vuole un autografo sul disco. Poi sottovoce gli sussurra “A me hai ricordato Rino Gaetano”. E Augusto sorride sotto i baffi.

Film, la “versione” dei Rolling Stones

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Uscire indenni dallo spirito di ribellione/distruzione che ha caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta non è stato un gioco da ragazzi. Band di grande caratura si sono autodistrutte per molto meno. Eppure i Rolling Stones ci sono ancora. Vivi e (molto) vegeti sono arrivati a celebrare i cinquant’anni della loro carriera anche con una serie di concerti. Immagini straordinarie ed inedite, performance live, di materiale storico e cinegiornali dell’epoca, musica con “M” maiuscola caratterizzano “The Rolling Stones Crossfire Hurracane”, il docufilm di Brett Morgen, in arrivo in trecento sale cinematografiche a fine mese, distribuito da Microcinema.

Un uscita che rientra nei festeggiamenti dei 50 anni di carriera della band. Presentato in Inghilterra ad ottobre, il film è prodotto da Mick Jagger. Si tratta della “Versione ufficiale” della storia della band, coi protagonisti del gruppo che si raccontano, con serenità e sincerità, in prima persona. Sarebbe stato impossibile riassumere anni di lavoro in musica in sole due ore, così il regista si è focalizzato sui primi vent’anni della storia del gruppo, gli anni dell’“innocenza”, in cui avviene la trasformazione e degli Stones diventano ciò che compiutamente sono oggi. «Mi concentro sul periodo che va dall’arresto di Jagger e Richards nel 1967, che li trasforma definitivamente in “bad boys”, quando Richards smette di interpretare un personaggio e diventa quel personaggio, fino al 1977, quando Keith viene arrestato in Canada, è sul punto di distruggere definitivamente la band e invece inizia il suo percorso di uscita dalla tossicodipendenza e parte per loro una nuova carriera».

«Avremmo potuto fare come i Beatles e realizzare una lunga serie. Ma Mick Jagger ha subito pensato ad un lavoro diverso, meno ortodosso, non un documentario tradizionale, non una celebrazione o un film di memorie. E anche a me piaceva l’idea di raccontare gli Stones in maniera diversa, e spero di esserci riuscito» chiarisce il regista, già documentarista di livello, impegnato in “Chicago 10”, nominato all’Oscar per il suo On the ropes e (naturalmente) grande appassionato di musica.

Gabriella Lax

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Al ritmo delle discoteche silenziose

silenziose discotecheMolto di più che un semplicistico controsenso! Le “discoteche silenziose” (Silent disco) sono un fenomeno in continuo fermento ed evoluzione e, soprattutto, inarrestabile. Immaginate di entrare in locale e di non sentire musica. Il trucco c’è e si vede. Ciascuno dei partecipanti indossa una cuffia, grazie alla quale può ascoltare la musica al volume che preferisce e senza creare fastidi alla quiete pubblica. Anteprima assoluta in Italia la scorsa estate, a Bologna, presentata al Flippaut Festival, nel cast : The Chemical Brothers, Moby, Audioslave, Prodigy, Slipknot, e molti altri.

Un evento in cui sono state fornite al pubblico cuffie FM stereo digitale, ognuna delle quali dotata di un volume individuale e bassi regolabili, centro metri di raggio e due canali di frequenza.
E’ stata Emily, la giovane figlia di Michael Eavis, patron dello storico festival di Glanstonbury, in Inghilterra, l’inventrice del sistema rivoluzionario della discoteca silenziosa. Una novità musicale a cui molti hanno preso gusto tant’è che il primo locale è nato nelle Marche, tra Castelraimondo e Camerino, località Torre del Parco.

È l’alternativa per azzerare la guerra dei decibel verso le discoteche classiche e rinvigorire la voglia di stare insieme. Nella discoteca con le cuffie ad ognuno viene consegnata una wireless headphone, con la possibilità di scegliere la musica, tra quella proposta da due dj o altre personali playlist.Usando le cuffie potremo andare avanti con la musica fino a notte fonda e senza infrangere la legge. Tutti ballano e si muovono secondo la musica scelta in un contesto sostanzialmente silenzioso che permette anche di colloquiare, senza il condizionamento dell’assordante ambiente della discoteca tradizionale.

Gabriella Lax

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Amy Winehouse, riaperte le indagini

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Un’anima senza pace in vita e destinata, evidentemente, a non riuscire a trovare riposo eterno nemmeno dopo la morte. Sono state le riaprire le indagini sulla morte della cantante inglese Amy Winehouse, deceduta il 23 luglio del 2011 nella sua casa di Cadmen Town a Londra, in circostanze non del tutto chiare. La morte, secondo il verdetto del coroner era stata “accidentale per avvelenamento da alcol”. Peccato però che Suzanne Greenway, medico legale a capo della prima inchiesta, a quanto pare non era in possesso dei requisiti per svolgere l’incarico, non avendo effettuato il periodo minimo di 5 anni di pratica forense nel Regno Unito, necessario per ricoprire l’incarico presso il tribunale londinese.

Dopo aver ascoltato diversi pareri legali, si è arrivati alla conclusione che, a causa della riscontrata inabilità del precedente medico legale a svolgere l’incarico che le era stato affidato, l’inchiesta riguardante la morte di Amy Winehouse non può considerarsi tecnicamente valida” recitano i documenti del caso. Così, tra qualche settimana, avrà luogo una nuova udienza presso il Tribunale del Coroner di St. Pancras, dove si era svolta già la prima. Solo poco tempo fa era stata venduta all’asta l’abitazione in cui Amy Winehouse era stata trovata morta. E con questa vendita sembrava, all’apparenza, essersi chiuso l’ultimo capitolo di una drammatica storia che aveva lasciato in lacrime milioni di fan della cantante, morta improvvisamente dopo una vita fatta di eccessi e sregolatezze. Non è stato così.

Il dato più sconcertante è che la salma della ventisettenne potrebbe essere riesumata, secondo la stampa anglosassone, poiché il referto di morte non sarebbe valido visto che il coroner non era ancora abilitato alla professione. E sulla vicenda ha espresso il suo sconcerto il padre di Amy, Micht Winehouse che ha dichiarato «È difficile pensare che non fossero stati messi in atto i dovuti controlli per accertare la competenza ad agire di chi ha ricevuto l’incarico. Siamo stati comunque rassicurati dal fatto che il dipartimento di medicina legale si è avvalso di professionisti altamente competenti, dunque non pensiamo che il precedente verdetto possa essere ribaltato. Certo è che rivivere tutto questo di nuovo non ci fa piacere: ci auguriamo che la questione venga chiusa nel minor tempo possibile».

Gabriella Lax

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Venduta la casa di Amy Winehouse

Amy+Winehouse+amyCon grande rimpianto e dispiacere la famiglia Winehouse ha deciso di mettere in vendita la casa. Amy adorava quella casa ma nessuno della famiglia ha ritenuto opportuno viverci. Non è stato pratico tenere la casa vuota e continuare a pagarla per tenerla vuota. E’ una bellissima casa e sarà un luogo che renderà felice qualche altra famiglia”.

Chissà quante volte quelle mura l’avranno vista piangere, disperarsi, altre volte sognare. La casa di Camden Town a Londra, in zona residenziale, che ha visto uscire, per l’ultima volta Amy Winehouse, quel 23 luglio del 2011, nel giorno della sua morte, adesso finalmente è stata venduta per quasi due milioni di sterline. Da qualche mese l’appartamento era stato messo in vendita a un prezzo ben più alto, tre milioni di sterline. Tuttavia, Mitch Winehouse, il padre della cantante prematuramente scomparsa, ha deciso di abbassarlo e vendere la casa all’asta, subissato dalle ripetute richieste da parte dei fan, desiderosi di visitare la casa in cui aveva vissuto Amy. L’appartamento infine è andato ad una coppia di quarantenni che, lo scorso lunedì, ha partecipato all’asta della McHugh & Co presso il club Bafta di Piccadilly.

La casa appena acquistata non è quella in cui la giovane cantante aveva ospitato, per settimane, una senza tetto. Già, perché è sempre stata vista come una cattiva ragazza Amy Winehouse, fin quando, da ragazzina, col suo carattere ribelle, venne espulsa dalla scuola per via di un piercing al naso. Io la ricordo invece con un piccolo orfano in braccio, mentre saluta suo padre, in uno dei tanti posti ameni in cui aveva tentato di disintossicarsi. E la sua immagine era molto lontana dall’icona soul, sul palco irriverente, sfacciata, con un chilo di kajal e un’extention alta da fare invidia a Marge Simpson, quasi come fossero corazze per proteggersi dal mondo. La Amy che ricordo io ha le gambe talmente magre che sembra non riescano a reggere il suo peso, ha il viso pulito e sorridente di una bambina in colonia.
Generosa, divertente ma soprattutto vocalmente dotata, prima di seguire il tragico percorso dell’autodistruzione, comune a molti talenti, aveva regalato al pubblico due album di successo “Frank” e “Back to black”. Amy Winehouse cresce ascoltando diversi generi di musica (dalle Salt-n-Pepa, a Sarah Vaughan, Dina Washington), confessa l’incontro fulminate col jazz, la sua adorazione per Madonna. A sedici anni firma il contratto per la Universal Island Records. “Frank” è il primo disco. Intimo, semplice e con una rara combinazione al suo interno: umorismo e introspezione. E’ l’album di debutto in cui la cantante esprime per la prima volta la sua personalità. Si tratta di un disco pieno di contraddizioni. Le parole delle canzoni sono fortemente autobiografiche, trasudano sofferenza, raccontano dell’alcol, si nutrono della sofferenza del quotidiano.

Il destino della giovane si incrocia con quello di Blake Fielder Civil, si innamorano, si sposano e condividono alcol, droghe e perdizione. “Back to black”, il secondo album, rivela un talento puro, una voce bianca più nera che mai, una nuova Aretha Franklin.
Perde quattro taglie tra il primo ed il secondo disco, tant’è che, nel 2009, si rifà il seno con un intervento da 40 mila sterline; alterna bulimia ad anoressia e ad attacchi di autolesionismo. Sentendola cantare stupisce che una voce così potente e profonda riesca a venir fuori da un corpo così minuto. Certo è che avremmo volentieri fatto a meno di aggiornare la galleria dei 27.

Gabriella Lax

Fornarelli e la sacralità della musica

“Fornarelli Trio” live al “Cave”

Serviva rompere le catene del main street jazz, serviva, per “sopravvivere”, un cambio stilistico. E per far questo sono serviti due anni di silenzio, senza la musica. Ma, da questa catarsi, Kekko Fornarelli è uscito farfalla dal bozzo. «Ero a L’Aquila, prima dello scempio del terremoto in un teatro pieno di gente, dunque il clima ideale per suonare. Eppure, c’è stato un momento in cui ho realizzato che non mi divertivo più». Racconta di uno stop di due anni, il pianista e compositore, e delle riflessioni che, conseguentemente, lo hanno portato ad un «ritorno alla semplicità ed all’immediatezza della musica jazz senza fronzoli».

Fornarelli, pugliese, originario di Bari, ha trovato un sound tutto personale, con salde radici nella preparazione del pianoforte classico e col sapore della libertà vera che solo la musica jazz.Saranno le ultime date italiane per “Kekko Fornarelli Trio”, prima della partenza per il tour che a dicembre vedrà il gruppo protagonisti in Asia e poi, nei mesi successivi negli altri continenti. Insieme a Fornarelli piano e synth, nel trio ci sono Luca Alemanno virtuoso del contrabbasso e Dario Congedo alla batteria.
Il percorso artistico che ha fatto porta Fornarelli ad avere le idee molto chiare, soprattutto quando gli domando come sta andando il jazz in Italia, considerato che tanti, anche giovanissimi, si avvicinano a questo genere, anche scolasticamente. E’ tassativo «Nel nostro Paese non va bene, ma non perché non ci sia fermento. Semplicemente perché il jazz nasce come una musica spontanea, frutto dei momenti di libertà dei neri nelle piantagioni. Per questo motivo non si può chiudere in quattro mura e non si può insegnare nelle scuole di jazz».

L’ambiente intimo di un piccolo ritrovo, il Cave, è l’ideale per sentire l’eco della poesia che passa sulle note, come il tempo che inesorabile scorre e che si fa fatica ad accettare (Time goes on), come la corsa continua, come in una jungla, all’inseguimento del nostro quotidiano (Daily jungle), come la solitudine del musicista che viaggia per il mondo, lontano dalla casa e dagli affetti, un compromesso vitale per inseguire un sogno (Dream and compromise). Singolarmente Fornarelli porta aventi il progetto “Piano Solo” e l’album dal titolo “Monologue”, registrato a Dublino e che sarà in tour dal mese di marzo prossimo. «I titoli delle composizioni sono rigorosamente in inglese perché la musica si esporta e, a differenza che nel nostro Paese, all’estero c’è quella sacralità e rispetto per l’arte».

Gabriella Lax