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“Rizomata”, la cifra artistica di Kreszenzia Gehrer in mostra fino al 27 settembre

rizomata-mostra-di-kreszenzia-gehrerInaugurata lo scorso 25 settembre, presso lo studio fotografico di Giovanna Catalano la mostra di Kreszenzia Gehrer, curata da Eduardo Grillo, dottore di ricerca in semiotica, e allestita da Valentina Tebala, curatrice indipendente. La mostra, intitolata “Rizomata” sarà visitabile fino al 27 settembre e apre una mini rassegna artistica che indagherà, con i mezzi propri delle varie forme d’arte, il tema delle radici.

“Il Rizoma è nozione cardine della filosofia e della semiotica contemporanee; la linea di sviluppo labirintica e inclusiva che caratterizza la nostra cultura. Dei principi che guidano l’espansione rizomatica, uno è quello della ‘Molteplicità’; il Rizoma è un sistema aperto e mobile, infinitamente percorribile, che a ogni nodo consente nuove associazioni, nuove interpretazioni. Il Rizoma assorbe così il suo Ospite, colui che lo percorre, incorporando nel suo svolgimento le nuove interpretazioni, le mappe che egli disegna per orientarsi nel cammino.

La cifra di Kreszenzia Gehrer è il Rizoma. Ogni opera è un passo ulteriore che insegue la dinamica di accumulazione del senso, un costante incremento semantico e formale, di cui la mostra tenta di restituire la derivata.

Se il percorso eidetico-formale di Kreszenzia è rizomatico, lo è anche la cornice tematica. Il punto di partenza è infatti ‘Die Erde’, la Terra, il terreno sul quale si cresce e in cui rimangono le ‘radici’, sempre attive ma nascoste, seppellite. La Terra è il luogo da cui si proviene e al quale non si cessa di tornare; ‘Heimat’, il luogo-Madre sempre vagheggiato, il posto in cui si parla la lingua degli affetti. Ma non si tratta di una reminiscenza idilliaca. Il passo successivo è infatti il non-familiare, il Perturbante, che sempre incombe su ogni ritorno alle radici. Il Perturbante è ciò che spaventa, l’esperienza emotiva che scuote le certezze, ogni volta che emerge la natura ambigua degli oggetti consueti. ‘Das Unheimliche’ è il luogo dell’ambiguità, dell’indecidibilità emotiva.

E l’indecidibilità caratterizza anche i giochi dei bambini. Non sorprende allora che l’ultimo passo sia ‘Die Seele des Spielenden Kindes’, l’anima pura ma sempre in pericolo dei bambini che giocano i loro giochi, in cui l’innocenza si espone ai rischi dell’esperienza.”

Abiti da star in “Hard Rock couture”

mado_01_941-705_resizeLa tutina zebrata “slimfit” di Freddie Mercury; la giacca di John Lennon, indossata per la foto di copertina dell’album Rubber Soul; il provocatorio corsetto dorato, disegnato da Jean Paul Gautier, indossato da Madonna in versione “Like a Virgin”; la giacca da carcerato indossata da Elvis Presley nel film “Jailhouse Rock” e quella di pelle rossa di Michael Jackson, che ha caratterizzato le tendenze degli anni Ottanta, sfoggiata nel video di “Beat It” e poi ancora ci sono pezzi di Elton John, dei Kiss, di Kate Perry.

Passa dai costumi di scena, dai look dei concerti memorabili la storia del rock. Da qualche giorno in esposizione nelle vetrine milanesi di Virgin Radio ci sono gli abiti della mostra, pronti a volare a Venezia, dal 7 al 16 giugno 2013, al Teatro Stabile del Veneto “Carlo Goldoni”, dove sarà allestita la mostra “Hard Rock Couture – a music inspired fashion collection”.

Un lungo lavoro di ricerca portato avanti da due anni dagli “Hard Rock Café”, alla pazza ricerca nei bauli delle soffitte, per scegliere i pezzi più significativi, simboli della cultura rock dagli anni ’50 ai giorni nostri tra i quasi ottantamila pezzi della collezione.

«Ci abbiamo messo quasi due anni, scegliendo accuratamente dal patrimonio della nostra collezione, per poter mettere insieme una mostra che potesse sbalordire i nostri ospiti La rassegna mette in luce una parte unica della storia della musica e offre agli appassionati di vederla da vicino». Così spiega gli obiettivi dell’evento Jeff Nolan, curatore della mostra e storico di Hard Rock.

Oltre agli abiti, a impreziosire i pezzi unici della mostra contribuiranno anche cimeli storici di Elton John e Elvis Presley, un raro manoscritto per un brano di Jimi Hendrix, note originali di John Lennon, una dedica amorosa di Freddy Mercury, disegni di John Entwistle degli Who e gli annuari scolastici di giovanissimi Michael Jackson e Madonna.

Gabriella Lax
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Ferragamo, calzolaio “prodigioso”

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Dalla scarpetta in cristallo di Cenerentola a quelle inconfondibili con le suole rosse di Dorothy nel mago di Oz. Ci sono altre scarpe che, grazie all’estro ed all’artigianalità preziosa del loro creatore, sono entrate nella storia.
Il calzolaio prodigioso, fiabe e leggende di scarpe e calzolai” è il titolo della mostra promossa dal museo Ferragamo di Firenze, ideata e curata dal presidente Stefania Ricci con Sergio Risaliti e Luca Scarlini. In esposizione 93 meravigliosi esemplari e 20 tacchi gioiello firmati Salvatore Ferragamo, accanto a decine di opere di artisti di ogni genere e disciplina, in una collettiva confezionata per palazzo Spini Feroni, in piazza santa Trinità a Firenza. Si tratta di un evento multimediale che raccoglie vari linguaggi artistici quali pittura, scultura, video, poesia, letteratura e musica. Magico intreccio tra fantasia e realtà stimola la mente a viaggiare con l’immaginazione, ripercorrendo la storia della scarpa. Un oggetto che rappresenta non solo ricchezza e potere, ma è anche simbolo di duro lavoro, testimoniato dalla figura di Ferragamo, caparbio e lavoratore che, alla sua passione, ha dedicato la vita.

La mostra è caratterizzata da un percorso che svela all’occhio dello spettatore un susseguirsi di microstanze delle meraviglie, ognuna dedicata ad ospitare opere illustri: dalla video istallazione di Mimmo Paladino al fumetto di Frank Espinosa, ispirato proprio dall’autobiografia di Salvatore Ferragamo fino al premiato cortometraggio “White shoe”, di Mauro Borrelli (già collaboratore di Tim Burton) che racconta la storia di Salvatore Ferragamo. Un racconto che prende a tratti le sembianza di una bella favola.

Salvatore è un bambino povero dell’Italia del Sud, ultimo di 14 figli di una famiglia di Bonito vicino Napoli. Leggenda vuole che in una sola notte il bambino prodigio abbai realizzato quelle scarpette bianche per la sorellina. Partito alla conquista dell’America e del cinema di Hollywood, Salvatore Ferragamo tornerà dopo molti anni in Italia. A Firenze, nel dopoguerra, diventerà una vera leggenda stilistica esaudendo i desideri di moda di dive e regine dello star system e della politica internazionale. Firenze la città di adozione di salvatore Ferragamo, sede del quartier generale della maison gli rende doveroso omaggio (la mostra rimarrà aperta fino al 14 marzo 1014) con un’esposizione, che si affianca alla neonata fondazione Ferragamo, presieduta dalla moglie Wanda, destinata a promuovere artigianato ed eccellenza del made in Italy.

Tra il gusto classico e l’immaginazione visionaria delle sue scarpe, la fiaba di Salvatore è destinata a continuare nel tempo, lungo i passi di chi sceglie l’artigianalità e la moda firmata Ferragamo.

Gabriella Lax
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Salgado, in missione per la “Terra”

4«Lo scopo di questo progetto è ricongiungerci col mondo com’era prima che l’uomo lo modificasse fino quasi a sfigurarlo. Dobbiamo salvare il pianeta prima che sia troppo tardi. Non possiamo continuare a inquinare terreni, arie e acque. dobbiamo agire per preservarlo».

Le immagini degli “ultimi”, di volti disfatti dal sole delle donne indigene, di mani stracciate e di sorrisi spenti dalla fatica di tanti bambini. Ancora una volta, per il fotografo Sebastiao Salgado, la missione è la terra! Lo sguardo maestoso della natura per ricordare a tutti che siamo all’ultima chiamata. Il nostro pianeta ha bisogno di essere amato e rispettato dai suoi abitanti. “Genesi” è il titolo della mostra del fotografo, presentata in prima mondiale il 15 maggio a Roma (vi resterà fino al 15 settembre), all’Ara Pacis e, in contemporanea in altre grandi capitali (Londra, Rio De Janeiro e Toronto). Da queste città proseguirà il suo cammino attraverso altre tappe che la porteranno a raggiungere tutte le maggiori metropoli del mondo. Una sorta di “chiamata alle armi2 come spiega Salgado che, in questo progetto, è stato sostenuto dalla moglie.

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L’idea è arrivata negli anni Novanta, quando il fotografo ricevette in eredità un’azienda agricola in Brasile. «Io e le mie sorelle ci siamo trovati tra le mani un territorio in cui le foreste erano scese a meno dello 0,5%. Una terra bruciata: dove un tempo si potevano allevare decine di migliaia di capi di bestiame ora ce n’era appena qualche centinaia».Così con la moglie è nato il progetto di far rivivere quella foresta. Si trattava di trovare i soldi per piantare 2 milioni di alberi di 200 specie. Per questo i Salgado hanno iniziato a girare per gli Usa e l’Europa in cerca di aiuto. «Lavorando alla ricostruzione di un paradiso come quello in cui ero nato, ho pensato di realizzare un progetto diverso dai precedenti: avrei mostrato le meraviglie che rimangono nel Pianeta».

E l’immagine iconica è certamente quella della donna col figlio, avvolta in un mantello mentre guarda nascere il giorno sotto un cielo che sembra davvero quello della Genesi, un’enorme valle dell’Etiopia: occhi smarriti che, altro non sono, se non il segno del nostro smarrimento, quello dell’umanità. Uno sguardo sul mondo nei duecento scatti di Salgado, un viaggio che testimonia, nella rota verso i cinque continenti, in dieci anni di lavori, la rara bellezza del nostro principale patrimonio, unico e prezioso: il mondo in cui viviamo. Paesaggi variegati che vanno dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia.

Una serie di sezioni compongono la mostra, così da coprire tutti i continenti, si va dal Pianeta Sud (l’Antartico e la Patagonia), alle Terre del Nord (il Canada, l’Alaska, la Kamchatka), dal Pantanal (Amazzonia e Mato Grosso) all’Africa, passando per i Santuari (Madagascar, Papua, Indonesia). Promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovrintendenza Capitolina e dalla Camera di Commercio di Roma, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, realizzata da Amazonas Images e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, a cura di Lélia Wanick Salgado.

Gabriella Lax
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L’arte in scena sul grande schermo

image001Impara l’arte…guardandola sul grande schermo. Ovvero, come racconta il produttore Phil Grabsky, la visione del film è consigliata «a tutti coloro che non possono raggiungere la Royal». Se finora avete immaginato opere da ammirare solo nei musei e nelle gallerie d’arte, potete ricredervi. Ed il primo grande esempio viene proprio in questi giorni. E’ cominciata lo scorso 11 aprile anche in Italia la stagione delle grandi esposizioni d’arte sul grande schermo, con “Ritratti di Vita” di Manet, dalla Royal Academy di Londra in contemporanea in trenta paesi nel mondo al cinema, retrospettiva dedicata al pittore impressionista. Una mostra al cinema che prende il via dopo il primo grande successo “Leonardo Live”, che ha portato la mostra sold out della National Gallery di Londra. Con “Exhibition: la grande arte al cinema”, cento sale italiane da Milano a Roma potranno esibire le esposizioni. Tornando a Manet, si tratta la mostra è la prima retrospettiva che ne racconta l’intera carriera, dal 1832, al 1883, dipinti provenienti da Europa, Asia e Usa per novanta minuti sul grande schermo ed un pubblico internazionale, con gli spettatori di Inghilterra, Argentina, Australia, Canada, Cile, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Guatemala, Ungheria, India, Malta, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Russia, Svezia, Svizzera.

Una grande platea silenziosa molto maggiore rispetto al passato grazie alla tecnologia del cinema digitale che, in questo caso, non si limita a proporre su grande schermo soltanto i dipinti esposti ma svela cosa si nasconde creativamente e tecnicamente dietro una mostra e un quadro.
“Exhibition”si occuperà di “Munch 150”, dal Museo Nazionale e dal Museo Munch di Oslo, al cinema giovedì 27 giugno alle ore 20 e “Vermeer e la musica: l’arte dell’amore e del piacere” dalla National Gallery di Londra dal 10 ottobre.

Gabriella Lax

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“Distensio animi” di Davide Ricchetti

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«Era da un po’ di tempo che avevo pensato a soggetti che fossero della donne. La mostra mi ha dato l’opportunità di realizzarli. I due colori presenti, il bianco ed il nero, mi son serviti a dare più delicatezza alle figure. Poiché in alcuni casi i colori riescono a distrarre. Ho preferito soffermarmi su queste donne, delle quali non si distingue il ceto sociale. Alcune sono giovani, come la ballerina, poi ci sono altre più mature». Nell’ambito della mostra d’arte “Underground”, organizzata da SosBeniCulturali, la personale dell’artista Davide RicchettiAttimi”, allestita nel sito archeologico ipogeo di Piazza Italia a Reggio Calabria.

I volti e le figure in bianco e nero, sono nove, tutti realizzati per quest’esposizione. Ci sono tele ad olio, ma anche carboncino su foglio, sempre in bianco e nero. E poi ci sono un paio di altri dipinti già realizzati dall’artista per altre mostre per una contemporaneità figurativa che, anche in questa occasione, si sposa bene col classico arcaico dei resti di piazza Italia.

«Gli attimi, sono quegli istanti in cui il tempo, il kronos, non esiste, svanisce di fronte ad un’emozione interiore, ad un ricordo o ad un pensiero che, per un istante appunto, abbraccia l’universo. L’“attimo” in cui l’interiorità si allarga fino a divenire “mondo senza confini spazio-temporali”, dopotutto anche la luce che vediamo delle stelle non è altro che passato nel presente (il pensiero astronomico è stato all’origine dell’ispirazione nds). “Attimo” è quindi la “distensio animi”, un’estensione dell’anima. E’ questa a darci la misura del tempo. Ciò che viene misurato dall’anima non sono, quindi, le cose nel loro trascorrere, ma la traccia che esse lasciano e permane nella nostra anima anche quando esse sono ormai un ricordo . Le dimensioni dell’esistenza sono quindi articolazioni del distendersi dell’anima: l’attesa, il momento, il ricordo». Questa volta, a quanto pare è stato più in lavoro di “pancia”, «è stato un percorso molto istintivo, una lunga ricerca, ho fatto molte foto, ma mi sono lasciato guidare maggiormente dall’ispirazione che dalla razionalità, contrariamente ad altre volte».

Gabriella Lax

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Helmut Netwon, da Vogue al nudo

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A lui il merito di aver sdoganato il nudo. Dalle pagine patinate di Vogue Helmut Netwon ha consegnato al mondo una nuova immagine della donna immortalata fuori dallo studio fotografico, nella seduzione del lusso e della moda. Più di duecento scatti del fotografo più guastafeste ed irriverente, a tratti perverso, del XX secolo si trovano a Roma, nella mostra allestita, fino al 21 luglio, al palazzo delle esposizioni. Un esaltazione delle curve e dei contrasti. Sono le donne le vere protagoniste, capaci di raccogliere l’essenza del suo sguardo e del suo scatto: nude, quasi sempre, vestite solamente dell’opulenza degli ambienti dai quali sono circondate.

“White Women”, “Sleepless Nights”, “Big Nudes” (“Donne bianche”, “Notti insonni”, “Grandi nudi”) sono i tre i temi della mostra in un progetto nato nel 2011 per impulso di June Newton, la vedova del grande fotografo tedesco, che raccoglie immagini selezionate dai primi tre libri di Newton pubblicati alla fine degli anni 70. In quel periodo, Newton è un famosissimo fotografo di cinquantasei anni ma, malgrado la non più giovane età, non ha ancora dato alle stampe un libro monografico. Pubblica dunque “White Woman”, oggi considerato un volume leggendario, che riceve subito dopo la sua pubblicazione il prestigioso Kodak Photobook Award. Un libro rivoluzionario, capace di portare, per la prima volta, il nudo nel mondo della moda, suscitando provocazione ma soprattutto capace di proporre concetti mai sperimentati prima che trasformano il ruolo della donna nella società occidentale. Gli stessi concetti sono proposti “Sleepless Nights”, uscito due anni dopo: corpi di donne, ma anche moltissimi ritratti e reportage da scena del crimine.

Il libro raccoglie anche le immagini da Vogue ed altre riviste per cui il fotografo aveva collaborato (fashion photography). Tutte le foto, comprese quelle di “Big nudes” sono ristampate secondo le indicazioni della moglie di Netwon. In contemporanea a quella di Roma, aprono altre tre esposizioni di foto di Newton, a Berlino (alla Helmut Newton Foundation), Atene e Budapest.

Gabriella Lax

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