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Ectoplasmatica Lena nella tempesta

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Di Gabriella Lax

Dimenticate tutto quello che avete letto di Alessia Gazzola finora. Almeno se volete essere critici lucidi. Fate finta che non abbia scritto nulla. Può essere tante cose un segreti: in questo romanzo è una spada di Damocle che non mette a rischio la vita della nostra protagonista ma che le toglie il respiro e la tiene chiusa, serrata nei margini della paura. A nulla serve lo scenario selvaggio e incantato che la Gazzola dipinge nell’isola immaginaria di Levura. La protagonista, Lena cerca proprio nell’isola di ritrovare se stessa, per farlo tuttavia il passaggio dalla tempesta e dal dolore sarà inevitabile. Si avverte una tensione crescente, man mano che tutti i personaggi entrano in scena: come se tutti i pezzi del puzzle, per una serie di casualità, stessero concorrendo a posizionarsi nella loro parte della storia. Tutto si mette in modo che il segreto se non svelato possa essere risciolto, libero e innocuo, proprio come accade alle onde che smettono di fracassarsi alla fine della burrasca. Dei passati romanzi resta in piedi una protagonista femminile ben diversa da quelle divertenti, buffe, a tratti, e scanzonate. Comprendiamo il bisogno dell’autrice di staccarsi dalle felice figura letteraria di Alice Allevi che tanto bene le ha portato finora. Il personaggio di Lena, anche se frutto di ricerche ed empatia, non suscita quelle emozioni a cui ci aveva abituati Alice. Lena appare leggera, quasi ectoplasmatica, e nello stesso tempo, con un fardello di tristezza pesante che il lettore avverte. E la bellezza della natura dell’isola, per contrasto, enfatizza tutto questo peso. Il rovesciare le carte poi, a poche pagine dalla fine, è un coupe de théatre poco credibile e inverosimile: uno scherzo della memoria, cambia le premesse. La scrittura della Gazzola è, come sempre piacevole, ma riesce a tenere incollati solo chi la ama veramente. Per il resto si sente la necessità di sbarazzarsi di questo velo di tragico inutile che pervade il romanzo. Nonostante il lieto fine.

Manuel De Sica racconta nel suo libro «Così mio padre ci ha insegnato l’umiltà»

1229013655500_desica_003_fam_mamma-papa-e«Sono nato a Roma nel 1949 a Villa Margherita, l’anno successivo all’uscita nelle sale (e immediato rientro) di “Ladri di biciclette”».
Un racconto accorato e lucido, tratteggiato da un punto di vista privilegiato. Così il volume (autobiografico) di Manuel De Sica, “Di padre in figlio” (Bompiani editore), presentato alla Casa del cinema” di Roma, qualche giorno fa. Avevo avuto il piacere di ospitare su questo blog il maestro De Sica in persona (quale onore…!), in occasione della presentazione della grande (visitatissima) mostra multimediale, da mesi all’Ara Pacis, dal titolo “Tutti De Sica”, pregevole spaccato del grande Vittorio De Sica, percorso capace di riproporre la figura complessa e sfaccettata uno del grande regista ed attore, ben quattro volte Premio Oscar. Proprio della mostra, il libro può considerarsi una trasposizione letteraria.

Quanto mai più veritiero anche il racconto che Manuel fa a proposito della storia famiglia, iniziata quando il nonno, Umberto De Sica, impiegato alla Banca d’Italia (in realtà con una repressa vocazione d’attore) disse a suo padre «Entra in Arte». Un consiglio pregevole, capace di deviare la rotta della vita di Vittorio che, nel 1923, si era trovato di fronte ad una scelta importante. Animato dal sacro fuoco della recitazione Vittorio non entrò mai in banca, piuttosto si domandò se gli convenisse «entrare in Arte con una grande attrice russa che mi offre per ora un posto di comparsa?». Siete curiosi? Questo non è che il primo di tanti aneddoti racchiusi del libro che lo stesso Manuel definisce «un mix tra biografia, aneddoti e saggistica».

Manuel («con l’ispanico accento sulla e»), figlio clandestino, nato da un’unione clandestina, il cui nome fu scelto dal padre in omaggio alle origini della madre, Maria Mercader, attrice catalana «spirito nomade». De Sica era già sposato con l’attrice Giuditta Rissone dalla quale aveva avuto una figlia legittima, Emilia “Emi”. Fu proprio il senso di colpa nei suoi confronti a spingere il grande regista che «si costrinse a trascorrere, per tanto tanto tempo, una notte da lei e una da noi».
Di-figlio-in-padreNon c’era altra scelta per due famiglie che dovevano, a tutti i costi, rimanere separate: una ai Parioli e l’altra all’Aventino in un grande appartamento dove Vittorio, Maria Mercader e Manuel si erano trasferiti dopo la nascita nel 1951 del secondogenito Christian. E poi ancora il lavoro, la vita sul set, i rapporti con gli attori, l’umiltà che ha insegnato ai figli, il sodalizio artistico sbocciato con Cesare Zavattini.

«Dal 1968 al 1974 io e papà siamo andati al cinema quasi tutte le sere. In più ascoltavamo sempre la musica come elemento distensivo per il suo animo. Nei suoi occhi, coglievo la gioia di ascoltare musica magica, mediatrice del nostro rinnovato rapporto, di quel nuovo, amoroso contatto che durò dal primo lavoro realizzato insieme fino al giorno della sua scomparsa».
La strada scelta da Manuel il cinema lo contempla solo in maniera trasversale. Dal 1969 compositore, autore di musica sinfonica, da camera e di più di cento colonne sonore composte per il cinema, tante in sinergia col padre. Fra queste musica per “Il giardino dei Finzi- Contini”, che gli valse una nomination all’Oscar nel 1971, quella per “Ladri di saponette” di Maurizio Nichetti (Globo D’Oro della Stampa Estera 1989), quella per “Al lupo al lupo” di Carlo Verdone (Nastro d’Argento 1992) e quella per “Celluloide” di Carlo Lizzani (David di Donatello 1996). Manuel De Sica è presidente dell’Associazione “Amici di Vittorio De Sica” che si occupa del restauro delle opere paterne, curatore di pubblicazioni su ciascun film restaurato.

«Il mio primo rapporto con papà non è stato facile. È stata la musica molti anni dopo ad avvicinarci». Dunque una biografia catartica, scritta anche «per liberarmi da una serie di angosce». Il libro fa tesoro di una serie di fotografie inedite e bellissime e preziose conservate dalla famiglia De Sica.

Gabriella Lax
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“Credevo fosse un’amica invece era una stronza”, il libro cult di Irene Vella

20130208181235Ce le portiamo dietro dall’asilo fino all’ospizio, sono una categoria mai in estinzione perché vive di pettegolezzo, si nutre d’invidia e si anima compiendo piccole e grandi cattiverie. Prima o poi capita di imbattersi nella “stronzamica”. Un fenomeno dalle caratteristiche “tutte al femminile” descritto nel libro “Credevo fosse un’amica e invece era una stronza” (Laurana Editore di Irene Vella, con prefazione di Cristina Parodi e Ivan Zazzaroni.
imagesAl “Just Cavalli” di Milano, la Vella ha catalizzato la créme de la créme dell’editoria milanese con la presenza di Elle, Vogue, Cosmopolitan, ed è riuscita a far spostare amici e giornalisti da ogni parte d’Italia per festeggiare quello che ormai viene indicato come il best seller del 2013.
Nella simpatica catalogazione della Vella eccole, le protagoniste sono loro: le “amiche perfide” e false: dalle colleghe, alle vicine di casa, persino cugine o amiche del cuore, descritte come “arpie senza scrupoli che remano contro, che sembrano le tue più intime confidenti e invece ti accoltellano alle spalle alla prima occasione”. E poi ci sono quelle che lo fanno in maniera più subdola, col sorriso di copertura mentre dietro ti sparlano, quelle che insinuano dubbi e paure, ma sempre con il sorriso. Un manuale semiserio per sopravvivere alle “stronza miche”, magari smascherarne la vera natura.

Un libro cult destinato a fare storia, come i suoi mantra: “Asfaltare la stronzamica prima che sia lei ad asfaltare te” o ancora “Le Stronzamiche sono come le Barbie ce n’è una per ogni tipo”.
Succede quasi esclusivamente alla donne perché spiega l’autrice «Noi donne abbiamo una marcia in più anche quando si tratta di essere stronze. Ci riesce meglio, siamo portate. A parte gli scherzi purtroppo, come dico nel libro, sono arrivata alla conclusione che nella vita ognuna di noi l’ha incontrata almeno una volta, dall’asilo alla scuola elementare, dalle medie alle superiori. Ce n’è sempre stato un esemplare tra noi perché nella maggior parte dei casi, la sorellanza tra due donne facenti parte dello stesso gruppo è un’utopia, raggiungibile solo nel caso ce ne sia una più brutta, meno appariscente e soprattutto facilmente assoggettabile. Il bersaglio perfetto, insomma, per la stronzamica».

Gabriella Lax

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Aldo Nove, “Mi chiamo” Mimì…

aldo-nove-chiamo-216847Si definisce «Uno che cerca di capire». Aldo Nove esce nelle librerie con “Mi chiamo…” (Skira edizioni), dedicato a Mia Martini, ricostruendone la figura drammatica, che affonda le radici nella calabresità e che visse distrutta dall’ignoranza e dalla cattiveria della gente. «Quando mi dissero che portava jella mi colpì vedere quanto ha sofferto. Una cosa inaccettabile in un mondo civile. A mio avviso è stata la più grande cantante blues italiana, intendendo la sua capacità di tirar fuori l’anima. Ho raccontato la complessità del suo mondo che guardava all’America rock di Jim Morrison ma al tempo stesso alle radici mediterranee di Murolo e Gragnaniello. Quando è morta stava preparando un disco di cover di Tom Waits e Janis Joplin».

Dal volume sarà tratto uno spettacolo teatrale poiché «il libro si ispira a “La voce umana” di Cocteau che fu portato al cinema da Rossellini. Andrà in scena a Milano a giugno, in forma di monologo, con protagonista Erika Urban». Maledetto e nichilista, Aldo Nove è stato, al suo nascere, un dei “cannibali” della letteratura, insieme ad Isabella Santacroce e Nicolò Ammaniti. «Fu un fenomeno mediatico nato da una strana alchimia reale. Siamo stati un gruppo di autori che, attraverso il linguaggio, ha creato un presente inedito. Abbiamo rinnovato la letteratura ciascuno seguendo il suo percorso personale. Ad esempio io amo la poesia e Ammaniti no così come lui ama la narrativa contemporanea americana di cui io non so nulla».

Gabriella Lax

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In un libro la saga siciliana dei Fiorello

catenafiorelloUno dei fratelli le aveva anche suggerito di cambiare nome. «Scherzando Rosario me l’ha pure detto: ti autorizziamo a rinnegarci». Ma dalla famiglia non si può prescindere. Soprattutto se ha radici che affondano nel vissuto, tra grandi gioie e piccoli dolori. Così autobiografico, ironico e commuovente è “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (edito da Rizzoli) è il nuovo romanzo di Catena Fiorello, si lei, la sorellina di Rosario e Beppe e Anna. «E’ la storia della mia famiglia, che ha superato le difficoltà col sorriso, spero sia da esempio». Un pane quotidiano che, a fatica, in alcuni giorni, si trovava sulla tavola. La Fiorello narra di essere cresciuta con una (super) mamma in grado di far magie pur di far tornare i conti in tavola. Con serenità, se pur in difficoltà, la famigli ha creduto nel futuro, sempre molto dignitosamente, investendo in valori molto più alti che le ricchezze economiche.

«Perché la ricchezza era tutta nei piatti che mamma Sara ogni giorno metteva in tavola, ispirandosi unicamente alla sua fantasia» afferma la scrittrice. «Per i miei è stata dura, ma anche per noi. Solo che non ce ne siamo accorti, perché abbiamo avuti due genitori maghi dell’illusionismo, nel senso nobile e magico della parole» riferisce mentre nel volume parla anche del rapporto con la sorella Anna e con i fratelli.

«Ma mio padre era sempre sorridente e felice, e io stavo talmente bene con lui, che non avevo il tempo di invidiare gli altri. Oggi non ho la voglia: a 45 anni ho sviluppato troppi anticorpi che combattono i brutti sentimenti». Nella storia della sua saga familiare, trattandosi di “made in Sicilia” non potevano mancare le ricette tradizionali anche se «Non ho alcuna intenzione di sostituirmi agli chef. Mia madre si inventò il “menù Grilli”, a basso costo ma ad alto potenziale d’amore». E infine un’ultima indiscrezione sulla sua prossima fatica letteraria che spiega la Fiorello «Parlerà di paternità non convenzionale».

Gabriella Lax

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Il gatto è sempre un divo

gatChe si tratti di un randagio o di un esemplare da salotto, il gatto è sempre un divo. Elegante e sornione, si muove con la delicatezza di chi sta camminando sui gusci di uova. Per questo le modelle avrebbero molto da imparare…E poi, i gatti, o si odiano o si amano. Le vie di mezzo non sono ammesse. E la cosa è reciproca, lo stesso accade per il gatto verso l’uomo. Il micio sceglie un prediletto al quale dedicarsi per ricevere le coccole, al quale rivolgersi in maniera sublime per farsi portare il cibo. Uno ed uno solo: il resto del mondo per lui (grande opportunista!) non esisterà.

Avrete ben capito che chi vi parla è innamorata dei gatti. Musy, il meticcio persiano/siamese, ha accompagnato la mia esistenza da preadolescente, fino all’età adulta. Grigio e morbido. Io lo amavo. Lui nutriva nei miei confronti una particolare indifferenza che, sole a volte, si tramutava in avversione della quale, tuttora, porto addosso gli “amorosi” segni. Ce lo ricordiamo tutti nei libri di scuola, in antichi dipinti, il gatto immortalato al fianco di belle signore nell’Egitto Antico, vituperato poi nel Medio Evo come essere demoniaco e accompagnatore di streghe, per fortuna è stato rivalutano negli ultimi secoli, divenendo fedele compagno di ozio e di avventure per poeti e scrittori, felice connubio tra mistero e sinuosa bellezza senza tempo.

E, proprio ai gatti, è dedicata la mostra “Sua Maestà il Gatto”, che arriva in Italia direttamente dalla colta Montmartre, promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico, in collaborazione con il Museo Parigino, ospitata al Museo Civico di Zoologia di Roma fino al 13 gennaio 2013. Nelle diverse sezioni le illustrazioni d’epoca e le trasposizioni artistiche, in pubblicità, nel teatro, nel cinema e nella letteratura, da assaporare immagine dopo immagine, che fanno tornare indietro nel tempo, fino alla Parigi romantica, trasgressiva e bohèmienne dell’800 e 900, quando il gatto era quasi un’icona, una divinità ed una fonte di ispirazione. Nonostante i graffi io comunque continuo a pensare che i gatti siano esseri regali.
“Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi/ sfingi allungate in fon(lo a solitudini, che sembrano/ addormirsi in un sogno senza fine”. (“I gatti” di Charles Baudelaire)

Gabriella Lax

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Tutta la verità di Amanda Knox

«Il contatto con i bambini, figli delle altre detenute è stata “l’oasi” che mi ha salvata». Questa è solo una delle rivelazioni contenute nel libro “Waiting to be Heard”, tradotto “Aspettando di essere ascoltata”. Libera e a casa in America, Amanda Knox, la studentessa americana accusata e condannata in primo grado, poi assolta in appello, per l’omicidio della coinquilina Meredith Kercher, si dedica dal mese di febbraio, anima e corpo, a scrivere in un libro la sua verità. Un volume la cui stesura procede, poi si arresta e torna indietro come un gambero, per riprendere il racconto da un altro momento. Sembra che la casa americana di edizioni, la HarperCollins, abbia offerto alla studentessa americana ben 4 milioni di dollari per un libro il cui contenuto non superi le trecento pagine. Nelle memorie, “in fieri” su carta, Amanda Knox parte dalla sua infanzia, dalla separazione dei suoi genitori, quando era piccolissima ed arriva, più recentemente, alle borse di studio che sono state istituite in suo onore. In prigione, per lo stesso motivo, c’era Raffaele Sollecito, ex fidanzato di Amanda all’epoca dell’omicidio, anche lui alle prese con un libro di rivelazioni sul periodo delle accuse e della detenzione. Per la Knox il termine massimo entro cui uscirà il libro-verità è fissato al 30 aprile 2013 nelle rivendite statunitensi, evento ritardato di almeno due mesi, dopo che la giustizia italiana ha fissato per il 25 marzo l’udienza per discutere in Cassazione del ricorso presentato dalla Procura contro l’assoluzione. Ma il delitto di Via della Pergola a Perugia, che da cinque anni oramai suscita, probabilmente per le modalità e la storia dei protagonisti, una curiosità quasi morbosa, è stato, qualche giorno fa, al centro di un film per la televisione andato in onda su Canale Cinque. “Amanda Knox” è il titolo, film girato a Roma e in America ha raccolto, in tv la scorsa primavera, un discreto successo di pubblico. I due principali protagonisti sono Hayden Panettiere, nei panni della Knox e Paolo Romio in quelli di Raffaele Sollecito. Tante polemiche hanno preceduto la messa in onda, già nella versione americana: i familiari di Meredith, la giovane vittima, hanno chiesto e ottenuto la cancellazione della scena del delitto, al centro del trailer promozionale. E la stessa  Knox non ha gradito il film ed aveva chiesto ai suoi avvocati, Luciano Ghirga e Carlo Della Vendola, di procedere per vie legali per bloccare l’arrivo della pellicola in Italia.

Gabriella Lax