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Ad Ecolandia risuonano le note di una notte jazz newyorkese con il live dell'”Emmet Cohen trio”

IMG_9294 copiaDi Gabriella Lax

L’immagine della statua della libertà campeggia sopra l’insolito scenario del fortino di Arghillà. Ecolandia accoglie Emmet Cohen Trio, col giovane pianista americano accompagnato dai “meridionali” Elio Coppola alla batteria e Giuseppe Venezia al contrabbasso. Il concerto “A night in New York”, proposto dal Face Fest, è la prima tappa reggina del Peperoncino Jazz Festival, diretto da Sergio Gimigliano. Sul palco alcune interpretazioni dei grandi classici del jazz, insieme ad alcune composizioni originali di Cohen. Dalla prima nota si percepisce il gusto di atmosfere ricercate ed eleganti che accompagnano il pubblico nei varchi proibiti della grande mela. “Infinity”, il disco del trio è il mondo morbido e variegato delle notti americane il cui spirito ha risuonato per una lunga serata nel fortino calabrese. “Ciao a tutti. Contento di essere qui in Calabria” spiega in italiano Emmet Cohen. Giovane e talentuoso, a soli 28 anni, finalista al“Monk Competition”, uno dei concorsi per solisti jazz più importanti al mondo e all’American Pianists Association’s Fellowshipvanta nel 2015. IMG_9159 copia.jpgHa collaborato con Christian McBride, Patty Austin, Maceo Parker, Joshua Redman, Billy Hart. Così Emmet Cohen racconta con naturalezza che Herbie Hancock (pianista jazz statunitense di fama mondiale nds) gli ha spiegato che il pianoforte è la metafora dell’orchestra ossia “Ottantotto tasti, bianchi e neri insieme”, per comporre l’armonia. E l’armonia d’antan parte proprio con “A night in New York”, un brano del 1922, che riporta il fil rouge della serata. E ancora “Mood indigo”, intramontabile di Duke Hellingthon e tornano le note sofisticate ma familiari di Cole Porter ne “It’s all right with me”. Ma l’Italia nel disco non è solo quella del lucano Venezia o del napoletano Coppola, c’è anche un tributo a Peppino di Capri, con una canzone scritta da Carlo Alberto Rossi. E poi ancora un rifacimento di un brano di Cedar Wolton “Tanto legato all’Italia” spiegano i musicisti che “quando gli chiedevano di dove fosse, rispondeva “Di Bologna””. L’anima jazzista passa veloce, fa tanti giri, così come corrono sul piano del dita di Cohen, che di talento ne ha da vendere. Il confronto con icone mostruose del jazz mondiale non lo spaventa, dietro ogni nota una sfida, insieme ai colleghi del trio con cui si perde in improvvisazioni al cardiopalma per poi tornare ai ritmi di base, con pianoforte e contrabbasso a tenere il segno. Il pubblico è del fortino è entusiasta ed esaltato. Il trio italoamericano nasce nel 2013, coi due musicisti italiani a New York per partecipare ad un festival e l’incontro “fatale”. Un incontro propedeutico per invitare Cohen in tour e per registrare un disco. Attività però, in quelle settimane, avversate dall’arrivo dell’uragano Sandy. “Ma alla fine ci siamo riusciti, abbiamo fatto 60 date tra America e Italia e ora siamo pronti a registrare un altro disco”. Sesto tour in Italia per il trio. Cohen prima di iniziare ci confida che la Calabria è una delle regioni più belle. D’altro canto si tratta di una terra che già ha conosciuto lo scorso anno, ospite sempre di Gimigliano (sottoa destra  in foto con Marcello Spagnolo) alla precedente edizione del Peperoncino Jazz Festival, nella tappa di Diamante. “Felicissimi della collaborazione col Face Fest e con Ecolandia – chiarisce entusiasta patron Gimigliano che ha organizzato il concerto con Alessio Laganà – siamo alla quindicesima edizione di un festival che tocca trenta città, cinque province e parchi nazionali, però a Reggio città non eravamo mai arrivati. Per noi è un grande onore. Dovremmo essere i primi a renderci conto di essere, come calabresi, abitanti di un posto speciale”. (foto Marco Costantino)

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Periscope feat Deidda al “Play Music Festival”

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REGGIO CALABRIA – Contaminazioni originali, a tratti reinventate. Brani di jazz moderno dai songbooks di Bill Evans, Billy Strayhorn, Charlie Mingus, Kenny Wheeler, i cui temi risuonano grazie ai canoni di piano, basso, tromba, batteria e chitarra. Il risultato è un effetto di grande suggestione. Il concerto dei Periscope, feat Dario Deidda, ha aperto sabato alle Officine Miramare il “Play music festival”, sottotitolo “Una valigia di suoni”, concerti, mostre e dibattiti per raccontare grazie all’arte la magia degli incroci tra persone e culture differenti. La manifestazione, organizzata dall’associazione Soledad, sotto la direzione artistica di Alessio Laganà, è arrivata alla quinta edizione.

La serata culturale è iniziata, nel tardo pomeriggio, con la mostra allestita da Techné Contemporary Art che interagisce coi temi del festival nella performance “Pre-Posizioni”, nata per riflettere sui movimenti e le espressioni di chi è in viaggio. A seguire, nella Buvette delle Officine, spazio all’ascolto dei suoni e delle storie che raccontano i grammofoni antichi di Giuseppe Nicolò, appassionato di musica e restauro che ha condiviso aneddoti su 50 anni di storia musicale. Alle 21.30 il jazz contemporaneo dei Perishope, il sassofonista Orazio Maugeri, Toti Cannistraro al pianoforte, il trombettista Alessandro Presti, Gaetano Presti alla batteria insieme a Dario Deidda, bassista tra i più apprezzati a livello internazionale, premiato come miglior bassista italiano nel 2010, vanta collaborazioni con artisti prestigiosi quali Paolo Fresu, Rita Marcotulli, Vinnie Colaiuta, Michel Petrucciani. Il gruppo affonda le radici all’interno della Scuola internazionale di specializzazione jazz “Palermojazz”, e riunisce alcuni docenti della scuola; fortemente ispirata dallo stesso direttore musicale Cannistraro. Un sound elegante il suo che si fonde con maestria all’estro artistico ed all’improvvisazione degli altri musicisti di alta levatura per un’ora e mezza di musica da gustare.

Standard moderni eseguiti con insolita maestria. Ed il pubblico delle Officine Miramare gradisce, anche i passaggi per “palati musicali” più raffinati con brani di George Gershwin, Duke Ellington e Cole Porter. “Veniamo da Palermo – afferma Cannistraro, navigato leader -siamo contenti ed è un piacere suonare per voi. Si tratta di brani sui quali ci cimentiamo da parecchi anni”. Una scena condivisa con Deidda che si cimenta in strategici assolo applauditi dal pubblico entusiasta per “Sweet dulcine” di Kenny Wheeler, “Nobody else but me”, un classico di Jerome Kern e ancora “Turn out the stars”, musiche di Bill Evans.

Gabriella Lax

fonte http://www.ilmetropolitano.it

Un appello per la pari dignità del jazz

Stefano Bollani, uno dei firmatari dell'appello

Stefano Bollani, uno dei firmatari dell’appello

I musicisti jazz firmano un appello affinché una delle discipline musicali più creative dei nostri tempi abbia maggior considerazione. Nasce così la petizione destinata a tutte le forze politiche, perche il jazz abbia pari dignità rispetto alla musica “classica”, cui sono destinati in massima parte i finanziamenti pubblici. L’appello è firmato da centinaia di musicisti – fra cui Stefano Bollani, Fabrizio Bosso, Franco Cerri, Franco D’Andrea, Paolo Damiani, Maria Pia De Vito, Stefano Di Battista, Paolo Fresu, Roberto Gatto, Rita Marcotulli, Pino, Enrico Rava, Danilo Rea, ma anche da “jazzofili illustri” quali Serena Dandini, Marco Risi, Lella Costa, Stefano Benni, Neri Marcorè, Niccolò Ammaniti, Natalino Balasso, Ottavia Piccolo e molti altri.Primo firmatario dell’iniziativa è stato il critico musicale Filippo Bianchi. L’appello, indirizzato ai candidati per le prossime elezioni ed alle forze politiche più rappresentative, è stato poi rilanciato dalla Associazione I-Jazz (che raccoglie alcuni tra i più conosciuti festival ed iniziative italiane) e sarà presentato ufficialmente il prossimo mercoledì 13 febbraio, alle 15 a Roma, presso la sede Agis di Via Villa Patrizi.

Durante l’incontro si discuterà del jazz e dei finanziamenti pubblici. Fra le proposte l’istituzione di una orchestra nazionale del jazz, dotata di fondi per la creazione di nuovo repertorio, e per la diffusione di questa musica sul territorio; uno speciale fondo per il sostegno dell’attività all’estero; un costante lavoro sulla formazione e sul decentramento, nella ricerca di nuovo pubblico a partire dalle scuole; una più ampia presenza nelle commissioni di valutazione di esperti di musica jazz ed attuale, e l’inclusione di commissari designati dal basso; la creazione di un fondo per la cooperazione, volto a favorire le strutture di musicisti associati e le co-produzioni fra strutture organizzative.

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati. Senza l’autorizzazione è vietata la riproduzione in qualsiasi forma.

Il jazz di Stefano Scarfone Quartet

Stefano Scarfone Quartet alla Fioreria

Stefano Scarfone Quartet alla Fioreria

Salta le staccionate degli stereotipi per proporre un jazz contemporaneo, una musica che raccoglie un’infinita serie di stili e che racconta le storie del quotidiano. Primo spettacolo del nuovo anno alla “Fioreria” di Reggio Calabria, per il Play Music Festival, organizzazione artistica impeccabile di Alessio Laganà col progetto musicale “Stefano Scarfone Quartet”, insieme al chitarrista romano ci sono Quentin Collins alla tromba, Israel Varela alla batteria (ha suonato con Pat Metheney, Mike Stern, Hiriam Bullock, Bireli Lagrene), Carmine Iuvone al basso (ha collaborato con Prince, Craig David, Alicia Keys) e Uan Carlos Albelo Zamola al violino.

E Scarfone chiarisce che «è un sodalizio che nasce con Quentin Collins perchè ci siamo conosciuti per il mio ultimo disco “Precipitevolissimevolmente”; con Israel avendo lavorato a Roma eravamo già stati in contatto e con Albelo Zamola avevamo collaborato per alcuni dischi con musicisti italiani quali Gabriella Ferri e Franco Califano. Il mio secondo album “Estrella” ha avuto tanto successo, ho viaggiato in tour per il Sud America, è andata bene, sono riuscito a guadagnare e posso permettermi questi musicisti». Suona anche le percussioni, il basso, è un musicista eclettico Scarfone. E poi la confessione «Nelle composizioni dell’ultimo disco c’è molto della Calabria (il padre è originario di Palmi nds) ho una casa alla Tonnara di Palmi, per scrivere e comporre mi chiudo li per giorni». Saperi e sapori Mediterranei nel bagaglio di Scarfone, commistioni mondiali tra le più disparate e differenti, col country ed il jazz americano degli altri musicisti.

E il pubblico della Fioreria colpisce nel segno ancora una volta. Nell’atmosfera intima, coi suoi silenzi, nella magia dell’ascolto, anche Scarfone e company restano ammaliati. Racconta «In Italia raramente accade una cosa simile è più semplice che accada a Berlino. Abbiamo suonato in acustico e gli spettatori sono stati impeccabili e meravigliosi». Una passione quella di Scarfone per la musica che nasce da piccolissimo: a cinque anni suonava già la chitarra. Ma che subisce un’impennata con la vittoria, alle scuole superiori, del Premio Nazionale “Mariano Romiti”.

«Quando, con una mia composizione ho vinto la borsa di studio che mi ha consentito di comprare anche degli strumenti per suonare, ho compreso che forse nella vita avrei potuto davvero suonare come mestiere». E, da li a poco, sono iniziati i concerti dal vivo ed il lavoro assiduo con la Rai. «Il mio primo disco, nel 2005, si chiama “Original sound track”, proprio perché era una raccolta delle musiche dei film, delle colonne sonore è piaciuto così tanto che la Rai mi ha prodotto anche il secondo disco». Il prossimo impegno è un progetto discografico che partirà a febbraio, in cui «mischierò alla mia musica strumentale le voci di artisti italiani provenienti dal pop (i nomi non li anticipa per scaramanzia nds) e poi decontestualizzati».

Gabriella Lax

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Fornarelli e la sacralità della musica

“Fornarelli Trio” live al “Cave”

Serviva rompere le catene del main street jazz, serviva, per “sopravvivere”, un cambio stilistico. E per far questo sono serviti due anni di silenzio, senza la musica. Ma, da questa catarsi, Kekko Fornarelli è uscito farfalla dal bozzo. «Ero a L’Aquila, prima dello scempio del terremoto in un teatro pieno di gente, dunque il clima ideale per suonare. Eppure, c’è stato un momento in cui ho realizzato che non mi divertivo più». Racconta di uno stop di due anni, il pianista e compositore, e delle riflessioni che, conseguentemente, lo hanno portato ad un «ritorno alla semplicità ed all’immediatezza della musica jazz senza fronzoli».

Fornarelli, pugliese, originario di Bari, ha trovato un sound tutto personale, con salde radici nella preparazione del pianoforte classico e col sapore della libertà vera che solo la musica jazz.Saranno le ultime date italiane per “Kekko Fornarelli Trio”, prima della partenza per il tour che a dicembre vedrà il gruppo protagonisti in Asia e poi, nei mesi successivi negli altri continenti. Insieme a Fornarelli piano e synth, nel trio ci sono Luca Alemanno virtuoso del contrabbasso e Dario Congedo alla batteria.
Il percorso artistico che ha fatto porta Fornarelli ad avere le idee molto chiare, soprattutto quando gli domando come sta andando il jazz in Italia, considerato che tanti, anche giovanissimi, si avvicinano a questo genere, anche scolasticamente. E’ tassativo «Nel nostro Paese non va bene, ma non perché non ci sia fermento. Semplicemente perché il jazz nasce come una musica spontanea, frutto dei momenti di libertà dei neri nelle piantagioni. Per questo motivo non si può chiudere in quattro mura e non si può insegnare nelle scuole di jazz».

L’ambiente intimo di un piccolo ritrovo, il Cave, è l’ideale per sentire l’eco della poesia che passa sulle note, come il tempo che inesorabile scorre e che si fa fatica ad accettare (Time goes on), come la corsa continua, come in una jungla, all’inseguimento del nostro quotidiano (Daily jungle), come la solitudine del musicista che viaggia per il mondo, lontano dalla casa e dagli affetti, un compromesso vitale per inseguire un sogno (Dream and compromise). Singolarmente Fornarelli porta aventi il progetto “Piano Solo” e l’album dal titolo “Monologue”, registrato a Dublino e che sarà in tour dal mese di marzo prossimo. «I titoli delle composizioni sono rigorosamente in inglese perché la musica si esporta e, a differenza che nel nostro Paese, all’estero c’è quella sacralità e rispetto per l’arte».

Gabriella Lax