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Peppino Mazzotta e l’amore per il teatro

FAZIO

Il suo volto è noto sul piccolo schermo per il ruolo dell’ispettore Giuseppe Fazio che interpreta nella fiction “Il commissario Montalbano”. Prima ancora che un attore di fiction e di cinema, Peppino Mazzotta, originario di Damanico, provincia di Cosenza, è un grande interprete teatrale. “Radio Argo – On air” (premio dell’associazione critici teatrali 2011 e premio Annibale Ruccello 2012) è il titolo dello spettacolo andato in scena all’Horcynus Festival del direttore artistico Massimo Barilla a Reggio Calabria.

La storia si base sulle vicende degli Atridi prima e dopo la guerra di Troia, raccontate a sei voci. Una rielaborazione dei temi dell’Orestea in chiave contemporanea, un lavoro che conserva la struttura della tragedia classica reinventando il linguaggio e le attribuzioni drammatiche.

Conosciamo più da vicino Giuseppe Mazzotta.

L’incontro con la recitazione e col teatro com’è avvenuto?

«Dopo aver studiato architettura a Reggio Calabria ho fatto la scuola di recitazione di Palmi. Questo è stato l’inizio. Poi, con cinque colleghi dell’Accademia di Palmi, abbiamo creato a Napoli, la compagnia “Rosso Tiziano”. Fino al mio approdo alla corte di Giorgio Albertazzi al teatro stabile di Parma».

Che rapporto ha con la sua Calabria?

«Sono nato e cresciuto in Calabria; ci sono i miei genitori, mio fratello, i miei parenti. E’ un legame che non ho mai interrotto. Poi, con la città di Cosenza, in particolare con i teatri dell’università, ho una serie di relazioni di lavoro. No, non sono uno di quelli che è partito e ha dimenticato la sua terra, vi garantisco che con la Calabria ho un rapporto costante e continuo dal quale non mi sono mai sganciato».

Quali caratteristiche si riconosce del celebre personaggio dell’ispettore Fazio?

«Come il personaggio che interpreto sono una persona metodica. Ho anche una certa predisposizione verso l’onesta intellettuale. Ma non sono così equilibrato come Fazio che, d’altro canto, è una figura che, in realtà è immaginata. Sono più squilibrato, ho le mie fragilità…».

Lei ha scritto delle pièce per il teatro, da cosa nasce la scrittura teatrale?

«Si. Soprattutto ai tempi di “Rosso Tiziano”, eravamo in quattro e scrivevamo tutto ad “otto mani”. Ci occupavamo di argomenti che ci sembrava il caso di raccontare, del quotidiano, quello che capitava, di certo vicende interessanti, situazioni che, all’epoca, parlavano del presente e spesso quest’incontro con le storie avveniva in maniera del tutto casuale».

Come nasce “Radio Argo”?

«E’ venuta fuori da una riflessione sui poeti tragici greci, una riflessione del poeta contemporaneo Igor Esposito, utilizzando una struttura metrica non necessariamente attuale, agganciata all’idea della soluzione del coro della tragedia classica, sostituito da uno speaker radiofonico. Nel complesso è una rivisitazione attuale nella quale risuonano i temi classici. Più che di giustizia, il centro della scrittura di Esposito è il tema del potere: quello necessario secondo Agamennone, rifiutato invece dal messaggio anarchico di Oreste».

Il fatto di praticare il buddismo la aiuta anche nel lavoro?

«Si, perchè il buddismo si appoggia su una filosofia solida, ed è chiaramente uno strumento dottrinale di riferimento. E’ un supporto, un codice di riferimento, un filtro da usare per rendere la vita migliore, per fare le azioni giuste».

Vivere il teatro ed il cinema o le fiction, dal punto di vista attoriale cosa cambia?

«L’approccio è differente, ma il lavoro sul personaggio è lo stesso. Il modo in cui viene mostrato il risultato è diverso: con lo spettatore in teatro si condivide un tempo, si inizia e si finisce insieme. Al cinema non c’è condivisione, il risultato viene visto dopo molto tempo. Diciamo che ci sono sfumature molto diverse».

Ci anticipa i suoi progetti lavorativi?

«Da dieci settimane sono in Calabria, tra Africo Vecchio e Africo Nuovo, per girare un film che ultimeremo a fine maggio. Un debutto a fine luglio in teatro contemporaneo con Sergio Pierattini e per il prossimo autunno un testo in teatro scritto da me – ma soprattutto, per la gioia di tutti i fan della serie tratta dalle storie di Andrea Camilleri – a marzo 2015 riprenderemo a girare “Il Commissario Montalbano”, fino a settembre».

Gabriella Lax

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Albertazzi, 50 anni di teatro e non sentirli

Giorgio Albertazzi a piazza Castello, Reggio Calabria

«Il Teatro per me è una persona corporea. E’ la vita, è provocazione, è l’aria che si respira e questo per me è il Teatro». Impegnato per i prossimi due o tre anni come suggerisce, Giorgio Albertazzi è un pilastro del teatro italiano. Istrionico, innovativo, criticato e irriverente.

L’ho conosciuto questa estate. Felice e contenta mi facevo con molto piacere l’ultima conferenza prima di andare in ferie. La gioia terminava molto presto, alla scoperta cioè del fatto che nell’androne del museo Nazionale in ristrutturazione che ospitava l’incontro, l’aria condizionata funziona poco o nulla. Poi vedo lui. Quasi novant’anni, seduto, pacato, Albertazzi, in procinto di presentare la stagione del Teatro Magna Graecia di cui è direttore. Faccio una mia domanda (volutamente provocatoria) sulla polemica relativa alle compagnia teatrali di giovani escluse dagli eventi. Me la fa ripetere, una volta, e un’altra ancora davanti al microfono. Non sentiva. Mi risponde in modo educato ed esaustivo.

E qualche sera fa il “maestro” è stato celebrato per i suoi cinquant’anni di carriera tra cinema, teatro e regia, al teatro Argentina di Roma. “Serata in onore di Giorgio Albertazzi”: un riconoscimento per Albertazzi che ha diretto il Teatro di Roma dal 2003 al 2008, ruolo che poi ha lasciato al collega Gabriele Lavia. Una serata evento per il grande mattatore della scena teatrale italiana durante la quale è stato presentato il libro “Giorgio Albertazzi e il Teatro di Roma”, curato da Mariella Paganini. Un volume fuori dagli schemi in cui è lo stesso Albertazzi a raccontarsi, in un’intervista con tutta l’esperienza da “animale” da palcoscenico, da artista, da intellettuale e direttore di una delle più importanti istituzioni nel nostro panorama culturale. E nel libro trovano voce anche le immagini, le foto e le voci, testimonianze di chi ha lavorato con lui sul palcoscenico dell’Argentina. A completare l’opera una documentata cronologia degli spettacoli da lui diretti.

Volete sapere com’è finita la mia mattina al Museo? Mi sono avvicinata al maestro. E certo. Non avrei potuto perdere l’occasione per salutarlo. Era da solo. Gli ho porto timidamente la mano. Lui mi ha sorriso, mi ha tirato la mano e mi ha abbracciata caramente. «Tu, tu…» mi ha detto. E mi è passato pure il caldo.

Gabriella Lax