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David Zard, quarant’anni di rock

Madonna, in posa "coatta"

Madonna, in posa “coatta”

Un trapianto di fegato, un incidente stradale, un tumore al polmone. Ma lui è ancora David Zard! Come lo chiamava Lucio Dalla “il generale”. E’ l’impresario che  in 40 anni di musica, 70 di storia ha portato in Italia i più grandi artisti stranieri. Il big manager che ha contribuito col suo lavoro, come pochi altri alla storia del rock e del pop, a portare avanti ed in giro per il mondo i grandi nomi della musica. Soprattutto in Italia: qualunque nome, qualunque, lui, tra i Settanta e gli Ottanta, l’ha tirato fuori dalle riviste patinate e l’ha materializzato sui palchi italiani. Così i sogni rock di tanti giovani si sono realizzati. Ha fatto suonare Bob Dylan, Genesis, Madonna, Santana, Rolling Stones, Michael Jackson, Santana.

E quella volta del trapianto di fegato? Zard deve la sua vita al nostro Lucio Dalla, ai funerali del quale è andato l’anno scorso. Erano a casa dell’autore bolognese, confrontandosi sui sintomi, Dalla fu categorico, lo fece parlare con un tizio che si era trovato nelle stesse condizioni. «Fu lui a salvarmi la vita qualche anno fa. Sì, pensato solo per convincermi. Lui era così. Come potrei non volergli bene? – e poi mostra una catenina al collo – È un regalo di Lucio» spiega. Lui che le rock star le ha conosciute ne ha per tutte. «Keith Richards era un grande stronzo. Gli Stones viaggiano ognuno con il proprio aereo, dividono il palco e a volte poco anche quello. Una volta siamo insieme, si guasta il mezzo privato di Ronnie Wood. Chiedono Richards se può dargli un passaggio. Macché, offre la sua miglior la faccia schifata. Niente da fare. E lo lascia a terra».

E Madonna era una coatta vera. «E maleducata. Aveva degli atteggiamenti assurdi, la mandai pubblicamente a quel paese». Al contrario ha sempre difeso Michael Jackson dalle accuse di pedofilia. «Ho visto i genitori di quei ragazzi andare in giro con le carte di credito di Michael. Spendevano, non sapete quanto. Se c’era qualcuno da arrestare erano loro». E Bob Dylan spiega «E davvero la persona più dolce e timida che conosca. È capace di amorevoli conversazioni, profonde. Un uomo sul quale io posso contare. Da sempre gli hanno costruito un muro attorno, e poi lui non ama parlare della sua vita privata. Mi pare più che legittimo». Oggi, da vero esperto di musica adora i Muse.«Grandissimi. Con loro hai anche la sensazione che dietro ci siano dei bravi ragazzi. Oggi è importante».

Gabriella Lax

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Zanisi, miglior talento di Top Jazz

imagesHa appena vinto il premio “Top Jazz 2012”, categoria miglior nuovo talento. Enrico Zanisi è un giovanissimo pianista romano di ventidue anni, dalle origini cosentine (da parte di madre) e dalle idee molto chiare. In trio con Joe Rehmer al contrabbasso e Alessandro Paternesi alla batteria (lui l’ho sentito l’anno scorso ed davvero bravissimo, pazzo ma entusiasmante), porterà in giro per l’Italia i pezzi dell’ultimo album, uscito lo scorso ottobre per “Cam Jazz”, dal titolo “Life variations”.

E’ un figlio d’arte, cresciuto in una casa con un pianoforte a muro, visto quasi come un misterioso oggetto del divertimento, da esplorare e conoscere al più presto. Ed è così la musica concepita dal giovane pianista, sanguigna e sperimentale, ambiziosa e disarmante. «Mio padre e mia madre suonavano, davano lezioni e quindi per me è stato naturale avvicinare il pianoforte». Uno strumento che inizia a suonare a sei anni, ad otto anni Zanisi inizia a studiare il pianoforte classico, base indispensabile, che gli consentirà, nel tempo, di spaziare tra i generi, fino all’incontro col jazz. «I miei genitori hanno visto il modo col quale mi approcciavo al piano e mi hanno iscritto ad una scuola di jazz a 14 anni. L’impatto è stato disastroso. In quel periodo ascoltavo i Genesis, i Pink Floyd, band di rochk duro, era difficile imparare tutte quelle scale». L’impatto con Siena Jazz e l’ascolto di “The sound of trio” di Oscar Person cambiano decisamente le cose.

A diciannove anni esce il suo primo disco, “Quasi troppo serio”. Per il nuovo disco un titolo non messo a casa, piuttosto «liberamente ispirato alle variazioni di Goldberg scritte da Bach nell’ultimo periodo della sua vita quando parlo di variazioni, per me, in musica, mi riferisco ad uno sviluppo e ad una conoscenza consapevole e mai casuale». In trio con gli altri due protagonisti del disco hanno già suonato a Orvieto, Vicenza, Piacenza, in varie manifestazioni jazz ma, soprattutto, si preparano a metà febbraio all’evento di Dublino “12 points”, selezionati tra dodici gruppi di giovani di tutta Europa per rappresentare l’Italia. Senza dimenticare però la Calabria e la sua Cosenza «non avrei potuto fare un tour e non passare dalla mia terra d’origine, ci torno tutte le estati».

Gabriella Lax

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