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“Quindicimila”, le rivendicazioni delle lavoratrici nella Piana

Le braccia delle donne lavoratrici che smettono di faticare e alzano i pugni per lottare insieme per i loro giusti diritti e “Spingere il carro della storia con le sorelle di tutto il Paese”. 20160305_220252.jpgHa debuttato a “Spazio teatro” a Reggio Calabria “Quindicimila”, pièce di, e con, Renata Falcone che, per la prima volta, porta in scena un testo di cui è autrice e interprete, frutto di anni di ricerca sul territorio e di attento lavoro drammaturgico. Bambine e donne accomunate dalla fatica, che si danno appuntamento ogni mattina all’alba agli incroci delle strade principali o all’ingresso del paese dove passano a prenderle i caporali. Il lavoro è vita e dannazione per queste donne, protagoniste attive della vita nei campi della Piana di Gioia Tauro, inizialmente senza tutele, senza assicurazioni e senza pensioni. La voce, alternata al canto, dell’attrice porta avanti un monologo fatto di visi, di donne e bambine che si alternano nella raccolta delle olive, figlie di soprusi, madri di desolati figli piccolissimi che vengono portati sui campi. La morte incombe, sotto forma di intossicazione, di alluvione, di incidente stradale e porta via con sé vite che si nutrono quotidianamente di un tozzo di pane indurito e risparmiato per arrivare a sera, dove i piedi, rotti dalle pietre e dalle sterpaglie, inseguono scalzi la via del ritorno e del riposo. Disciplinato e documentato il lavoro biografico della Falcone, attrice reggina che porta sul palco della sala di via San Paolo pezzi sulla riforma agraria e la difesa del suolo calabrese dall’archivio storico de L’unità, “Allora piangeranno mentre noi cammineremo” di Felice D’Agostino e Arturo Lavorato, “braccianti del Sud” nelle inchieste di “Donna che lavora”. Con le lotte sindacali alzano la testa le donne, hanno la necessità di fare scioperi (in un caso addirittura 10 giorni consecutivi) per chiedere a gran voce le loro legittime rivendicazioni: la pensione, il salario uguale, l’assistenza sanitaria. Un passo dopo l’altro verso l’emancipazione e l’eguaglianza, in uno spettacolo teatrale in evoluzione. Laddove oggi, i volti rigati dal vento e bruciati dal sole, delle donne calabresi, hanno lasciato spazio, alle lacrime ed al sangue dei lavoratori immigrati, uno squarcio di attualità, che si specchia nelle operazioni quotidiane compiute contro il caporalato nella Piana di Gioia Tauro. Lo spettacolo “Quindicimila” è stato selezionato nel 2015 per il Premio Scenario. Anche per il quinto appuntamento, in contemporanea con gli spettacoli della rassegna, torna “Linee d’Entrata – esposizioni fotografiche in parallelo”, Anna Maria Basile inaugura “Artista io? Artista tu!”: un modo fantastico e simbolico di “fare” fotografia, a volte irriverente, a volte sofferente e meravigliato.(www.ilmetropolitano.it)
Gabriella Lax

Spazio Teatro “Un altro metro ancora”

Paura e coraggio, mischiati insieme come il bianco ed il rosso dell’uovo. Fedele a questo input, una volta incarnatolo, prende strada la vita di Tano “il disertore”. In scena a “Spazio teatro” a Reggio Calabria, per due giorni di fila, “Un altro metro ancora. Ballate sul bordo della vita” della scrittrice reggina Katia Colica, diretto ed interpretato da Gaetano Tramontana. Foglie e terra, odore presente di bosco nella saletta di via San Paolo, dove la compagnia ha allestito la prima dello spettacolo contenuto nella stagione “La casa dei racconti”.

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Lo scenario è la Seconda Guerra mondiale, scempi e carneficine, i sacrificati sono le persone comuni. Un “inferno organizzato” quello fatto di fame e di paura, di morire da un istante all’altro, scoperti dai nemici e polverizzati da una bomba. In questo marasma di disperazione si muove il “millepiedi umano fatto di sfollati” che Tano dovrà portare alla salvezza, passo, dosato dopo passo, superando un campo minato, nella più assolta mancanza di considerazione e di interventi dei salvifici alleati americani. Era nell’esercito fascista Tano che un giorno, guardando i visi smarriti, attoniti, straniti dei commilitoni non si riconosce in essi e decide di darsi alla fuga, convinto che quel mondo non gli sia mai appartenuto. Ed a casa dell’anziana Mina che trova rifugio e riparo, dalle tempeste di bombe e dalle intemperie del cuore. Lei che ha perso un figlio ragazzino e percorre l’esistenza con l’indifferenza al dolore e l’apertura ed affetto ritrovato verso Tano che tanto le ricorda il suo lutto. Serviranno ancora buone dosi di paura e coraggio a Tano per decidere di lasciare il rifugio e tornare a nascondersi nella cantina della casa della madre, ritrovata con gioia. Un’emozione che dura poco. Un attacco dei nemici distrugge la casa, uccide la madre e Tano si ritrova senza una meta, senza uno scopo, disertore senza speranza, affatto desideroso di unirsi ai partigiani. Provvidenziale l’incontro con Turi, alla guida di una carovana umana, per rientrare a Reggio “Che è bella perchè c’è il mare”. Finito il racconto torna al presente la scena. Il sasso lanciato sul “campanaro” disegnato col gessetto sul terreno scandisce il suono del tempo che incombe, un passo dopo l’altro, la ricerca della salvezza, ad ogni metro, sempre più vicina. Con la responsabilità della carovana umana sul groppone e la lucidità negli occhi che non è solo paura, ma grande onnipotente coraggio. Impeccabile Gaetano Tramontana, tiene incollato lo spettatore, per quasi un’ora e mezza, in un monologo che entra a sollecitare emozioni viscerali.

Anche per il quarto appuntamento della “Casa dei racconti”, in contemporanea con gli spettacoli della rassegna, torna “Linee d’Entrata – esposizioni fotografiche in parallelo”, che accompagna ogni spettacolo il progetto di fotografi. Da venerdì 19 febbraio alle 18 la presentazione dell’esposizione “I mostri al di là del mare”: dai suoi tanti viaggi in Africa, Simonetta Neri offre una selezione di ritratti, di sguardi…. al di là del mare.

Gabriella Lax

Torna il teatro -canzone di Scena Verticale

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Bianco come il telone in cui corrono, in parte, le ombre delle storie. Nero come gli abiti dei due protagonisti. Raccontare, suscitando un sorriso (amaro, a tratti), le vicende, spesso misere, dell’umanità non necessita di grandi accorgimenti o di scenografie memorabili. Lo sanno bene Dario De Luca e Paolo Chiaia, della compagnia Scena Verticale che portano sul palco “Va pensiero che io ancora ti copro le spalle”, progetto musicale di Giuseppe Vincenzi. La pièce (in scena giovedì e venerdì) chiude la buona stagione del sodalizio reggino “Spazio Teatro” del direttore artistico Gaetano Tramontana, nel laboratorio teatrale universitario della “Mediterranea” di Reggio Calabria. Lo spettacolo è un atto unico in sette quadri e canzoni, costumi, oggetti di scena e assistenza Rita Zangari, luci e suono Gennaro Dolce, organizzazione Settimio Pisano, regia Dario De Luca.

E va in scena nuovamente l’armonia musicale accompagnata alla plasticità testuale del teatro-canzone: perché attraverso motivetti, semplici, ma solo all’apparenza, si possono toccare grandi temi sociali e d’attualità. C’è Dario De Luca, da un lato, con la disperazione comica delle vicende narrate dal protagonista del monologo che comincia col «karma dell’inoccupazione nell’italica farsa», per terminare, dopo aver toccato la trama del rapporto di coppia, la solitudine, con l’incertezza sulla vita politica nel nostro Paese, evanescente. E la contro parte alla tastiera, picchietta sulle note, suoni onomatopeici, a volte, oppure fa da spalla al compagno tessendo ilari canzonette.

Agli occhi delle rappresentazioni teatrali gli spunti che regala la modernità sono innumerevoli. Lo spettacolo, scritto da Vincenzi qualche anno fa, è stato rivisitato ed attualizzato ma porta con sé l’eco di vicende reali (Gheddafi accampato in tenda a Roma in un parco col divieto di campeggio, era il 2009 nds). L’inoccupato che diventa “tronista”, la fidanzata gelosa che fa “pressing”, il colloquio di lavoro valutato “a punti”, l’alienazione della tecnologia, tra social network (la comunicazione su Facebook e WathsApp) e immaginarie vite virtuali, false bugie che raccontiamo, per primi, a noi stessi.

Man mano che i monologhi incalzano, lo spettatore si arrende al divertimento, fatto di battute, verosimili, di gesti che ricordano le nostre vicissitudini quotidiane. Tra una risata e un pensiero viene a galla la morale, come sempre accade nelle storie raccontate da Scena Verticale. Un sapore amaro si fa strada lentamente ma proporzionalmente fino alla conclusione che ricorda la drammaticità dei tanti casi di suicidio, la solitudine che incalza, la situazione politica di una Sinistra italiana camaleontica e difficile da comprendere. Dunque silente la disperazione affiora dopo tante risate.

«Lo spettacolo – chiarisce De Luca – è la seconda parte della trilogia iniziata con “Morir sì giovane e in andropausa”, in cui raccontavamo degli eterni quarantenni, considerati perennemente ragazzi. Nel frattempo ci accingiamo a scrivere l’ultima parte di questa trilogia». La pièce, tra qualche settimana approderà alla “Primavera del teatro”. Con lo spettacolo di “Scena Verticale”, posticipato rispetto alle previsioni di cartellone, “Spazio teatro” saluta gli spettatori e, come promette Gaetano Tramontana, da appuntamento alla sala “casa” di via San Paolo, alla prossima stagione, in fieri.

Gabriella Lax

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“Spingi e respira”, metafora della vita

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La corsa in bicicletta come metafora della vita, con le sue (faticosissime) salite, le sue (pericolose) discese. “Spingi e respira”, monologo, di e con, l’attore Lorenzo Praticò, per la regia di Gaetano Tramontana, ha debuttato a “Spazio Teatro”. Uno spettacolo che ha visto un promettente esordio alla scrittura teatrale per il giovane reggino, accompagnato dalla sapiente guida di Tramontana, direttore artistico del sodalizio.

Una scrittura che tocca tanti punti della vita: il rapporto tra genitori (soprattutto, in questo caso, spicca la figura paterna) e figli, il sentimento per la persona amata, il dolore e la perdita che si annidano per anni dopo un lutto, la distruzione delle cadute ed il miracolo nel trovare la forza di rialzarsi. Protagoniste sulla scena, una sedia, la bicicletta rossa “Sara” ed un grande e consunto album di fotografie. La storia del rapporto tra un padre, che ha corso in bici, ed un figlio, che ne ricalca le orme, con sullo sfondo la figura del “Leone delle Fiandre”, Fiorenzo Magni.

«Spingi e respira, spingi e respira». Poche parole che districano lo sforzo fisico e che accompagnano il protagonista sulla scena quasi fossero un mantra. Le immagini della vita di Magni, del suo aver vissuto, in un tempo in cui era protagonista lo scontro tra Bartali e Coppi, scorrono nel video curato da Lucio Lepri. «Quello che si è sulla strada si è nella vita». La saggezza del padre, maestro di vita, che chiarisce come esistano tre tipi di uomini, come per i corridori in bici: ci sono gli scalatori, quelli che vogliono bruciare subito tutte le tappe; i passisti, con una forte resistenza, e gli scalatori, quelli per cui la vita si caratterizza come una lotte, prima con sé stessi e la montagna che l’io rappresenta. Ed anche sui sentimenti, alle domande del giovane sull’amore per Nina, «Fiato, tempo e movimento» spiega il padre, servono tutti e tre. Perché in bici, come nella vita, «tutti, anche i più bravi, prima o poi cadono».

Un rapporto, quello tra padre e figlio, che vede sullo sfondo la madre. Il dolore di un lutto che porta il nome della bicicletta, “Sara”, come la sorella della madre, già amata, alla follia, dal padre, morta giovanissima, la cui storia si svela, grazie all’album dei ricordi, solo a fine spettacolo, con l’aiuto delle tavole di fumetto del disegnatore crotonese Fabrizio De Masi.
Un grande dispendio di energie fisiche nello spettacolo, per un Praticò comprensibilmente emozionato all’esordio nella sua città d’origine. L’uso del dialetto calabrese rende forza ai dialoghi «L’ho sentito proprio come una necessità. Mi rendo conto che la nostra lingua originaria è un po’ messa da parte, quasi disprezzata, e invece, nella recitazione, sento che ha un potere evocativo immenso».

Gabriella Lax
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