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Un appello per la pari dignità del jazz

Stefano Bollani, uno dei firmatari dell'appello

Stefano Bollani, uno dei firmatari dell’appello

I musicisti jazz firmano un appello affinché una delle discipline musicali più creative dei nostri tempi abbia maggior considerazione. Nasce così la petizione destinata a tutte le forze politiche, perche il jazz abbia pari dignità rispetto alla musica “classica”, cui sono destinati in massima parte i finanziamenti pubblici. L’appello è firmato da centinaia di musicisti – fra cui Stefano Bollani, Fabrizio Bosso, Franco Cerri, Franco D’Andrea, Paolo Damiani, Maria Pia De Vito, Stefano Di Battista, Paolo Fresu, Roberto Gatto, Rita Marcotulli, Pino, Enrico Rava, Danilo Rea, ma anche da “jazzofili illustri” quali Serena Dandini, Marco Risi, Lella Costa, Stefano Benni, Neri Marcorè, Niccolò Ammaniti, Natalino Balasso, Ottavia Piccolo e molti altri.Primo firmatario dell’iniziativa è stato il critico musicale Filippo Bianchi. L’appello, indirizzato ai candidati per le prossime elezioni ed alle forze politiche più rappresentative, è stato poi rilanciato dalla Associazione I-Jazz (che raccoglie alcuni tra i più conosciuti festival ed iniziative italiane) e sarà presentato ufficialmente il prossimo mercoledì 13 febbraio, alle 15 a Roma, presso la sede Agis di Via Villa Patrizi.

Durante l’incontro si discuterà del jazz e dei finanziamenti pubblici. Fra le proposte l’istituzione di una orchestra nazionale del jazz, dotata di fondi per la creazione di nuovo repertorio, e per la diffusione di questa musica sul territorio; uno speciale fondo per il sostegno dell’attività all’estero; un costante lavoro sulla formazione e sul decentramento, nella ricerca di nuovo pubblico a partire dalle scuole; una più ampia presenza nelle commissioni di valutazione di esperti di musica jazz ed attuale, e l’inclusione di commissari designati dal basso; la creazione di un fondo per la cooperazione, volto a favorire le strutture di musicisti associati e le co-produzioni fra strutture organizzative.

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati. Senza l’autorizzazione è vietata la riproduzione in qualsiasi forma.

Al Museo Ferragamo apre il bookshop

Stefano Frasconi all'opera

Stefano Frasconi all’opera

Resteranno immortali le décolleté confezionate per Marilyn Monroe in “A qualcuno piace caldo”e, fino al 28 gennaio ci sarà tempo per visitare l’esclusiva mostra dedicata alla grande attrice americana. Il Museo di Salvatore Ferragamo a Firenze inaugura il bookshop e lo fa con una bella cerimonia dal titolo “Artiginalità in musica”, durante la quale, nell’androne di Palazzo Spini-Feroni, hanno coinciso le abilità musicali del pianista Danilo Rea per un concerto di musiche anni Trenta e Quaranta e l’arte artigianale sulla quale, tuttora, si fonda la grandezza del Made in Italy. I visitatori hanno ammirato dal vivo nella boutique fiorentina, il maestro calzolaio Stefano Frasconi intento a confezionare l’iconico “Sandalo Invisibile” quello con la zeppa ad “F” per intenderci, che valse nel 1947 a Salvatore Ferragamo il premio “Neiman Marcus”.

E’ proprio la “Ferragamo’s creations” che rappresenta il meglio del brand disegnato dal pittore futurista Lucio Vrenna nel 1930. Si tratta, in molti casi, di un accessorio esclusivo, un oggetto da collezionisti perché i prodotti del marchio sono riedizioni in serie limitata e numerata di alcune storiche calzature esposte al museo e borse che hanno fatto la storia della moda italiana. Modelli costosi, frutto del lavoro manuale, con costruzioni, pellami e forme originali.

Oltre alla zeppa “f”, ed alle scarpe tanto care alla Monroe, ci sono le ballerine in camoscio con punta arrotondata di Audrey Hepburn ed il sandalo “Kimo”, ispirato alla cultura giapponese. All’interno del nuovo bookshop dedicato al museo Ferragamo ci sarà una lounge, dove sarà possibile consultare e acquistare libri e cataloghi sulle mostre ospitate nella struttura nel corso degli anni oltre ad una selezione di monografie di celebri fotografi e icone dell’eleganza e dello stile.

Gabriella Lax

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Romantico in chiave jazz


Sul palco con Gino Paoli a raccontare le storia della musica italiana. Il pianoforte di Danilo Rea, già impegnato in altre illustri collaborazioni, si accompagna alla poesia vibrante di uno dei cantautori più amati nel disco “Due come noi che…”. “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”, “Sapore di sale” in chiave jazz per raccontare al pubblico mezzo secolo di parole e di artisti quali Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè.
Ma è la passione per il piano che lo accompagna, come confessa candidamente, sin da quando era bambino. Oggi Danilo Rea è uno dei musicisti jazz più versatili e conosciuti del panorama italiano. Per me resta indimenticabile l’esibizione al pianoforte insieme a Rita Marcotulli nella catartica prova con le immagini di fondo di “Metropolis” (capolavoro fantascientifico muto di Fritz Lang datato 1927, film espressionista e d’avanguardia precursore dei tempi), progetto iniziato per caso, commissionato a Roma qualche anno fa ai due musicisti di fama internazionale
Quando ha capito che avrebbe fatto il musicista?
«Non c’è stato un momento particolare, ho sempre registrato la stessa passione che si è alimentata negli anni. Il feeling che si stabilisce col pubblico è il fattore più importante. Lo scambio col pubblico diviene rigenerante Non c’è niente di più bello, alla fine di un concerto, quando ti si avvicina qualcuno per raccontarti quanto si è emozionato con la musica. E’ una gratificazione inenarrabile».
E’ importante per un musicista jazz la formazione classica?
«Sicuramente posso dire che la conoscenza di una formazione classica aiuta, soprattutto in determinati contesti. Pensi alla stessa creazione di “Opera” ad esempio».
Ha fatto della versatilità la sua forza musicale?
«In realtà non è stato un fatto voluto ma un’attitudine che mi è venuta naturale. Perché, mi sono detto, non devo improvvisare con la musica dei miei tempi? Se negli anni Cinquanta Armstrong suonava Gershewin, perché non posso io reinterpretare i musicisti contemporanei, da De andrè alla musica pop? »
Come trova la Calabria ed il suo pubblico?
«Dal punto di vista naturalistico è una zona spettacolare. Ogni volta che arrivo, in aereo, vedo questo incastro bellissimo tra montagne, mare e vegetazione. E’ un posto in cui si trova tutto ed ai massimi livelli: c’è una storia millenaria alle spalle. E poi il pubblico ho imparato a conoscerlo, è maturato insieme a me negli anni e lo trovo molto attento».

Gabriella Lax