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Il jazz di Stefano Scarfone Quartet

Stefano Scarfone Quartet alla Fioreria

Stefano Scarfone Quartet alla Fioreria

Salta le staccionate degli stereotipi per proporre un jazz contemporaneo, una musica che raccoglie un’infinita serie di stili e che racconta le storie del quotidiano. Primo spettacolo del nuovo anno alla “Fioreria” di Reggio Calabria, per il Play Music Festival, organizzazione artistica impeccabile di Alessio Laganà col progetto musicale “Stefano Scarfone Quartet”, insieme al chitarrista romano ci sono Quentin Collins alla tromba, Israel Varela alla batteria (ha suonato con Pat Metheney, Mike Stern, Hiriam Bullock, Bireli Lagrene), Carmine Iuvone al basso (ha collaborato con Prince, Craig David, Alicia Keys) e Uan Carlos Albelo Zamola al violino.

E Scarfone chiarisce che «è un sodalizio che nasce con Quentin Collins perchè ci siamo conosciuti per il mio ultimo disco “Precipitevolissimevolmente”; con Israel avendo lavorato a Roma eravamo già stati in contatto e con Albelo Zamola avevamo collaborato per alcuni dischi con musicisti italiani quali Gabriella Ferri e Franco Califano. Il mio secondo album “Estrella” ha avuto tanto successo, ho viaggiato in tour per il Sud America, è andata bene, sono riuscito a guadagnare e posso permettermi questi musicisti». Suona anche le percussioni, il basso, è un musicista eclettico Scarfone. E poi la confessione «Nelle composizioni dell’ultimo disco c’è molto della Calabria (il padre è originario di Palmi nds) ho una casa alla Tonnara di Palmi, per scrivere e comporre mi chiudo li per giorni». Saperi e sapori Mediterranei nel bagaglio di Scarfone, commistioni mondiali tra le più disparate e differenti, col country ed il jazz americano degli altri musicisti.

E il pubblico della Fioreria colpisce nel segno ancora una volta. Nell’atmosfera intima, coi suoi silenzi, nella magia dell’ascolto, anche Scarfone e company restano ammaliati. Racconta «In Italia raramente accade una cosa simile è più semplice che accada a Berlino. Abbiamo suonato in acustico e gli spettatori sono stati impeccabili e meravigliosi». Una passione quella di Scarfone per la musica che nasce da piccolissimo: a cinque anni suonava già la chitarra. Ma che subisce un’impennata con la vittoria, alle scuole superiori, del Premio Nazionale “Mariano Romiti”.

«Quando, con una mia composizione ho vinto la borsa di studio che mi ha consentito di comprare anche degli strumenti per suonare, ho compreso che forse nella vita avrei potuto davvero suonare come mestiere». E, da li a poco, sono iniziati i concerti dal vivo ed il lavoro assiduo con la Rai. «Il mio primo disco, nel 2005, si chiama “Original sound track”, proprio perché era una raccolta delle musiche dei film, delle colonne sonore è piaciuto così tanto che la Rai mi ha prodotto anche il secondo disco». Il prossimo impegno è un progetto discografico che partirà a febbraio, in cui «mischierò alla mia musica strumentale le voci di artisti italiani provenienti dal pop (i nomi non li anticipa per scaramanzia nds) e poi decontestualizzati».

Gabriella Lax

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Fornarelli e la sacralità della musica

“Fornarelli Trio” live al “Cave”

Serviva rompere le catene del main street jazz, serviva, per “sopravvivere”, un cambio stilistico. E per far questo sono serviti due anni di silenzio, senza la musica. Ma, da questa catarsi, Kekko Fornarelli è uscito farfalla dal bozzo. «Ero a L’Aquila, prima dello scempio del terremoto in un teatro pieno di gente, dunque il clima ideale per suonare. Eppure, c’è stato un momento in cui ho realizzato che non mi divertivo più». Racconta di uno stop di due anni, il pianista e compositore, e delle riflessioni che, conseguentemente, lo hanno portato ad un «ritorno alla semplicità ed all’immediatezza della musica jazz senza fronzoli».

Fornarelli, pugliese, originario di Bari, ha trovato un sound tutto personale, con salde radici nella preparazione del pianoforte classico e col sapore della libertà vera che solo la musica jazz.Saranno le ultime date italiane per “Kekko Fornarelli Trio”, prima della partenza per il tour che a dicembre vedrà il gruppo protagonisti in Asia e poi, nei mesi successivi negli altri continenti. Insieme a Fornarelli piano e synth, nel trio ci sono Luca Alemanno virtuoso del contrabbasso e Dario Congedo alla batteria.
Il percorso artistico che ha fatto porta Fornarelli ad avere le idee molto chiare, soprattutto quando gli domando come sta andando il jazz in Italia, considerato che tanti, anche giovanissimi, si avvicinano a questo genere, anche scolasticamente. E’ tassativo «Nel nostro Paese non va bene, ma non perché non ci sia fermento. Semplicemente perché il jazz nasce come una musica spontanea, frutto dei momenti di libertà dei neri nelle piantagioni. Per questo motivo non si può chiudere in quattro mura e non si può insegnare nelle scuole di jazz».

L’ambiente intimo di un piccolo ritrovo, il Cave, è l’ideale per sentire l’eco della poesia che passa sulle note, come il tempo che inesorabile scorre e che si fa fatica ad accettare (Time goes on), come la corsa continua, come in una jungla, all’inseguimento del nostro quotidiano (Daily jungle), come la solitudine del musicista che viaggia per il mondo, lontano dalla casa e dagli affetti, un compromesso vitale per inseguire un sogno (Dream and compromise). Singolarmente Fornarelli porta aventi il progetto “Piano Solo” e l’album dal titolo “Monologue”, registrato a Dublino e che sarà in tour dal mese di marzo prossimo. «I titoli delle composizioni sono rigorosamente in inglese perché la musica si esporta e, a differenza che nel nostro Paese, all’estero c’è quella sacralità e rispetto per l’arte».

Gabriella Lax