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“Credevo fosse un’amica invece era una stronza”, il libro cult di Irene Vella

20130208181235Ce le portiamo dietro dall’asilo fino all’ospizio, sono una categoria mai in estinzione perché vive di pettegolezzo, si nutre d’invidia e si anima compiendo piccole e grandi cattiverie. Prima o poi capita di imbattersi nella “stronzamica”. Un fenomeno dalle caratteristiche “tutte al femminile” descritto nel libro “Credevo fosse un’amica e invece era una stronza” (Laurana Editore di Irene Vella, con prefazione di Cristina Parodi e Ivan Zazzaroni.
imagesAl “Just Cavalli” di Milano, la Vella ha catalizzato la créme de la créme dell’editoria milanese con la presenza di Elle, Vogue, Cosmopolitan, ed è riuscita a far spostare amici e giornalisti da ogni parte d’Italia per festeggiare quello che ormai viene indicato come il best seller del 2013.
Nella simpatica catalogazione della Vella eccole, le protagoniste sono loro: le “amiche perfide” e false: dalle colleghe, alle vicine di casa, persino cugine o amiche del cuore, descritte come “arpie senza scrupoli che remano contro, che sembrano le tue più intime confidenti e invece ti accoltellano alle spalle alla prima occasione”. E poi ci sono quelle che lo fanno in maniera più subdola, col sorriso di copertura mentre dietro ti sparlano, quelle che insinuano dubbi e paure, ma sempre con il sorriso. Un manuale semiserio per sopravvivere alle “stronza miche”, magari smascherarne la vera natura.

Un libro cult destinato a fare storia, come i suoi mantra: “Asfaltare la stronzamica prima che sia lei ad asfaltare te” o ancora “Le Stronzamiche sono come le Barbie ce n’è una per ogni tipo”.
Succede quasi esclusivamente alla donne perché spiega l’autrice «Noi donne abbiamo una marcia in più anche quando si tratta di essere stronze. Ci riesce meglio, siamo portate. A parte gli scherzi purtroppo, come dico nel libro, sono arrivata alla conclusione che nella vita ognuna di noi l’ha incontrata almeno una volta, dall’asilo alla scuola elementare, dalle medie alle superiori. Ce n’è sempre stato un esemplare tra noi perché nella maggior parte dei casi, la sorellanza tra due donne facenti parte dello stesso gruppo è un’utopia, raggiungibile solo nel caso ce ne sia una più brutta, meno appariscente e soprattutto facilmente assoggettabile. Il bersaglio perfetto, insomma, per la stronzamica».

Gabriella Lax

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Barbie, la bellezza del mito

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Eccola che mi sorride. Chiusa nella sua scatola rosa. Immortale. Diva. Donna. Ha poco più di cinquant’anni eppure è ancora bellissima nel suo abito candido. Bellissima. Perché non ci sono altre parole per definire la Barbie, bambola unica al mondo. Per mezzo secolo modello per le bambine che, anche inconsciamente, alla sua eleganza senza tempo si ispirano. Tutte da piccole avremmo voluto essere una Barbie. Splendida con i capelli lunghissimi e biondi, col naso all’insù ed con il sorriso perennemente stampato sul volto. Alta, magra, aggraziata. Per noi, bimbe senza grilli per la testa, l’alternativa era tra i bambolotti paffuti, modello neonato (leggi “Cicciobello”) o le mini donne dalle gambe affusolate. E la Barbie, creazione esclusiva della Mattel, batteva tutte. Per uno strano e sconosciuto motivo c’era una magica attrazione che ci faceva ammirare le Barbie. Un’attrazione irresistibile che portava a collezionare vestiti, cambiare abiti e (micro)sandali o scarpette che era facilissimo perdere. E solo qualche fortunata invece la collezione ce l’aveva proprio delle Barbie, di ogni modello ed ogni foggia.

Per quanto mi riguarda, oltre ad un braccio di gomma risalente (ritrovato nella fanciullezza), ne ho avute solamente due: Barbie “Malibù”, col costumino inteso viola e la faccia abbronzata, la mia prima vera e amata bambolina e Barbie “Ti voglio bene”, tutta cuori e brillanti rossi, dotata di cuoricini di carta a forma di cuore e magico stampino rosso che scriveva “I love you”.

Ad entrare oggi in un negozio di giocattoli e cercare una bambola invece si rischia un trauma e si rischia, soprattutto, di rimanere sommerse da una marea di esseri in plastica diabolici e sproporzionati. Le Winks, ad esempio, le oltremodo magre fatine magiche che le bambine di questi tempi adorano. Certo la Barbie ha parametri estetici lontani dal reale, ma queste specie di farfalle/ lucciole hanno pure le ali! O peggio ancora è imbattersi nelle Bratz. Guardatele da vicino, ma cercate di non spaventarvi: hanno il viso ovoidale di un alieno, le labbra a gommone e la classe di una balena ad un party di cristalli con i loro orribili zatteroni trash. Bambole bambine insomma vestite da grandi con gonne corte e scollature. Segno dei tempi che cambiano. Noi fanciulle di un tempo, invece, continuiamo ad adorare la favolosa Barbie.

Gabriella Lax