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Antonio D’Amico su Gianni Versace: «Per la legge non ero nessuno»

Antonio-D’AmicoUna morte inspiegabile. Dopo sedici anni ancora ci si domanda se davvero l’omicidio di Gianni Versace possa essere stato il frutto dell’ultimo fremito di uno psicopatico o se, invece, dietro la sua morte ci possa essere ben altro. In Florida, in carcere si trova rinchiuso Chico Forti, un imprenditore e produttore cinematografico di Trento condannato, per una serie di improbabili indizi, per omicidio. Molti collegano la sua prigionia al fatto che, prima di essere arrestato avesse compiuto un’indagine priva sull’omicidio Versace, realizzando tra l’altro (è visibile su Youtube) il documentario “Il sorriso della medusa”. A questo si aggiungano le dichiarazioni di pentiti che tacciano l’uccisione delle stilista come un fatto relativo a presunti legami che Versace avrebbe avuto con la ‘ndrangheta calabrese Filippo Di Bella. Ipotesi queste respinte fortemente dalla famiglia dello stilista, in primis dai fratelli Santo e Donatella.

Che i misteri sulla morte dello stilista non siano stati dissipati dal suicidio di Andrew Cunanan ne è convinto Antonio D’Amico, il compagno di Gianni Versace.
Antonio, durante l’intervista, circa un anno fa, in occasione del compleanno di Gianni, mi aveva spiegato «Anche se non ho le prove rimango convinto di questo. Sono sicuro che qualcuno, intenzionalmente, abbia voluto farlo uccidere. E, per fortuna, non sono il solo a pensarlo». E, sempre a proposito delle indagini archiviate sull’omicidio di Miami aveva chiarito: «In America sicuramente è un caso chiuso. Ma penso che ci sia qualcun altro che continui ad indagare. Sono convinto che la verità verrà fuori e finalmente sarà fatta giustizia. Lo spero». Ma D’Amico non ha intenzione di tacere e, in un altro articolo, su un settimanale nazionale, nel giugno dello scorso anno, racconta di una regia «occulta» dietro l’uccisione dello stilista. «Non ho mai creduto alla tesi del mitomane Cunanan che né io né Gianni avevamo mai visto, ha agito su indicazioni altrui. In più il caso è stato chiuso troppo in fretta, gli americani volevano togliersi la patata bollente e la famiglia ha accettato la loro versione. Fosse stato per me, sarei andato avanti. Ma io, per la legge, non ero nessuno».

Dopo anni di depressione, dovuti all’immenso dolore per la perdita dell’amore della sua vita che lo avevano spinto sul baratro del suicidio ora è deciso ad andare avanti con le sue dichiarazioni che gettano un’ombra inquietante su come, nel 1997, venne gestito il caso dalla polizia Usa. Le forze dell’ordine statunitensi, solo a distanza di poche ore dall’uccisione di Versace e, dopo il suicidio di Cunanan, chiusero il caso convincendo la famiglia a far cremare il corpo. Perché tanta inspiegabile fretta nell’archiviare il delitto vista, per giunta, la notorietà del personaggio in questione? Perché non approfondire i motivi che avrebbero spinto Cunanan a commettere il gesto, liquidandolo come l’ennesimo atto di uno psicopatico?

(2.Fine)

Gabriella Lax
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Caro Gianni, dopo 16 anni

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«Niente è impossibile a Miami»*

15 luglio 1997 Reggio Calabria
Un due pezzi fantasia vichy. Dopo tanto peregrinare ero riuscita a scegliere. A metà luglio ancora non avevo trovato un costume che mi facesse impazzire. Sotto l’egida degli sconti ero finalmente dentro al camerino di un negozio, sul Corso Garibaldi, a provare questa fantasia black & white. Anche in quello spazio ristretto arrivavano le note della radio. La musica si ferma. “E’ stato ucciso a Miami lo stilista Gianni Versace”.
I miei ricordi successivi legati a quella morte sono le lacrime di Lady Diana al funerale dell’amico, inconsapevole del triste destino che, qualche giorno dopo, l’avrebbe sopraffatta e Naomi Campbell che sfila, lacrime agli occhi, con quell’orrenda “Every breath you take” versione modificata in sottofondo.

15 luglio 1997 Miami Beach
Antonio D’Amico mi aveva confidato, nell’intervista di qualche mese fa, che Gianni, il suo compagno, aveva scelto di stare a Miami, dopo un viaggio fatto insieme, perché quel posto gli ricordava tanto la luce del Lungomare di Reggio Calabria.

Con Kate Moss

Con Kate Moss

«Il sole invade ogni angolo di Miami. Sembra portare energia in ogni luogo. Ma anche i paradisi contemplano zone scure: dove c’è tanta luce, bisogna aspettarsi altrettanta ombra».*

Andrew Cunanan era arrivato in Florida, a Miami Beach, il 12 maggio. La polizia, dopo i quattro feroci ed atroci precedenti omicidi, è sulle sue tracce. Lo squilibrato prende una stanza al Normandy Plaza. Per due mesi sta rinchiuso di giorno a guardare le riviste di moda ed i filmini sadomasochisti ed esce solo la notte per frequentare i locali per omosessuali. Con la sua personalità psicopatica Cunanan era riuscito, fino ad un certo punto della sua vita, a sfruttare, soprattutto attraverso il suo aspetto avvenente ed dunque al sesso, la società, senza essere costretto a ricorrere al crimine. Nell’escalation di assassinii (che a quanto pare lo ha portato al suicidio) la scelta di Gianni Versace come ultima vittima è simbolica, gli ha permesso di raggiungere, attraverso la morte, quella notorietà che il suo narcisismo patologico gli aveva ispirato.

Gianni Versace era stato intervistato da Maria Vittoria Carloni, il pomeriggio precedente, aveva raccontato alla giornalista de “L’Espresso” che a Miami riusciva a lavorare bene, cambiando aria rispetto all’ambiente di Milano. La sera, prima di andare a dormire, Gianni aveva inviato i fax alla sede di Milano, senza ricordare la differenza del fuso orario. La mattina seguente alle otto circa Gianni era uscito, come tutti i giorni, per andare a prendere i giornali. Per Antonio quella sarà l’ultima volta in cui vede Gianni vivo.

Ci vogliono pochi secondi per uccidere una favola. La favola di Gianni Versace che era partito dalla città dello Stretto e che, con ago e filo, creatività e innovazione, animato dallo spirito di un Dio greco che gli si era annidato nell’amigdala, aveva portato la sua moda ed il suo nome del mondo, costruendo dal nulla una dei marchi più pregiati del Made in Italy.

gianni-versace-and-allegra-beck-at-home-in-miami-december-1994Bastano due colpi di pistola alla testa da parte di uno squilibrato a distruggere tutto. Non serve l’ambulanza, vani sono i tentativi fatti per rianimare lo stilista, freddato sulle scale della sua villa di Ocean Drive. All’inizio la notizia rimbalza in maniera così violenta e, soprattutto, appare così inaudita ed inspiegabile che ha tutta l’aria di essere una “bufala”. Le immagini degli scalini insanguinati, del corpo dello stilista sulla barella dell’ambulanza servono a fugare ogni successivo dubbio.

«Sarebbe bello pensare che Gianni Versace non si sia perso per sempre, e immaginarlo mentre vaga su Ocean Drive, lo sguardo attratto da ogni cosa o persona, la curiosità abbindolata tra forme e colori. Forse è davvero diventato luce e si è aggrappato al sole di Miami come alla criniera di un cavallo e si lascia trasportare per il mondo. Può darsi che, sempre come un raggio di sole, sia tornato tra le palme del Lungomare di Reggio Calabria per osservare le signore e i loro abiti, per immaginare che cosa le renderebbe più belle, a ripassare le forme dei resti del tempio greco,a indugiare sulle scanalature di una colonna chiedendosi come trasformare quell’effetto attraverso il drappeggio».*

«Quando il sognatore muore, cosa accade al suo sogno?».*

(1.continua)

Gabriella Lax
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* Tratti dal libro di Tony di Corcia “Gianni Versace. La biografia”, edito da Lindau

Haute couture, Versace torna a Parigi

Uno degli abiti dell’Atelier Versace al Ritz a Parigi

Chissà che fatica deve aver fato Donatella Versace. Riproporre al Ritz di Parigi, prima della chiusura per restauro, la sua filata di haute couture Atelier Versace dopo quindici anni deve essere stato per lei uno sforzo di non poco conto ed una scelta sofferta ma indispensabile per lasciare, un’altra intramontabile impronta nel mondo della moda. Tra quelle stanze monumentali, suo fratello Gianni Versace, il 7 luglio del 1997, avrebbe chiuso la sua storia di stilista. Non lo sospettava nessuno ma, appena qualche giorno dopo, nella dimora sul mare di Miami, dove viveva col compagno Antonio D’Amico, sarebbe stato ucciso dal killer seriale Andrew Cunanan, in circostanze mai ben chiarite.

«Quella è stata l’ultima volta che ho visto Gianni – confessa la sorella nel famoso albergo su place Vendome – anche in quella sfilata abbiamo litigato tantissimo». Niente di strano. Le discussioni, a volta anche molto pesanti erano una sorta di catarsi per la coppia di stilisti «Perché dopo le cose ci venivano meglio» confessa Donatella. Una sfilata che, all’epoca, era stata un vero parto. Indimenticabili per tutti gli estimatori dello stilista le croci cucite sugli abiti. Per disegnare la collezione, con riferimenti puramente bizantini, Gianni e Donatella, in quella circostanza, avevano visitato tutte le chiese bizantine di Ravenna. Lo stile con fugaci riferimenti all’antico, alle preziosità della storia dell’arte, all’impronta dei costumi teatrali si fondevano, per lo stilista scomparso, con l’utilizzo inusuale e sperimentale di materiali estremi.Quella andata in scena sulle passerelle di Parigi, qualche settimana fa, è stata soprannominata la collezione dei tarocchi.

In realtà basta uno sguardo per cogliere, non troppo distante, l’eredità e l’influenza di Gianni Versace. Gli inconfondibili drappeggi riportano alle tuniche magno greche, i colori riprendono i tenui riflessi color pastello del mare che Gianni si portava dentro e le cui tonalità cercava di riproporre. Dopo tanti sopralluoghi «alla fine ho deciso di accettare la sfida – chiarisce la bionda stilista – ho pensato per l’occasione ad un set moderno, sfavillante di luce e riflessi metallici. E non mi son pentita». Trionfa ancora la moda dell’haute couture, un sogno che rimane per pochi eletti ma «un sogno – chiude Donatella Versace – che la gente vuole ancora fare».

Gabriella Lax

D’Amico: “Gianni Versace, un uomo del Sud”

 

antonio gianniLa sua vita è cambiata radicalmente da quella mattina del 15 luglio 1997. Antonio D’Amico, compagno di vita, per ben quindici anni, di Gianni Versace, era seduto a fare colazione quando udì gli spari dell’assassino che decretarono, con la morte dello stilista reggino, e con essa la fine della favola, proprio nella casa di Miami, città che lo aveva accolto e adottato.  Per D’Amico, che con Versace aveva diviso affetto e lavoro, furono anni di dolore, vissuti sul baratro, in bilico tra la vita e la morte. Il pugliese, oggi cinquantenne, ha trovato la forza di andare avanti, nonostante un dolore che non scompare mai, grazie a una ritrovata fiducia verso il futuro: una nuova vita dunque senza mai dimenticare il passato.

Attualmente di cosa si occupa?

“Ho messo da parte l’avventura del ristorante sul lago di Garda che avevo aperto per due anni. E’ stata una piacevole parentesi poiché è un lavoro che assorbe troppo tempo, non avrei potuto dedicarmi ad altro. Adesso sto collaborando all’estero con alcune aziende di moda e, insieme ad una mia amica, ho aperto un sito web in America, per la vendita di prodotti artigianali (bigiotteria, borse e pelletteria), esclusivamente Made in Italy”.

Con Gianni aveva visitato la Calabria?

“Si certamente. Siamo andati insieme a Reggio, alla fine degli anni Ottanta. Eravamo in vacanza in Sicilia in barca e poi Gianni è voluto scendere a Scilla, arrivare a Reggio per trovare la cugina Nora, a cui era molto legato. Mi ha fatto vedere i luoghi in cui aveva vissuto da bambino ed era cresciuto, la sua casa di famiglia. E’ è stato bello condividere dei posti di cui prima avevamo solo parlato. Comunque Gianni era molto legato alla sua famiglia e fin quando suo padre è stato in vita lui veniva a trovarlo appena trovava il tempo”.

Gianni aveva scelto Miami perché un po’ gli ricordava la sua città sullo Stretto?

“Tornavamo da un viaggio a Cuba e ci siamo fermati a Miami per fare un giro e lui è rimasto molto colpito dalla luce e dai colori e, soprattutto, dalle persone. Per la vitalità gli ricordavano la sua terra, con questa idea del caldo, dell’energia solare che sprigionava quella città. Fu una grande fonte d’ispirazione. Per questo a Miami dedicò persino una collezione”.

Cosa c’è di attuale in Versace?

“Tutto. Alla base del suo lavoro c’era la sartoria, il lavoro accanto alla mamma Francesca. Cose semplici dunque. Basti pensare al tubino. Ancora oggi quando vedo le immagini di Lady Diana con il tubino bianco e mi viene in mente che, proprio attorno a questa semplicità di base, ruotava poi il suo genio creativo che gli consentiva di giocare nella ricerca del particolare. Certe cose passano, altre invece restano, come per i suoi abiti da sera”.

intervista-esclusiva-ad-antonio-d_amico-compagno-di-gianni-versaceQuali altri contributi avrebbe potuto dare Gianni Versace all’universo della moda?

“Avrebbe potuto ancora dare tantissimo, come succede per gli altri stilisti che sono ancora in vita, ma la tragedia lo ha fermato. Gianni era molto curioso, non si fermava mai. Ogni volta che preparava una sfilata tutti si domandavano quale altra idea sorprendente era stato in grado di creare. E sono sicuro che avrebbe continuato a stupire”.

Lei e Gianni usciste allo scoperto con il vostro legame omosessuale in un periodo non semplice soprattutto in Italia.

“Per il resto del mondo la rivelazione della nostra relazione non fu una cosa straordinaria. Anche perché nell’ambiente della moda si sa che c’è l’omosessualità e da un punto di vista che una facilitazione ad ammettere certe situazioni. Semplicemente noi non avevamo niente da nascondere e la rivelazione, fare outing, è stata per il Paese una sorta di rottura verso certi argomenti. Ma noi l’abbiamo vissuto in maniera normale anche perché non abbiamo mai ostentato atteggiamenti in pubblico. Eravamo semplicemente degli uomini nel contesto sociale pur con i nostri sentimenti. Ci sono persone ancora oggi che tutti sanno essere omosessuali e che non lo ammettono”.

Come è riuscito a superare il dolore per la perdita di Gianni?

“Con molta difficoltà. Il dolore rimane fisso, non si è affievolito, anche se sono passati 14 anni. Ma già la morte di Gianni, per come è avvenuta, è stato uno shock. Ci sono voluti anni per arrivare ad accettare, in parte, la sua morte. Dopo l’omicidio sono entrato in crisi profonda Ho sofferto di una malattia nervosa,. Oggi, per fortuna, posso parlarne con maggior serenità”.

Ci sono tanti misteri legati alla morte dello stilista. Lei è davvero convinto che non si è trattato dell’azione di un folle bensì di una morte voluta da qualcuno?

“Anche se non ho le prove rimango convinto di questo. Sono sicuro che qualcuno, intenzionalmente, abbia voluto farlo uccidere. E, per fortuna, non sono il solo a pensarlo”.

Le indagini sull’omicidio di Miami sono state archiviate?

“In America sicuramente si. Ma penso che ci sia qualcun altro che continui ad indagare. Sono convinto che la verità verrà fuori e finalmente sarà fatta giustizia. Lo spero”.

Come vede il suo futuro se si immagina tra dieci anni?

“Non lo so. Mi vedo bene tra dieci anni. Vado avanti fiducioso nonostante la crisi che ha investito l’economia. Già mi sono “ingrigito” (parla dei capelli ndr). La nostra sfortuna è che il corpo invecchia e non reagisce più come vogliamo. Dentro mi sento lo spirito di quando avevo 15 o 20 anni. Non bisogna perdere la speranza, ho imparato che bisogna sempre andare avanti.  Nonostante tutto, il mondo deve continuare”.

 Gabriella Lax

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Ripropongo l’intervista al caro Antonio D’amico (persona sensibile e stupenda) una tra le più belle ed importanti, ed’argomento più cliccato del blog.