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Omaggio a Michele Barillaro, magistrato poeta. Nei suoi versi il presagio di morte

di Gabriella Lax

michele-barillaroMi troveranno con le mani nel fango e divorato/ d’insetti stanco e forse stremato ma/ finalmente tuo signora Africa”. Un triste presagio dei versi in cui forse per qualche istante il magistrato reggino Michele Barillaro aveva visto la sua morte quello contenuto nelle ultime righe della poesia “Africa”. Un pensiero di sicuro subito accantonato per tornare ai doveri quotidiani. E invece proprio l’Africa, amata terra lontana, lo ha inghiottito nel luglio del 2012, all’età di 44 anni, nei pressi di Otjiwarongo, in Namibia, in incidente stradale. Dal 9 luglio dello stesso anno non aveva più la scorta. Il 17 luglio, poco prima dell’incidente, aveva ricevuto delle minacce di morte inviate alle redazioni fiorentine de La Nazione e La Repubblica, nelle quali veniva esaltato il fatto che fosse stato tolto il dispositivo di protezione che gli era stato assegnato. Per ricordare il giovane magistrato morto in circostanze poco chiare, ieri pomeriggio la sala Monteleone di palazzo Campanella a Reggio Calabria ha ospitato “Aspettando la terra promessa/Storia di un magistrato: Omaggio a Michele Barillaro (1967-2012)”. All’incontro, patrocinato dal Consiglio Regionale della Calabria e coordinato da Tito Tropea, presidente Anassilaos Giovani, c’erano Piero Falcone, presidente del Tribunale di Agrigento, Ottavio Sferlazza, procuratore della Repubblica di Palmi,Titti Siciliano, avvocato e direttore scientifico del Centro Studi Istituto Italiano Anticorruzione. Alla memoria del giovanissimo magistrato sarà conferito il Premio Anassilaos “alla memoria”. “Un esempio alle future generazioni di come dovrebbe essere vissutala vita, col suo senso della morale del dovere e della giustizia”.IMG_0681 copia.jpg Le parole del padre, Raffaele Barillaro nel giorno in cui, alla presenza di tanti amici, leniscono poco una pena senza fine, quella della premorienza di un figlio ai genitori. Brillante magistrato, dal 1996 al 2006 è stato giudice del tribunale di Nicosia in provincia di Enna e consigliere applicato alla Corte d’assise d’appello a Caltanissetta. Tra il 1998 e il 2005 si è occupato di importanti casi, tra cui il “Borsellino ter” sulla strage di via d’Amelio, sull’attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone, sulla “Strage di Gela”, “Omicidio Ciancio”, “Piazza Pulita”. È stato consigliere applicato alla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta dove ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D’Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Per la sua attività gli fu assegnato il premio internazionale “Rosario Livatino”. Nominato gip a Firenze, si è occupato dell’area anarco-insurrezionalista, ma soprattutto delle infiltrazioni mafiose e delle loro relazioni con l’enorme riciclaggio verso la Cina, che denunciò pubblicamente. Il magistrato, quando ancora non erano state emanate normative anticorruzione ad hoc, si era occupato della truffa aggravata al Servizio Sanitario Nazionale e dell’evasione fiscale a carico dei vertici dell’azienda farmaceutica Menarini.

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“Grazie al suo incessante impegno – racconta Falcone, amico ecompagno dell’avventura professionale siciliana – Nicosia giunse ad essere uno dei tribunali più efficienti ed ancora oggi nel posto è vivo il ricordo della figura di Michele, degli incontri culturali programmati, con alte professionalità nel mondo della magistratura”. Falcone chiarisce “i miei rapporti son rimasti intensi anche dopo il suo trasferimento a Firenze. Eravamo riferimenti l’uno per l’altro. Le minacce che aveva ricevuto per delicati processi gettano ombre inquietanti sulla sua fine e affollano la mente di chi gli aveva voluto bene- quel che resta – sono i valori e gli entusiasmi di Michele che anche altri possono recepire e portare avanti”. E Sferlazza chiarisce la sua conoscenza di Barillaro dal punto di vista professionale (più che dal lato umano) “con un eloquio fluido ed appassionato”. Una conoscenza che continua dopo la scomparsa del magistrato attraverso i suoi scritti e le sue poesie.”Un modello di impegno e passione civile grazie alla sua sensibilità”-dice Sferlazza.

Titti Siciliano invece aveva conosciuto Barillaro per un file rouge che li accomunava “Lui aveva in testa un nuovo modello di giustizia che mi ha toccato ed ha fatto da gancio”. Ricorda il dolore del padre che “convive con l’idea di un figlio che c’è in un’altra dimensione”. Un poeta Barillaro, un magistrato che ha mostrato “passione e curiosità per la vita, mai vissuta con spavalderia e piena di senso di equilibrio”. Un “cercatore del senso” che, forse si è spinto troppo lontano. E poi ricorda che Michele, da giovane, era stato allievo di Gilda Trisolini, illustre poetessa reggina e, da qui, forse l’amore per le liriche, i versi che inizia a scrivere ai tempi del liceo e che prosegue all’università. “Tra cielo e terra” è la raccolta delle sue poesie. “In Michele traspare il dilemma etico della dimensione civile -e chiude – la sua è un’esemplarità che merita di essere proseguita sulle gambe di altri testimoni”. In chiusura l’intervento di Raffaele Barillaro, “Grazie sembra una parola di niente ma ha un enorme significato. La memoria aiuta a mantenere in vita il ricordo di mio figlio e a dare la sensazione che la persona amata è ancora accanto a noi-Ho cercato di mantenere viva la memoria finche lui possa vivere per tramandare un esempio alle future generazioni di come dovrebbe essere vissuto il senso della morale, del dovere, della giustizia”. (foto Marco Costantino)

La terra, caro Michele, non sarà fredda e non sarà mai nera, per le anime dei giusti.

Reggio, scavi a piazza Garibaldi, dove eravamo rimasti?

piazza garibaldi MarcoIpotesi e teorie. A che punto eravamo rimasti con gli scavi di piazza Garibaldi? Il chiostro della chiesa di San Giorgio al Corso, ha ospitato l’incontro organizzato dall’Associazione culturale Anassilaos, sugli scavi archeologici di Piazza G. Garibaldi. Relatore Francesco Arillotta. Presentato da Pino Papasergio, responsabile del Comitato di Indirizzo dell’Associazione, Arillotta ha preliminarmente evidenziato l’importanza dei ritrovamenti  nell’area della piazza, che testimoniano la ricchezza archeologica e storica del sottosuolo della città. Parlando, poi, di quanto emerso nei tre sondaggi portati avanti dalla Soprintendenza Archeologica, si è soffermato particolarmente sull’edificio scoperto nello scavo n. 1. Arillotta non è entrato nel merito della destinazione dello stesso, compito che spetta esclusivamente agli archeologi che hanno lavorato sul campo. Utilizzando, tuttavia, il materiale fotografico acquisito dai vari siti online che si sono occupati della vicenda, ha osservato che la mancanza di tracce significative ed evidenti di crolli di strutture elevate, e la constatazione che la rustica massicciata che copre il “podium”, mal si adatta all’idea di un pavimento espoliato, avvicinandosi di più a un lavoro in corso d’opera interrotto, ha avanzato l’ipotesi che ci si trovi di fronte a una struttura iniziata ma non portata a termine. Arillotta si è quindi soffermato sugli eventi mitici e storici che hanno coinvolto l’area, a cominciare dal passaggio di Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, e del bosco di lauri sacro ad Apollo, dove egli, dopo essersi curato dalla psoriasi di cui soffriva con le acque termali di cui la città è ricca, vi appese la spada di bronzo del matricidio, e dove i Reggini raccoglievano i rami di alloro prima di partire per Delfi.Arillotta ha ricordato che l’area oggi interessata dalla piazza ha visto, nel 415 a.C. accamparvisi l’imponente esercito ateniese guidato da Alcibiade che portava guerra a Siracusa. E nel vasto ambito dell’area fu nottetempo sepolto il corpo del martire Santo Stefano. Mentre davanti al monastero di San Nicola di Calamizzi, che lì sorgeva, si schierò, nel 1042, l’esercito bizantino di Basilio Pediadites, in procinto di andare in Sicilia contro gli Arabi. Arillotta ha concluso auspicando che nell’area degli scavi si possano condurre anche ricerche geologiche e archeo-botaniche per conoscere meglio la storia del nostro terreno e della sua utilizzazione a fini agricoli. Senza escludere che, una volta sistemata la zona a Parco Archeologico, la si poss ornare proprio con begli alberi di alloro. Facendo così rivivere una tradizione trimillenaria.