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L’ultimo sogno di Marilyn

Immaginando Marilyn Monroe si sogna la visione della bellezza per eccellenza, l’icona di stile immortale, come raccontata da Andy Wharol. Leggendo il libro di Alfonso Signorini “Marilyn, vivere e morire d’amore” ci si scontra invece con altre facce di quella che, solo a primo impatto, può sembrare la storia patinata della diva.
Sono combattuta perché, sarò macabra ma, a dispetto di tutte le meravigliose foto, tante di Milton Greene che la ritraggono, nella mia testa ho l’immagine del volto di Marilyn sul tavolo dell’obitorio. Del viso si scorgono tratti poco familiari, si riconosce solo la forma del naso, i capelli sono bagnati e tirati indietro hanno perso il colore che li caratterizzava. Gli occhi chiusi sul volto inespressivo. Irriconoscibile. Un volto che adesso so avere conosciuto dolori e sofferenze (persino la violenza sessuale) a cui poche persone avrebbero resistito e, bando alle teorie complottistiche, alla fine neanche Marilyn stessa ci è riuscita. Consumata, accartocciata e gettata via dall’ennesimo uomo, anche se stavolta di chiamava John Kennedy ed era il presidente degli Stati Uniti.
Ci sono situazioni a cui il libro di Signorini, seppur molto preciso, accenna soltanto. I tredici aborti nei suoi 36 anni, il rapporto profondo (e platonico ) col fotografo Milton Greene e le poesie che l’attrice scriveva, recentemente raccolte in un libro. Ci sono particolari che hanno segnato la vita di una donna, Norma Jeane Baker, una bambina prima, bisognosa d’amore, che la madre rinchiude nell’armadio. La stessa madre psicopatica che le uccide a colpi d’ascia il cagnolino, reo di essere l’unico compagno della piccola. Un fame d’amore che la porta a pregare “Gesù mio, perché nessuno mi ama? Perché nessuno mi vuole portare via da questo posto? Ho sempre ubbidito a tutti. Mi sono sempre comportata da brava bambina, ma nessuno mi vuole bene. Perché, perché?”. Queste erano le parole dell’affetto negato che la bimba pronunciava dall’orfanotrofio in cui era rimasta dopo che la madre Gladys era stata ricoverata in manicomio.
L’amore, la sconfinata ricerca dell’amore la portano tra le braccia del ventenne Jim Dougherty, un signor nessuno, incapace di stare vicino ad una giovanissima se pur bellissima donna. E poi un crescendo, verso le strade più disparate. Come confesserà al fratello (anche lui suo amante) del presidente Kennedy “La colpa è solo mia: non sono mai riuscita a farmi bastare quello che avevo. Ho sempre desiderato di più. Ero una modella? Ho voluta fare l’attrice. Ero un’attrice? Son voluta entrare nella leggenda. Ero la moglie di Joe Di Maggio? Volevo essere la musa di Arthur Miller. E poi l’ultimo sogno, il più ambizioso: ho voluto divedere la vita con un uomo che non avrebbe mai potuto essere mio. Oh non mi interessava che fosse il presidente. Ad affascinarmi era proprio la sua irraggiungibilità. Volevo perdere, volevo ferirmi mortalmente. E ce l’ho fatta”.
Nella mia testa ci sono le parole malinconiche della canzone di Francesco Baccini: “Norma Jeane si andò a sedare, ignorata da un giornalista, con il trucco da rifare in un posto poco in vista…

Gabriella Lax