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Fracassi, ordinarie storie di precariato

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Un tema d’attualità sociale come il precariato in “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. Si tratta di una drammaturgia tratta dal libro di Aldo Nove, per la regia di Renzo Martinelli. Sul palco, con l’attrice di teatro e cinema, Federica Fracassi, la fisarmonica di Guido Baldoni accompagnerà lo spettatore nelle storie vere di donne che lottano ogni giorno.

Come nasce la pièce e l’incontro con Aldo Nove?

E’ uno spettacolo con varie forme, che è cambiato rispetto alla prima versione del 2005. Ero stata chiamata da Fabrizio Arcudi a leggere dei testi di AldoNove. Successivamente mi ha cercata il maestro Fabio Vacchi, era un libretto con le storie di Nove, interpretavo un melologo, con un ensemble di musicisti. Poi ho fatto un lavoro con le bande di paese, fino ad arrivare alla versione con la fisarmonica.

L’importanza di trattare attualissime tematiche sociali, come il precariato?

Con chiarezza ci siamo resi conto come il teatro non sia salvifico nel risolvere i problemi sciali. Tra l’altro questo spettacolo è molto lontano dagli standard di Martinelli per scelte formali e poetiche. Tuttavia in questo caso è stato fondamentale avere l’approccio, che non ci permette di salvare lo spettatore ma di avere con lui un dialogo, ci permette di farlo sentire meno solo magari su temi in cui prima ci si sentiva isolati.

Il teatro può cambiare il mondo, o meglio, può contribuire a cambiare il mondo?

Il teatro (quando non si parla di intrattenimento puro che però ha sempre una sua dignità) può aiutare a riflettere. Pone delle domande. Son più contenta se lo spettatore esce con delle domande, noi non diamo delle risposte ma facciamo pensare. Come nella polis greca gli esseri umani si confrontano, nel più puro spirito della condivisione.

Recitare a teatro e recitare per un film. Che differente percepisce un attore?

Si tratta di un tipo di concentrazione e di energia differente. In teatro c’è una presenza immediata. Si può partire non benissimo (sempre meglio partire bene) e poi riprendere in mano la situazione nel movimento temporale, si può raddrizzare la recitazione. Nel cinema c’è il montaggio, la possibilità di ripetere la scena, ma maggior attenzione alla mimica facciale per i primi piani ad esempio. In ogni caso attività differenti ma necessarie per la crescita di un attore.

Salvatores, Virzì e Bellocchio. Come si è trovata a lavorare con questi registi di stampo molto differente?

Le mie esperienze non sono state tante, ho avuto piccoli ruoli, ma comunque sono state tutte molto belle, le considero dei regali. Mi incuriosisce molto lavorare su tutti e due i fronti: teatro e cinema. Bellocchio è il maestro a cui sono più legata. Questa estate abbiamo girato insieme anche un corto, mi piacciono le sue scelte, il suo modo di gestire la troupe e gli attori. Virzì è un regista che non si accontenta, ama le sceneggiature in movimento. Tutti loro mi hanno dato qualcosa.

Gabriella Lax

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Aldo Nove, “Mi chiamo” Mimì…

aldo-nove-chiamo-216847Si definisce «Uno che cerca di capire». Aldo Nove esce nelle librerie con “Mi chiamo…” (Skira edizioni), dedicato a Mia Martini, ricostruendone la figura drammatica, che affonda le radici nella calabresità e che visse distrutta dall’ignoranza e dalla cattiveria della gente. «Quando mi dissero che portava jella mi colpì vedere quanto ha sofferto. Una cosa inaccettabile in un mondo civile. A mio avviso è stata la più grande cantante blues italiana, intendendo la sua capacità di tirar fuori l’anima. Ho raccontato la complessità del suo mondo che guardava all’America rock di Jim Morrison ma al tempo stesso alle radici mediterranee di Murolo e Gragnaniello. Quando è morta stava preparando un disco di cover di Tom Waits e Janis Joplin».

Dal volume sarà tratto uno spettacolo teatrale poiché «il libro si ispira a “La voce umana” di Cocteau che fu portato al cinema da Rossellini. Andrà in scena a Milano a giugno, in forma di monologo, con protagonista Erika Urban». Maledetto e nichilista, Aldo Nove è stato, al suo nascere, un dei “cannibali” della letteratura, insieme ad Isabella Santacroce e Nicolò Ammaniti. «Fu un fenomeno mediatico nato da una strana alchimia reale. Siamo stati un gruppo di autori che, attraverso il linguaggio, ha creato un presente inedito. Abbiamo rinnovato la letteratura ciascuno seguendo il suo percorso personale. Ad esempio io amo la poesia e Ammaniti no così come lui ama la narrativa contemporanea americana di cui io non so nulla».

Gabriella Lax

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