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Ciao Ray (E saluta per noi Mr Mojo)

raySe n’è andato Ray Manzarek, cuore musicale e pulsante dei Doors. Nato e vissuto solo di musica. Lo scorso anno si era esibito in una magnifica performance a Milano, in un tour che lo aveva portato in giro per l’Europa. Era in Germania da qualche tempo per curare un brutto male. A 74 anni lascia il mondo dei vivi.

L’autobus si ferma. Il Wishy a Go Go è davanti a me. Sento l’odore delle marmitte della auto che passano fumose. Il luccichio degli abiti corti che coprono appena il tronco. Emozione fortissima. Nel 1964, a Los Angeles, l’ex centrale di polizia diventa uno dei locali in cui iniziano a suonare i gruppi più famosi d’America. Tra loro anche The Doors. Della band Ray era la bilancia, l’anello di congiunzione tra l’estro poetico di Jim Morrison ed il gusto musicale del resto del gruppo. Ray Manzarek (all’anagrafe di Chicago Raymond Daniel Manzarek Jr.,o Manczarek) , formazione classica, incontra Jim all’Ucla (Università della California, bel posto vi assicuro). Due percorsi di vita diversi. Alchimie strane crea la musica, rimbalzando dall’amore per la composizioni, alla libertà stilista del pensiero grazie a Morrison.

 "Whisky a Go Go", tributo a Manzarek

“Whisky a Go Go”, tributo a Manzarek

Cammino lungo Venice Beach. Un concetto di lungomare diverso da quello al quale sono abituata a vedere, con la Sicilia davanti. A Los Angeles c’è una fitta nebbia che occlude il cuore al mattino presto. I corvi neri passeggiano sui davanzali. In spiaggia milioni di pezzi di alghe scomposte hanno invaso la sabbia. E’ ottobre inoltrato. Un murales con il volto di Morrison serve a ricordare la casa dove il poeta ha abitato. Sono in pochissimi nella palestre a cielo aperto sulla playa. Camminava Jim Morrison su quella sabbia dove, leggenda (ripresa da Oliver Stone) vuole che abbia incontrato la sua musa Pamela Courson (Pam). Solo una donna nel calderone tempestoso delle conquiste del bello e dannato ( diversissimo dai debosciati che s’incontrano al giorno d’oggi). Jim era la vera essenza del poeta maledetto. Già ai tempi dell’Ucla, Manzarek aveva, e l’ha tenuta vicino fino alla morte, la piccola Dorothy Fujikawa, compagna e moglie fedele che gli diede un figlio, Pablo, dal quale sono nati tre nipoti.

Jim e Ray. Lo Yin e lo Yang. Due metà capaci (nonostante alcol, droghe, donne ed isterie) di tenere in piedi il progetto musicale dei Doors. Morrison muore a Parigi, nel 1973, per un attacco di cuore a soli 27 anni. Tra mille stranezze. Manzarek è uno degli ultimi a sentirlo al telefono. E Manzarek porta via con sé nell’altro mondo il segreto di Mister Mojo.

“Mister Mojo rising, rising, rising”.

Gabriella Lax
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Non tutti i Maya vengono per nuocere

pitt«Alle 18 comincia il giudizio universale». Vi ricordate questa frase? Era ripetuta a cantilena nell’omonimo film neorealista, “Il giudizio universale” diretto da Vittorio De Sica.
In attesa dell’ultimo giorno per la specie umana mi domando, come potrebbe essere il giorno del giudizio? Da fashion victim, anche in questo caso, la visione celestiale è quella dell’uomo Chanel per eccellenza, con tanto di rughe in viso non cancellate dal Photoshop, Brad Pitt in serafica tenuta, pronto a suonare le trombe…
Se si pensa alla fine del mondo, il rischio è di diventare improvvisamente seri…E il 21 dicembre incombe, ed insieme alla fatidica data, c’è la profezia dei Maya su un nuovo inizio. Già perché è proprio di “inizio” che si tratta e non di una pronosticata “fine”.

Che quella dei Maya sia stata solo una sorta di avvertimento, confermato, negli anni successivi dalle previsioni di Nostradamus? Dunque un “Ricordati che devi morire”, una sorta di diluvio universale virtuale per spingerci a riconsiderare la quotidianità della nostra esistenza, per entrare poi più liberi, e con una nuova consapevolezza, in un’era non segnata in nessun calendario (ad eccezione di quello dei Maya).

Mi ricordo che da bambina, erano gli anni Ottanta, e io avrò avuto sette anni. Anche a scuola, in classe, si era diffusa la voce che, quell’oramai lontano giorno, potesse essere l’ultimo: la fine del mondo sarebbe arrivata la sera alle 20. Così, ricordo, con molta tenerezza, cercai di finire i compiti per casa prestissimo. Alle 19.55 in punto corsi a prendere la mia bambolona, Serenella (una specie di Cicciobello, versione corvina e al femminile) e mi posizionai su una sedia della cucina, davanti a mia madre che, in quel momento, era intenta a preparare la cena. Con la bambola stretta al cuore e mia madre vicino, tachicardia a palla, ero pronta ad affrontare la fine. Contavo, alla rovescia, i minuti che passavano. Alle venti non accadde nulla. Così tornai a posare la bambola vicino al letto e aiutai la mamma a sbucciare i fagiolini.

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati. Senza l’autorizzazione è vietata la riproduzione in qualsiasi forma.

Ho dissacrato la moda


Coordinata, a tema, senza mai uscire fuori dalle righe. Perché le righe non potevano mai stare insieme ai quadrati vichy, né alle fantasie fiorate. Era questo, in sintesi, il concetto di moda che ho avuto in testa per anni. Banale e non prolifico. La curiosità e lo studio mi hanno portata ad una drastica virata nel mio modo di intendere il pensiero relativo a stile e moda.

Per capirci, la sacralità canonica che riservavo all’argomento in precedenza era la stessa della sensazione che, da bambina, provavo entrando in sacrestia. Un posto quasi più sacro dell’altare stesso, dove i passi dovevano essere piccoli e lenti, ogni mossa ed ogni gesto doveva essere coerente e misurato. Persino le mosche in quelle stanze mi sembrava non volessero dare noia. Un luogo fuori dal mondo, in cui rispettare i sacerdoti, guardare la scatola con le ostie conservata nel tavolo in alto e contemplare silenziosamente.

Poi ho visto stilisti impietosi mischiare il camoscio con la seta, il neoprene col pizzo. Ed ho capito.
In una parola, la chiave è OSARE. Essere davvero si irriverenti. Indiscreti, senza mai infrangere, per quanto mi riguarda, le regole del buon gusto. Come Picasso scompone l’armonia delle figure, rendendone contemporaneamente due dimensioni, e divenendo egli stesso un precursore, così ogni novità porta con sé il rischio che, chi fa arte, o crea moda, deve imporsi di accettare.Trash è tutto ciò che è scontato, ciò che non abbatte con violenza la linea della vista, per barricarsi invece dietro outfit e connessioni tessutali, già visti mille volte.

E per concludere, molti anni dopo, ho saltellato anch’io in sacrestia.

Gabriella Lax

I miti non muoiono mai


Sotto l’ombrellone on the beach, nel paradiso dei “non morti”, in una non ben determinata isola Jim Morrison indimenticato “Re lucertola” ed Elvis Presley assoluto “Re del rock”. Insieme sorseggiano un Martini. Una scena questa da molti immaginata ed immortalata in parossistiche scene o in libri cult. Quando muore un mito non ci si rassegna mai, soprattutto quando si tratta di icone idolatrate di generazione in generazione. La voglia di credere che siano ancora vive campeggia sopra la logica.
Cantante dei Doors, ma soprattutto poeta maledetto, Jim Morrison morì il 3 luglio 1971 nella vasca da bagno del suo appartamento a Parigi. Gli unici a vedere il cadavere furono la compagna Pamela Carson ed un medico. Entrambi morirono dopo pochi anni. La scomparsa di Morrison, deceduto ufficialmente per un infarto, ha tanti lati oscuri e coincide con l’inizio della leggenda che lo vuole ancora vivo. Qualche tempo fa il tastierista del gruppo americano Ray Manzareck ha rivelato al tabloid britannico “Daily Mail” che Morrison avrebbe organizzato la macabra messinscena per sottrarsi alla pressione della popolarità e ritirarsi a scrivere poesie. Un anno prima di morire, Morrison mostrò ai suoi compagni una brochure delle Seychelles e disse: «Non sarebbe un luogo perfetto per fuggire, mentre tutti pensano che sei morto?». C’è addirittura un grafico francese, Jacques Rochard che confessa in un libro “Vivo”, di averlo incontrato a Parigi nel 1980.
L’alone di mistero circonda anche la morte di Elvis “The Pelvis”, avvenuta nella sua villa di Graceland, per un arresto cardiaco (dovuto, sembrerebbe, ad uno strabiliante abuso di farmaci), il 16 agosto del 1977. Tanti gli indizi che fanno supporre una scomparsa volontaria celata da un’inscenata morte dell’amato cantante. Sembrerebbe che il cadavere nella tomba di Elvis celasse una cicatrice sul petto quando invece lo stesso Elvis non ne aveva mai avute, come dimostrano le sue apparizioni con le camice aperte. Inoltre i paramedici che vennero chiamati nella sua villa, all’inizio non lo riconobbero come Elvis per poi cambiare versione subito dopo. L’indizio più significativo è che la sua assicurazione sulla vita non è mai stata riscossa. Infine il secondo nome di Elvis non è scritto correttamente sulla sua lapide: sul certificato di morte è scritto Aron, come sul certificato di nascita, sebbene la sua fondazione preferisca usare Aaron. Tra le pubblicazioni a testimonianza della sopravvivenza di Elvis c’è “Is Elvis Alive?” (Elvis è vivo?) di Gail Brewer-Giorgio.
Qualche anno fa, un altro mitico personaggio ha raggiunto i “non morti”. Ecco perché, a poche settimane dalla morte di Michael Jackson, avvenuta il 25 giugno 2009, sono iniziati gli avvistamenti del “Re del pop”. Così anche in questo caso la voglia ricredere ad una sparizione volontaria piuttosto che alla morte prende il sopravvento. Lenzuola bianche al posto dei sacchi blu degli operatori mortuari della contea di Los Angeles e soprattutto le immagini di un Jackson da morto non vecchio e malridotto come si mormorava negli ultimi tempi, avevano cominciano ad instillare dubbi. Come pure non chiare sono le cause della morte e lo stesso referto autoptico. Insistenti voci circolate nel gennaio 2009, puntualmente riportate da giornali, lasciavano al re del pop appena sei mesi di vita, proprio prima che nel giugno 2009 Jacko morisse o così volesse far credere. Sui tanti misteri della morte del cantante americano è stato costruito un sito internet pieno di clamorose investigazioni e rivelazioni.
In fondo credere che Jackson, Morrison e Presley siano ancora in vita a chi fa male? Ed il sogno alimenta ancora il mito…

Gabriella Lax

Le “Cinquanta sfumature” e la cattivissima Marchesa Yanus

Nonostante in uno dei primi articoli di questo blog mi sia abbondantemente espressa sull’ultimo caso letterario “Le cinquanta sfumature…” di vari colori, prodotte dalla mente di E. L. James (pseudonimo di Erika Leonard) mi ritrovo, mio malgrado, a doverci costantemente fare i conti. L’ultimo dialogo in proposito l’ho percepito ieri mattina in palestra. Dal tapis roulant, un’olimpionica insegnante di fitness chiedeva ad una cliente ginnica di passaggio: “Ma tu hai finito di leggerli?” e l’altra con veemenza rispondeva “Si, si, il migliore è stato il secondo”, e la prima riprendeva “Ma lo sai che ora fanno il film?” e l’altra scambiando un sorriso complice “E noi saremo pronte ad andarlo a vedere”.

A parte l’anacronismo delle informazioni considerato che la storia del film si conosce ormai da tre mesi, mi permetto di non condividere la scelta di quale tra le tre oscenità su carta sia migliore. Il primo volume ha un’attenuante perché è insita l’incognita del non sapere la “cosa” davanti alla quale ci si trova davanti. E, tutto sommato, è l’inizio di una storia che, al limite, può anche incuriosire. Il secondo ed il terzo libro sono un ritornello di dejà vu di acrobazie sessuali, con oggetti improponibili e con orgasmi fulminati che si susseguono secondo la migliore tradizione dettata dai film hardcore.

Mentre sentivo la conversazione che vi riferivo (giuro che, bottiglietta d’acqua alla mano, mi sono trattenuta dall’intervenire criticamente) mi è venuta in mente la marchesa Yanus. E voi vi domanderete chi sia. Capisco che dei personaggi femminile de “Il Grande Mazinga” era la bella Venus quella che restava impressa, con tanto di missili fotonici che partivano dal seno, e a raffica. Ma posso perdonarvi. In realtà, nel cartone animato giapponese, uno dei personaggi chiave è la mostruosa Marchesa Yanus che si distingue, fin dal suo esordio, a metà serie, per le doti di stratega e l’abilità analitica, nonché per l’essere crudelissima. Accompagnata dall’immancabile gatto nero, ha un aspetto orripilante e può girare la testa a 180 gradi mostrando il suo spaventoso e vero volto verde.

Perché ho pensato a lei? Altro che la falsa sottomessa protagonista Anastasia Steele. E’ la marchesa Yanus un simbolo di woman power! Perché è a lei che, con ritmo incessante, ad ogni puntata del cartone giapponese, viene ordinato “Marchese Yanus distruggi il grande Mazinga!”. Vi rendete conto che compito gravoso veniva affidato ad una donna? Praticamente la chiave di tutto poichè distruggere il Grande Mazinga avrebbe significato eliminare l’ultimo paladino della Terra ed annientare così il genere umano.

Tornando all’ormai miliardaria E. L. James, autrice dei tre “capolavori” in fila. Vi rammento che è stato necessario del tempo, ma ho terminato i tre libri. Con molta fatica. E con barbaro coraggio. Perché piuttosto che farci perdere un sacco di tempo (e denaro), in millecinquecento e più pagine da leggere, la scrittrice avrebbe potuto semplicemente limitarsi ad un “E, dopo tanto, tanto, tanto, tanto sesso, vissero felici e contenti”.

Gabriella Lax

Caro Vasco, ti scrivo…

Non fare brutti scherzi. Caro Vasco, da te voglio solo buone notizie. Via dall’ospedale a casa a comporre ed a rispondere a chi, da mesi, combatte con le falsità che quasi ogni giorni ti danno per morto o per morituro. Tu devi restare qui ancora un bel po’, adesso poi ti sei pure sposato! Vabbè fingiamo che tu non abbia rinnegato tutto quello che in questi anni hai raccontato.
Per me resti il genio della sregolatezza, nei secoli. Amen.
Arrivi la prima volta a “Superclassifica show” con “Brava Giulia” e “Ciao”, “C’è chi dice no” in testa alle classifiche per settimane, ma io non capisco. Me lo ricordo il nostro primo vero incontro, quando Mario mi fece ascoltare “La nostra relazione” e, pochi mesi dopo, in un ipermercato sperduto di Fidenza comprai un cd. Il primo, fino ad allora avevo solo cassette. “Jenny è pazza”, “Silvia ( fai presto)”, in “Ma cosa vuoi che si a una canzone” e i nomi di donna a te tanto cari, come i personaggi dell’universo femminile che popolano le tue canzoni (Giulia, Sally…), erano divenute facce del mio mondo. Comincio la forsennata ricerca dei tuoi vecchi dischi. Folgoranti gli anni della scuola, i pomeriggi a cercare di capire qualcosa di equazioni ed integrali e le parole che martellano il cervello… “Ti voglio bene…Non l’hai mica capito”.. E poi venne il doppio album, il live a San Siro, di cui non potevo certo dimenticare il titolo “10/07/90”, era il giorno del mio compleanno. “Brava” diventava la mia preferita, altro che “Albachiara”, insieme a “Va bene così”. “Liberi, liberi”, riscoperto, diventa la mia bibbia insieme a tutto ciò che d’inglese propinava Deejay Television.
E viene il tempo de “Gli spari sopra”. Caduta di stile, delusione profonda. Mettici pure una canzone che portava il mio nome “Gabri” che ho detestato a primo ascolto, e che anche adesso, a distanza di anni, odio. Cerco di riassestarmi riascoltando il “Tango della gelosia”, piccolo capolavoro, e vado in estasi per gli “Angeli”, mi perdo nell’assolo di chitarra spacca cuore.
E’ maggio 2007 quando Francesca mi fa la proposta oscena: Luglio, live a Messina, stadio (maledettissimo) San Filippo. Prendere o lasciare. Ho temuto che potesse essere l’ultima occasione. Ora o mai più. Siamo partite nel primo pomeriggio. Abbiamo annaffiato l’erba e siamo rimaste in piedi quattro ore. Tu sei stato immenso. Iniziando puntuale. Balliamo. A scapito delle leggende metropolitane che vogliono i tuoi concerti come luoghi di perdizione non succede nulla di strano. La musica ci fa dimenticare tutto. Non mi sono mai pentita di quella scelta. Quanti anni avevi? Eri ancora il padrone di Zocca. Che si commuove sinceramente quando ricorda il suo chitarrista scomparso. Vasco, Vasco, che superi tutto e tutti, a mostrare che non sei una moda, che ti muovi coll’evolversi delle teste, che vai a ritmo di social network. Vasco caro, sono sicura, e faccio tutti i gesti scaramantici del mondo, ci rivedremo.
Gabriella

Ps: Datata 3 ottobre il giorno in cui Vasco esce dalla clinica di Villalba, dopo l’ennesimo ricovero.

Sandokan e Gesù…

Perduta tra Sandokan e Gesù di Nazareth. Perché l’unico altro mio ricordo da piccolissima è la neve. Bianca, che copre ogni cose e che guardo, come nella favola, dalla finestra della porta. Poi spuntano loro. Mi sono persa tra i capelli arruffati e le facce sporche. Il primo lottava per la libertà e per la sua “Perla” Marianna. Il secondo predicava l’amore e l’uguaglianza tra gli uomini, prima che gli stessi, con immensa riconoscenza, lo stascinassero fino alla croce. Sarà stato il fascino del derelitto? No, i miei amori di (quando ero) bambina avevano qualcosa di ben più sottilee radicato. Quelle facce ora rabbiose, ora incantevoli si sono nascoste dentro di me con un imprinting che non mi lasciato, per molti e molti anni, scampo. Certo per passare dai capelloni a Mastrolindo ce ne vuole…