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Il successo di Alice in “The Apprentice”

Alice Maffezzoli

Alice Maffezzoli

Puntalialità, determinazione, grande autostima. Bella presenza e femminilità mai ostentate. Queste le carte vincenti che hanno consentito alla trentenne mantovana Alice Maffezzoli di vincere la seconda edizione di “The Apprentice Italia” e che le consentiranno di lavorare a fianco di Flavio Briatore (il “Boss”) in una delle sue aziende, con un ruolo di rilievo e un importante stipendio a 6 cifre. Appassionata di matematica studia ingegneria elettrica e si sposta in Danimarca per gli studi di ingegneria meccanica.

Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Sono seria, determinata, precisa. Mi impegno a fondo per raggiungere gli obiettivi. Il mio percorso di studi è alla base del mio modo di affrontare i problemi e le situazioni. Ho sempre voglia di imparare. Sorrido più di quanto sembra.

Da dove nasce il desiderio di partecipare a The Apprentice?

L’idea di partecipare alla selezione è nata quasi per caso: un collega appassionato del programma ha mandato la candidatura e ho deciso di provarci anche io. Poi, la notizia: ero tra i 14. Ho accettato: chi non rischia non otterrà mai grandi risultati.

Tre parole per definire il boss?

Motivatore, esigente, concreto.

Qual è stato, durante le prove, il momento di maggiore difficoltà?

E’ difficile identificare un momento di maggiore difficoltà. Forse i momenti più difficili sono stati durante le ultime boardroom, quando eravamo sempre meno e la pressione era molta. Sono stata messa di fronte ai miei punti deboli e ho imparato a conoscermi di più.

C’è stato un attimo in cui hai pensato di poter vincere?

Dopo la quarta ho capito che potevo avere le carte in regola. Nella settima ho fatto chiarezza sui miei punti di forza e ho capito che potevano essere interessanti per il boss. Durante la finale, ho lavorato giorno e notte per affrontare la boardroom con la consapevolezza di aver fatto il possibile, almeno in termini di impegno, per centrare l’obiettivo.

C’è qualche altro concorrente col quale il rapporto prosegue?

Ho avuto un bel rapporto durante l’esperienza con la stragrande maggioranza di loro. Il rapporto prosegue più o meno con tutti, almeno saltuariamente. Direi che le persone con le quali i contatti sono molto frequenti sono Marco, Fabio e Anna, ma anche Anais, Simone, Serena e Ingrid. Siamo un bel gruppo e facciamo il possibile per sentirci e vederci spesso.

La tua arma vincente qual è stata?

La voglia di imparare e la consapevolezza di avere tutto da dimostrare. Non mi sento mai arrivata e allo stesso tempo ho un grande orgoglio, il mix di questi due aspetti mi porta a impegnarmi sempre a fondo per ottenere i risultati che voglio. La mia arma vincente è stata la capacità organizzativa, frutto probabilmente di un approccio mentale molto strutturato.

Com’è cambiata la tua vita dopo la vittoria a “The Apprentice”?

Per ora non è cambiata per nulla. Sto chiudendo le attività di mia competenza nel posto in cui lavoravo prima. Inoltre, sto ancora frequentando l’università nel fine settimana per ottenere il Master in Business Administration e proprio in questi giorni mi sto preparando per due esami che sosterrò nei prossimi giorni. Sicuramente però nelle prossime settimane la mia vita verrà stravolta.

Progetti per il futuro prossimo?

Da un punto di vista professionale, la mia più grande aspirazione è quella di far bene durante l’anno che mi aspetta. Vorrei che l’intuizione del Boss nei miei confronti venga confermata e da parte mia ci sarà tutto l’impegno possibile. Dal punto di vista personale, fare progetti ora è difficile, ma la più grande aspirazione è quella di riuscire a gestire al meglio gli impegni senza togliere tempo agli affetti più cari.

Grazie ad Alice, grande donna, esempio di abnegazione e forza di volontà. Grazie per la disponibilità immediata all’intervista. Era un triste sabato sera quello in cui, di malavoglia, ho deciso di vedere la prima punta del reality di Briatore. E invece, sorpresa delle sorprese, ho scoperto un mondo interessante che non conoscevo. C’è sempre da imparare.

Gabriella Lax

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Intervista ai Pooh: «Fuochi d’artificio per festeggiare il cinquantennale»

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Uno di loro (Red) mi racconta che ha tanti amici in Calabria e che si fa portare le diverse specie di peperoncino per piantarle a casa nel suo orto.

Longevi baluardi della musica italiana. I Pooh (Red Canzian, Roby Facchinetti e Dodi Battaglia)si preparano, nel dicembre 2015, a festeggiare i cinquant’anni di attività. Nel frattempo però tante novità e il tour che proseguirà anche all’estero fino a novembre.

Com’è nata l’idea di “Opera seconda”, lo spettacolo con l’orchestra ed una carrellata di personaggi che hanno fatto la storia delle canzoni?
«Volevamo far rivivere canzoni che non erano mai diventate dei singoli, come “Ci penserò domani”, “Se c’è un posto nel tuo cuore”, “Pierre” per dar loro nuova linfa. E l’abbiamo fatto scrivendo ouverture e suite. Ci siamo divertiti a mettere su questo lavoro. Troviamo siamo
molto gratificante stare sul palco con un’orchestra per dare vita nuova a questi brani».

Siete più legati ai timbri ed agli arrangiamenti originali o ai cambiamenti?
«Sarebbe come chiedere se vogliamo più bene a un figlio a due anni o quando ne ha venti. Sono due cose diverse. Siamo molto legati alla versione originale, alla nascita, ma è anche piacevole l’evoluzione moderna è come l’avremmo fatta oggi».

Siete stati tra i primi a fare beneficienza per i bambini, per il Wwf quanto è importante come musicisti l’impegno in prima persona?
«Credo un musicista di successo, dopo aver ricevuto, debba dare qualcosa indietro. E’doveroso chi ha “mangiato”, si grazie al lavoro fatto, e fatto bene e con impegno, ma anche grazie a chi lo ha seguito. Di solito non pubblicizziamo le nostre azioni e, se lo facciamo, è per far sapere ai fan dove sono finiti i loro contributi. Non è niente di eroico, in fondo la vita ci ha dato tanto».

Cosa bolle in pentola dopo questo tour?
«A Natale uscirà una cosa bellissima, complicata da spiegare perché ci sono tante cose insieme (sicuramente ci sarà un dvd nds). Ma si tratta di una serie di cose preziose, con dedica a Valerio Negrini, ad un anno dalla morte, che non poteva mancare. Ad ottobre ripartiremo con una serie di 20 concerti in teatri. A novembre saremo in Canada e negli Usa e poi ci fermeremo un pochino, in attesa di preparare il cinquantennale coi fuochi d’artificio».

Dai vostri inizi cosa è cambiato nel vostro (variegato) pubblico?
«Alcuni sono partiti con noi, altri si sono persi per strada, ma molti di loro con noi sono cresciuti. Gli anni Settanta erano un momento particolare, era difficile trattare di certi argomenti allora. Diciamo che viviamo un continuo rinnovamento, facciamo ricerca, siamo una band che rimane giovane».

E per voi cos’è cambiato?
«Credo che siamo diventati più bravi a suonare, lo vediamo anche con l’ultima formazione. Musicalmente siamo più ricchi. I grandi successi nascono con tre accordi. Non c’è bisogno di cultura per vendere emozioni. L’anima, lo spirito degli inizi non sono cambiati. Abbiamo
sempre un mattone sullo stomaco ogni volta che ci prepariamo a suonare in concerto».

E nel passare perdere Stefano D’Orazio?
«Da un lato è stato brutto perché si rompeva una cosa che era stata così da anni, ma abbiamo perso il musicista e non un amico. Il tempo è un grande medico».

Il segreto della vostra longevità?
«Non credo sia un segreto. E’ avere la coscienza di gruppo, avere una progettualità precisa. C’è stato chi, come Riccardo (Fogli nds) che ha voluto fare la sua strada da solo. Per carità non è un giudizio. Noi ci sentiamo baciati da Dio perché abbiamo scritto buone canoni e lavoriamo seriamente ogni giorno perché le cose succedano, lavoriamo come gruppo. Gli errori ci sono, capitano a tutti, tra uomo e donna, come tra amici. Ma bisogna agire con pazienza, con passione per
mantenere un rapporto, serve maturità, correttezza. Poi si può essere brave persone o figli di puttana e decidere di agire di conseguenza. Noi abbiamo deciso di essere delle brave persone».

Ps: Premetto che non sono un’appassionata dei Pooh ma che,per varie vicissitudini (amorose), mi era capitato di vederli dal vivo per ben due volte. Chiudo l’intervista facendo i complimenti, vivissimi e sinceri a Red. «Io ero sotto di te davanti al palco, tu eri vestito di bianco. Sia tu che gli altri saltavate e correvate da una parte all’altra come dei ragazzini. Sono stata sorpresa di tanta energia». E lui «Cara Lax, vienici a vedere anche nell’esibizione con l’orchestra perché ci sarà ancora tanta energia…».

Gabriella Lax
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«Quella volta a casa di Mogol»

Carlo_Donida_e_Mogol«Avevo dieci anni e facevo la quinta elementare. La maestra chiese a mio nonno di scrivere una musica per la festa dell’albero. E lui una mattina mi prese per mano e mi disse: “Oggi andiamo a Milano da Giulio”. Nonno e nipote andarono a Milano e Mogol scrisse il testo della canzone. «E li a guardare c’era anche Gianni Morandi». Racconte per la prima volta questo aneddoto e parlano i ricordi di Monica, la nipote di Carlo Donida, uno dei più grani musicisti italiani.
Donida fa parte del binomio poiché, dal 1960 aveva iniziato un lungo sodalizio con Giulio Rapetti, in arte Mogol, dal quale, nel corso degli anni, usciranno ben 126 canzoni. Con la canzone Briciole di baci , che interpretata da Lia Scutari vince la seconda edizione del Burlamacco d’oro nel 1960 (e che viene anche incisa da Mina) e Diavolo cantata da Jimmy Fontana, e che vince nel 1961 il Festival di Sanremo con Al di là, interpretata da Betty Curtis e Luciano Tajoli, canzone che arrivò in ben 26 paesi del mondo.

Tra le altre canzoni scritte dal binomio Romantico amore cantata da Nicola Arigliano, Le colline sono in fiore interpretata da una giovanissima Wilma Goich al Festival di Sanremo, ispirata alle sue amate colline del Lago Maggiore, Uno dei tanti cantata da Tony Dallara e Joe Sentieri.
La sua carriera sanremese continuò con Abbracciami forte (1965 Udo Jürgens – Ornella Vanoni), Gli occhi miei (1968 Wilma Goich – Dino), La spada nel cuore (1970 Patty Pravo – Little Tony) e La folle corsa (1971 Little Tony – Formula 3). Donida partecipò a dodici edizioni del Festival di Sanremo con piazzamenti altissimi. Hanno cantato le sue canzoni Luigi Tenco, Lucio Battisti e Vasco Rossi con “La compagnia” nel 2007 (che riprende il testo cantato da Battisti).
Le sue canzoni ebbero grande successo anche all’estero: tra gli artisti che cantarono brani di Carlo Donida vi sono Tom Jones, Ben E. King, Shirley Bassey, Chet Baker e Charles Aznavour, che interpretarono le sue canzoni: “Uno dei tanti”, che nella versione inglese diventò “Who (I have nothing)”, “Gli occhi miei”, col titolo “Help yourself”, e “Le colline sono in fiore”.

Nel nome ed in memoria del celebre nonno, insieme alla madre, Monica Donida ha istituito, già da qualche anno, il “Premio Donida”, concorso musicale, giunto alla quinta edizione per valorizzare talenti nel campo della composizione musicale in memoria di Carlo Donida Labati, in carriera autore di ben 126 musiche per Mogol, che vide le proprie canzoni (Al di là, La spada nel cuore, Vecchio scarpone, La Compagnia tra i titoli più noti…) interpretate da grandi nomi come Mina, Battisti, Charles Aznavour, Vasco Rossi e molti altri.

Il premio è aperto a tutti i compositori, cantautori e interpreti che abbiano compiuto 16 anni. Che cosa è stato per la musica italiana suo nonno?
«Certo il mio è un parere personale ma le assicuro che trovo riscontro in tante persone e personaggi della musica italiana che lo hanno conosciuto: il nonno è stato un grande compositore che ha scritto canzoni evergreen che cantano tutti, dagli anziani ai bambini, perché non passano mai di moda».

Un esempio per chi ama la musica?
«Assolutamente, un grande esempio di studio, tenacia e voglia di arrivare voglia di crescere. Ricordo sempre le sue parole, mio nonno si ritirò passati i cinquant’anni, “Ho fatto il mio tempo, vglio dar spazio ai giovani adesso. E poi si fermò nella casa sul lago e si dedicò a me, io sono cresciuta coi nonni, pur avendo i genitori. Nonno per me è stato un padre».

Come nasce l’idea del concorso?
«L’idea nasce dall’associazione “La compagnia di Donida” che ho creato insieme a mia madre, per mantenere viva la memoria insieme agli ideali di mio nonno che ha sempre insegnato ai ragazzi, anche a figli di persone che venivano in casa nostra, per amore della musica, senza chiedere nulla in cambio, solo con la passione che lo ha contraddistinto. Così mi son chiesta cosa potevo fare e la risposta è stata il concorso indirizzato a compositori, che mette in palio un premio editoriale e non discografico, nella speranza che poi celebri cantanti decidano di interpretare la canzone vincitrice».

Gabriella Lax
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La Nava, nel nome delle donne

Da sinistra Calabrese, Nava, Guarino e Cauteruccio

Da sinistra Calabrese, Nava, Guarino e Cauteruccio

«La storia del disco, la racconto dal vivo, con aneddoti e persino foto “d’epoca” dei vestiti che indossavo in ogni occasione. Parlo dei miei inizi. Di come ho cominciato a suonare, parlo di me naturalmente, sempre in maniera autentica, sono insieme alla mia musica ed ai miei musicisti». Mariella Nava, interprete, ma soprattutto pregiata autrice di canzoni, propone il suo show case. E lo fa accompagnata dal chitarrista Roberto Guarino, da due musicisti calabresi Salvatore Cauteruccio alla fisarmonica e Sasà Calabrese al contrabbasso (insieme a Fabrizio La Fauci sono “Mas en tango”), mentre lei sta al pianoforte e, naturalmente, è voce. Collaborazioni nate perché «sono musicisti che incontro perché sono ospiti anche loro. Comunque mi piace molto sentire la musica dal vivo, loro mi hanno colpita ed eccoci qui. Collaborano ai miei dischi e mi accompagnano in tour».
“Sanremo si, Sanremo no”, nome curioso per il nuovo disco.
«Effettivamente mi è stato chiesto come mai ho scelto così. In realtà l’album, oltre a contenere due inediti, propone tutte le canzoni che ho “pensato” per Sanremo. La verità è che poi alcune di esse sono state selezionate per partecipare, altre invece no ma, nonostante ciò, per me hanno sono state dei passaggi significativi del mio scrivere migliore e della mia vita musicale».
Di cosa tratta “In nome di ogni donna” la canzone contenuta in “Tempo mosso”, candidata al premio Amnesty International, sezione Italia come tra le dieci migliori canzoni sui diritti umani dell’anno precedente.
«Ha un inquadramento di tipo cinematografico, l’ho cantata con Stefano De Sando (la voce italiana di Robert De Niro) e racconta di una donna che va a far verbalizzare una violenza. Le cronache di questi giorni ci parlano purtroppo di episodi che si ripetono senza tregua. Il messaggio è dunque attuale affinché le donne che subiscono violenze possano denunciarle ed evitare la peggio. Il messaggio è passato anche su Rai Uno, grazie anche alla campagna che porta avanti Serena Dandini col suo libro “Ferite morte”».
Lei che costituisce un osservatorio privilegiato come sta cambiando e dove pensa stia andando la musica italiana?
«Me lo domando sovente. Da autrice e cantautrice non mi sono mai adeguata a quello che le mode del momento hanno richiesto. Ho visto molte cose buone in questi anni (tra l’altro, si riferisce a Tiziano Ferro, Jovanotti, 99 Posse e la musica etnica nel pop) ma anche cose che mi son piaciute di meno. La moda del momento è il talent alla scoperta di nuove voci. Se ne trovano così tante che non c’è nemmeno il tempo di imparare a conoscerle. Ma soprattutto manca chi crei la musica d’autore».
Oltre tour che progetti sono in cantiere?
«I live sono una parte importante dell’attività musicale che mi terrà impegnata in estate fino all’autunno. Ho messo su una casa di produzione musicale insieme a Franco Migliacci (Si proprio lui, quello di “Nel blu dipinto di blu”) e Piero Pintucci (lavora con Renato Zero) ed il mio produttore Antonio Coggio (che ha scoperto talenti come Mia Martini, Claudio Baglioni, Fiorella Mannoia). Lavoro con loro e mi auguro di trovare musicisti veri, talenti e non solo “voci”».

Gabriella Lax
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Il teatro secondo Manfredini

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Una ricco laboratorio di una settimana per esser partecipi dell’esperienza artistica di Danio Manfredini. Perché è arte a tutto tondo che qui si tratta. Dipinge, suona la chitarra e canta. Mescola creative connessioni tra gli aspetti più vitali dell’arte a 360 gradi. “Tre studi per una crocifissione”, realizzato con la collaborazione di Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete e distribuito da La Corte Ospitale. Lo spettacolo prende il titolo da un opera pittorica di Francis Bacon: tre dipinti accostati uno all’altro, dove sono raffigurate tre figure (l’orfano, il transessuale e l’extracomunitario)che evocano la condizione drammatica di soggetti appartenenti al mondo contemporaneo.

Intanto una curiosità, perché da dove nasce il soprannome “maestro invisibile”?
«Non è un nome che mi sono dato io. Probabilmente perché la mia presenza è discreta, non mi faccio vedere».
La caratteristica comune dei suoi tre personaggi della pièce, oltre alla solitudine ed all’esclusione, è anche il dolore?
«E’ il loro essere cancellati, segnati in qualche modo dalla società Nella scena c’è una grande croce, un simbolo comune. Ma il loro è, in parte, uno stato d’animo ed emotivo che caratterizza tutti gli uomini, loro tre rappresentano, in piccolo, una lente d’ingrandimento per poter guardarsi dentro e, in parte, ritrovarsi».
Dipinge e suona anche la chitarra, un artista a tutto tondo?
«Diciamo che mi muovo nell’arte. Nel 2012 ho fatto un disco di cover in cui suono la chitarra e canto. E’ stato un po’ come tornare indietro nel tempo. Da ragazzo avevo accantonato la musica per il teatro».
Progetti all’orizzonte?
«Esco da un “Amleto” che mi è costato tre anni di lavoro. Questo è un momento di riflessione, sto valutando altre decisioni. E’ come quando, in mezzo alla via, ci si trova al bivio, non si sa, all’inizio, che strada sarà presa».
Dove sta andando il teatro italiano?
«Risulterò banale nel dire che è un momento difficile quello che stiamo attraversando, ma è così. Qualcuno tempo fa (Mario Monti nds) ha detto che “con la cultura non si mangia”. Dichiarazioni significative che mettono al bando tutti i secoli in cui gli italiani hanno vissuto dell’arte. Noi non siamo nati per fare le guerre: siamo stati pittori, scultori, artisti in senso lato. Il nostro patrimonio culturale lo dimostra, abbiamo vissuto e siamo stati conosciuti negli anni in tutto il mondo grazie alle opere, liriche o pittoriche, che siano. Probabilmente oggi le persone sono meno consapevoli di ciò, ma pensare di accantonare arte e cultura, diminuendo progressivamente i fondi, è una follia. Tornando al teatro, riescono a sopravvivere solo le strutture stabili, quelle direttamente sovvenzionate dallo stato. Per il resto noi attori riusciamo a vivere grazie agli scambi tra i teatri ed ai laboratori che ci permettono di insegnare».

Gabriella Lax
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Mannarino, la musica può cambiare il mondo…

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Malinconia che si trasforma in insana allegria. Racconti frastornati e poetici di una realtà, di insperata speranza, descritta con parole avvolte nel fumo. Non delude Alessandro Mannarino, cantautore romano col live “Corde: concerto per sole chitarre”. Ho cercato di curiosare in quest’intervista nel suo mondo e nell’anima delle sue canzoni.
C’è un modo (anche se le definizioni segnano limitazioni) in cui potrebbe definire la sua musica?
«Io mixo talmente tanti stili che non riesco a trovare un modo per definire la mia musica, sarebbe riduttivo e semplicistico. Nei miei brani c’è acustica, folk, musica balcanica, sonorità latine e gitane e gli stornelli romani».
Si riconosce nella definizione di “Tom Waits” italiano?
«È normale che ci siano delle influenze con ciò che si è amato e ascoltato. Il giorno in cui conobbi la musica di Tom Waits fu per me sconvolgente. Non capivo nulla dei testi, ma era come se stesse raccontando la mia vita. Ascoltavo i suoi dischi senza sosta, ne immaginavo le storie. In un certo senso è stato lì che ho iniziato a raccontarmele».
Chi è il pubblico di Mannarino invece?
«Il mio pubblico è composto da persone di tutte le generazioni, e in questi anni ho visto crescere sempre più questa trasversalità ai concerti. Penso che il collante sia fatto da un misto di musica, che credo possa essere piacevole da ascoltare e dalle storie che racconto».
Live e studio, quanto sono importanti per lei questi momenti?
«Sono fondamentali e spesso si fondono tra loro. Il live mi fornisce tanto materiale umano ed esperienziale per raccontare storie che diventeranno canzoni e che prenderanno forma in studio».
Che sensazioni regala esibirsi in teatro?
«Il teatro è uno dei miei habitat naturali, e lo è ancora di più per questo tour. “Corde: concerto per sole chitarre” è uno spettacolo unplugged, dove per la prima volta le mie canzoni ritrovano, in questa nudità sonora, una nuova vita. Sono più essenziali, più dirette, più forti. Sul palco sarò accompagnato da tre grandi chitarristi: Tony canto è un musicista coltissimo, grande conoscitore dei ritmi sudamericani. Mesolella è un “pittore” dello strumento. Chimenti è il mio chitarrista, è il più giovane, ma è un grandissimo musicista».
Quanto “impegno sociale” c’è nella sua musica?
«Quasi tutte le mie canzoni sono un “lavoro di denuncia”: anche dietro la risata e l’apparente leggerezza c’è il lato tragicomico e lo spunto di riflessione. Sono convinto che l’arte è lo spazio di libertà che è lasciato all’uomo, e quindi si confronterà sempre con il potere, e anche questo fa parte della mia musica».
Ha avuto tra le mani il libro di Piero Sansonetti, “La sinistra è di destra”, considerata la sua attenzione alla politica e gli ultimi avvenimenti, dove sta andando la sinistra (se ancora di sinistra si può parlare)?
«Io ho le mie idee, quelle che mi sono fatto attraverso studi e letture. La nostra sinistra sono vent’anni che ha abbandonato la classe operaia. Come uomo, pensatore e libero cittadino sono molto deluso, le mie idee fanno riferimento a dei capisaldi della sinistra che oggi in Italia non riscontro».
La musica può ancora salvare il mondo?
«La musica può cambiare le idee che possono cambiare il mondo».

IMG_0196 copiaSi alza il sipario su una scena fatta di tessuto gessato, immobili, come coriandoli appesi, tante chitarre. Ed altre ancora sul palco per i musicisti che lo accompagnano nel tour: chitarre acustiche, semiacustiche con Tony Canto, Fausto Mesolella (già “Avion Travel”) ed il giovane Alessandro Chimienti. Un concerto unplugged dove, per la prima volta, le canzoni ritrovano, senza fronzoli sonori, una nuova vita. Una dimensione d’impatto più grande, essenziale, più forte e diretta. Ricorda il Claudio Baglioni degli esordi, il timbro roco e profondo, accarezza e descrive le dimensioni, a tratti surreali che visita con le sue canzoni. Tra mille arpeggi apre la “Rumba magica”, e poi “Le cose perdute” le parole “sbattute in faccia al governante”, Mannarino si dinoccola ne la “Serenata silenziosa”. “Piccola vita”, l’amore che abita, “in un letto di stracci”, è l’esempio della descrizioni dei personaggi che popolano la fantasia descrittiva di Mannarino. Volti e ruoli solo in apparenza impalpabili ma che, in verità, compongono una galleria di ritratti popolari, senza indulgenza, nell’emarginazione. Proprio l’attenzione che il giovane cantautore riserva a queste figure, ed il suo modo di curarne i particolari e le vicende, ne fa uno dei più apprezzati musicisti riconosciuti fin dagli esordi: con il suo primo lavoro discografico, che si intitola “Bar della rabbia”, arriva tra i finalisti del “Premio Gaber” e del “Premio Tenco”, proprio nella categoria album emergenti.

«L’estate scorsa ho scritto questa canzone (“Piccola vita” nds) i cui protagonisti sono Giuda e Maddalena, ho raccontato il lato oscuro: la fine di un amore coincide spesso con un buco nero, così l’ho immaginato, il buco nero che stringe come un cappio al collo, anche se non è la fine fisica di un uomo può coincidere con la sua distruzione». Che siano innamorate o prostitute, sono coraggiose le donne di Mannarino, come la paladina dell’amore “Maddalena” «di questa storia – afferma il cantautore – è la parte allegra, la donna che riesce a guardare in faccia Dio e ha urlargli “Non mi fai paura”». Come in un amplesso musicale, il concerto è un crescendo che tocca vette come  “Marylù”, “Il pagliaccio”, “Il carcerato”, “Svegliatevi italiani”, “L’ultimo giorno”, “Chetateve vajò”, “Osso di seppia”, “L’onorevole”, “Mestieri”. Si scioglie il pubblico in “Me so ‘mbriacato” e c’è ancora spazio per un’altra serenata che stavolta è “Serenata lacrimosa”,  “Tevere Gran Hotel”. “Quando l’amore se ne va” e chiude uno dei successi più grandi con “Bar della rabbia”.

Gabriella Lax
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L’ “Alma” dei Màs en Tango

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Corrispondenze di armoniosi sensi: gli accenti tipici del tango, proposti con strumenti (sostanzialmente) inusuali, sposano le note del mare e della terra del Mediterraneo. Hanno commosso ed entusiasmato nel loro viaggio, melodico e disinibito, nelle viscere della musica il
trio calabrese dei “Màs en tango” ed il trombettista Luca Aquino che, venerdì sera, si sono esibiti al teatro Siracusa di Reggio Calabria. Un sodalizio musicale che affonda le radici nell’ultimo disco della band calabrese “Alma”(prodotta da Picanto Records di Sergio Gimigliano, patron del
Peperoncino Jazz Festival).  Dieci tracce audio, cinque composte proprio dai “Màs en tango”, il resto lasciato alla libera fruizione dei suoni.

«La musica ci piace farla, non siamo artisti solo sulla carta», con questo mantra, spontaneo e veritiero, pronunciato dietro le quinte da Calabrese, lo show può cominciare. A piedi scalzi, com’è nel loro costume, Cauteruccio, Calabrese e La Fauci prendono posto sul palco e danno vita, per più di un’ora e mezza, ad un live che inizia con la malinconia catartica del “Tango pour Claude”.Immancabili gli omaggi a Javier Girotto ed al grande maestro Astor Piazzolla. Con “Oblivion” e “Libertango” scorrono, sulla scena, le immagini della milonga in piazza, in quella che sembra una Buona Aires dai toni struggenti. Protagonisti i ballerini Vincenzo Ciciarelli e Mariella Pace per il primo video del gruppo realizzato da Andrea Grosso Ciponte.

E, nel mezzo della versione  riproposta e riarrangiata di “Libertango”, l’irruzione, commovente, della tromba, che continua a far navigare i suoni in un perfetto miscuglio. Un rendez vous improvvisato, fatto di alchimie raccolte e messe insieme nei pochi minuti di sound check, ma perfettamente riuscito come nel caso del loro primo incontro. “Mi Bandoneon”, “Spleen”, “Descalzo”, “Desaparecidos” con l’eco silenziosa della madri di Plaza De Majo, voci del dolore universale, identici riflessi delle donne, delle madri calabresi in lacrime, “Alma mia” in un sodalizio vincente e  comunicativo forse proprio perché la musica è «universale fratellanza che c’incanala in un’unica vita».

Un incontro musicale capace di far cambiare rotta. Così è nato il gruppo calabrese “Màs en tango”, formato dal fisarmonicista Salvatore Cauteruccio, il contrabbassista Sasà Calabrese e il batterista Fabrizio La Fauci. Una musica che travolge: il tango. La stessa musica che Cauteruccio ha proposto agli altri due musicisti (jazz), un sodalizio inusuale, dal quale nasce un sound che «è pura magia», pur non contemplando, fino al momento, ad eccezione del contrabbasso, degli strumenti tipici del tango quali il bandoneon, il violino. Allo stesso modo, in sera del 2010, a San Nicola Arcella è stato scritto il primo capitolo di una storia.
Che sapore ha l’ultimo lavoro dal titolo “Alma”?
«Il significato di “alma” lo riferiamo al latino “almus” ossia “nutriente”. Ed è così che è nato il lavoro, tutti insieme allo stesso tavolo, ognuno uguale all’altro, senza ipocrisie e senza invidie. E lo stesso è stato per i musicisti che hanno partecipato al disco (Luca Aquino, Robertinho De Paula, Juan Carlos Zamora, Roberto Cherillo, Franco Marino, Enzo D’Arco) a nessuno abbiamo detto cosa portare, ognuno ha suonato dando il proprio, spontaneo, contributo».
E la collaborazione con Luca Aquino, appunto, quando è nata?
«Anche in questa occasione è stata una casualità. Ci trovavamo a Castrovillari a suonare ad un festival di jazz. Avrebbero dovuto esserci due esibizioni. Poi cominciò a piovere e quindi ci trovammo a suonare tutti insieme in un locale al chiuso. Ci è piaciuto davvero tanto che abbiamo pensato di chiamarlo al primo disco e così è stato».
E qual è stato il suo contributo musicale al vostro progetto?
«Anche in questo caso Luca Aquino suona uno strumento, la tromba, che non è uno di quelli adoperati per il tango. C’è stata una congiunzione tra i suoi suoni del Mediterraneo e gli accenti del nostro tango»
Prossime date?
«Suoneremo anche in Calabria ma adesso abbiamo parecchie date al Nord Italia, Milano, Bergamo e Brescia, sono posti in cui ci troviamo a suonare almeno due volte all’anno. A settembre avremo delle date in Olanda e in Slovenia. L’obiettivo è portare la nostra musica nell’Europa del Nord, Svezia, Norvegia, paesi che, in questo momento, mostrano grande apertura alla musica».
Un sogno nel cassetto?
«Suonare insieme ad una grande orchestra, con venti o trenta elementi che, insieme a noi propongano la nostra musica. Non sappiamo se potrà succedere entro l’estate, speriamo al massimo il prossimo autunno. Sarebbe un’ottima e nuova chiave di lettura…».
Naturalmente voi sapete ballare il tango?
«Sappiamo i passi base, li abbiamo imparati in Olanda si. Ma di sicuro alle nostre milonghe nessuno riesce a star fermo».

Gabriella Lax

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