Archivi

I fratelli Bellocco, handmade tra moda e lusso

NONNI

La foto della nonna che ricorda la Audrey Hepburn a guidarli un’innata passione per il buon gusto e per moda. Davide e Marco Bellocco, creatori del marchio “Med”, sono due più giovani dei giovani reggini (diciassette e venticinque anni) ideatori e creatori di accessori d’abbigliamento, cravatte, pochette, foulard e sciarpe, prodotti originali di alta qualità e made in Italy. Il marchio testimonia con i suoi colori una varietà di simboli che coesistono: c’è il nero dell’eleganza, il rosso della passione, il bianco della purezza ed il verde del rispetto dell’ambiente.

Come nasce l’idea del marchio?

«Nel sangue abbiamo qualcosa che ci portiamo dentro, la bravura la nostra nonna sarta, Francesca. Nelle slide che proponiamo per illustrare i prodotti c’è un’immagine che la rappresenta, elegante, sobria e bellissima insieme a mio nonno mentre si guardano. Per noi rappresenta anche un ritorno all’artigianalità con l’attenzione rivolta all’impatto locale che deve avere il prodotto».

Per cosa si caratterizzano i vostri prodotti?

«Tutto quello che riusciamo a creare non viene fatto in serie, ma si tratta di oggetti unici ed originali. Questo è il nostro biglietto da visita. I tessuti vengono selezionati e controllati accuratamente, prima di diventare accessori molti di essi spiccano per originalità e naturalezza come nel caso del legno (si avete letto bene nds) o di sughero. Si tratta di oggetti fatti a mano».

Come funziona la catena di montaggio?

«Nel processo produttivo si passa attraverso delle tappe: partiamo con l’ideazione per poi realizzare prototipi di qualità, frutto di massima funzionalità perché sottoposti a rigidi controlli».

Ci fate un esempio di innovazione del LabStudio?

«C’è la pochette in bisso di misto lino, con al centro il disegno di un bergamotto, con le foglie e le goccioline di essenza che cadono. Per la realizzazione di quest’idea abbiamo come partner la Bottega Romagnola che stampa i nostri disegni con una tecnica molto antica: la xilografia. Nei tamponi di legno di pero viene intagliato il disegno che poi viene ricoperto con una particolare pasta, fatta di ingredienti naturali (aceto e sale). Poi il disegno viene dipinto a mano e, per concludere, viene sistemato l’orlo. La chicca è la custodia della pochette, realizzata in buccia di bergamotto o legno, creata dopo un lungo processo che inizia con l’essiccazione finisce con la lavorazione della buccia. Abbiamo anche due maestri del legno che realizzano pochette week, con i cassetti per le pochette per ogni giorno della settimana». I loro principali competitor sono Cruciani, Ulturale e Marinella.

Cos’è per voi il lusso?

«Sicuramente non è qualcosa che deve trasparire…Ci piace il lusso che passa inosservato».

Siamo d’accordo. Il lusso non è “ostentazione”.  Con il loro handmade in tutte le fasi, Marco e Davide Bellocco puntano a trovare consenso non solo in Calabria, come ambasciatori di artigianalità e buon gusto, ma anche all’estero. Al momento i due fratelli sono alla ricerca di strategie di marketing e comunicazione per aiutare ad incuriosire.

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati

“Una vita bizzarra”, Elisabetta Villaggio racconta

da sinistra villaggio e arcidiaco

Rosa Furlan era arrivata a Roma all’inizio dell’autunno del 1969.Pochi mesi prima l’uomo aveva conquistato la luna e l’aria che si respirava nel mondo era tutto, o quasi, potesse essere possibile”.

Queste parole sono l’incipit di “Una vita bizzarra”, il romanzo di Elisabetta Villaggio, pubblicato dalla casa editrice “Città del Sole” di Reggio Calabria, diretta da Franco Arcidiaco. Frammenti di passato che ritornano nella storia di Rosa, nata in una famiglia umile. L’amicizia profonda, le lotte giovanili degli anni Settanta, l’impegno politico e la voglia di cambiare il mondo che le generazioni di quegli anni avevano fortemente creduto possibile, gli ingredienti ci sono tutti e coinvolgono il lettore nel vortice di emozioni fino all’ultima pagina. La prefazione, nemmeno a dirlo, è curata da Paolo Villaggio.

Non fatevi ingannare, a parte il panorama, di autobiografico c’è poco o nulla. «Non si tratta di un romanzo autobiografico. Ho vissuto ciò di cui scrivo: l’epoca storica, i periodi, i luoghi. Più che parti di me si tratta della vita di alcuni miei amici. Le due protagoniste, o la protagonista, non è una persona precisa ma possono esserci degli avvenimenti, delle cose caratteriali riferite ai miei amici. Poi ci son parti vere e altre totalmente inventate. Non dirò mai quali. In quelle vere le persone si riconoscono, ma possono saperlo solo loro che hanno vissuto le vicende».

E, come spesso succede, l’idea del romanzo è arrivata da sola. «Ero a Ponza d’inverno e camminando ad un certo punto si è materializzata la vicenda, con le vicissitudini dei protagonisti, è arrivata da sola ed ho deciso di scriverla».

Differenza abissale con il volume precedente, “Marilyn, un intrigo dietro la morte”, del 2012, pubblicata da Bonanno Editore, poiché «l’ultima mia fatica è un romanzo, l’altro era un saggio che partiva dalla morte di Marilyn. Avevo fatto su questo tema una pièce teatrale e a quel punto mi ero talmente ben documentata e l’ho proposta ad una casa editrice, l’idea è piaciuta ed il libro è stato pubblicato».

Profonda conoscitrice del mondo televisivo, in quanto autrice di programmi sulle reti nazionali chiarisce «La tv la guardo poco e i bei programmi ci sono sicuramente. Ciò che sta cambiando è la fruizione del mezzo televisivo. In questo momento storico c’è un grossissimo cambiamento dei mass media poiché internet ha rivoluzionato tutto. Sta facendo la rivoluzione che ha fatto la stampa quando è arrivata. Internet è il mezzo più potente di tutti i mass media. Anche la tv sta cambiano. I giovani scaricano e guardano sul pc. Certi programmi sono per gli anziani per chi non sa usare internet e per questo spariranno?».

Sin da quando era al liceo, il giorno del compito d’italiano era un giorno di festa, un giorno in cui poter godere appieno della scrittura, senza ansie e preoccupazioni di riuscire. Mi ritrovo molto in questa confessione di Elisabetta Villaggio, perchè a me succedeva lo stesso.  Ed il suo rapporto con la scrittura nasce da molto lontano. Possiamo persino ipotizzare che si tratti di un’eredità paterna sviluppata nel tempo. Ricorderete che la saga cinematografica del ragionier Fantozzi nasce dalla racconta delle avventure scritte da Paolo Villaggio, scrittore, prima ancora che divertente attore, protagonista del cinema italiano. Elisabetta risponde concisa, le piace più scrivere che chiacchierare. Ma è precisa e riflessiva, di bianco vestita. E quando le chiedo di suo padre e del rapporto che li lega mi risponde: «E’ un buon rapporto. Mio padre è una persona molto complessa».

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati

Dopo il successo col “Frollo” in “Notre Dame” esce il primo disco di Vincenzo Nizzardo

nizzardo 1

Il pubblico del piccolo schermo ha imparato a conoscere le sue performance canore da vincitore a “Uno Mattina in famiglia”, nello scontro tra i conservatori di musica di tutta Italia. Ma Vincenzo Nizzardo, ventisettenne, originario di Gioiosa Ionica, vive e respira musica da quando era bambino. E’ stato tra l’altro uno degli splendidi protagonisti (era il più giovane) del musical “Notre Dame de Paris” scritto da Riccardo Cocciante e prodotto da David Zard. Nizzardo, baritono e talentuoso dell’opera, si sperimenta in un altro campo, col suo primo disco dal titolo “Oltre ogni limite”.

Nizzardo si è diplomato all’Istituto per Odontotecnici, col massimo dei voti. Ma la musica resta il suo primo amore. Da piccolo, all’età di sei anni ha iniziato gli studi all’Accademia Chopin di Catanzaro Lido. La sua passione lo ha spinto, successivamente, ad iscriversi a Reggio Calabria, al conservatorio “Francesco Cilea”, dove ha studiato come baritono, sotto l’esperta guida del soprano Serenella Fraschini. Si è diplomato col massimo dei voti, lode e menzione d’onore. Anche se giovanissimo Nizzardo vanta tante medaglie artistiche nel suo curriculum. Dal 2001 al 2006 ha accompagnato nei tour estivi in Calabria Mino Reitano. Tra le tante persone che, nel corso del tempo, lo hanno incoraggiato ed hanno creduto nel suo talento, anche il maestro Franco Reitano, compositore e musicista, fratello di Mino. Da qui l’incontro coi figli del maestro Franco Reitano (Angela, Rocco, Enzo e Mino) che ha reso possibile la realizzazione del progetto “Ogni oltre limite” ossia la concretizzazione del sogno, il coraggio di non mollare, la forza della musica e delle parole per non dimenticare le origini e i sacrifici compiuti.

Oltre ogni limite” contiene ben undici brani. Cinque scritti da Franco Reitano, fra cui “Ma ti sei chiesto mai”, interpretato a Sanremo 1992 da Mino Reitano; “Oltre ogni limite” e “Il freddo d’inverno” brani scritti da Vincenzo con A. Gallelli e “Intermezzo (per me)” musicati da Enzo e Rocco Reitano così come “If you stay” interpretato in lingua inglese.

Sono presenti due meravigliose liriche del repertorio classico italiano riarrangiate insieme ad Enzo Reitano in chiave moderna e radiofonica “Non ti scordare di me” e “ Musica proibita”.

Com’è nato il disco?

«Facendo il musical “Notre Dame” ho maturato l’idea di mettere insieme le varie esperienze lavorative in musica, quelle con mio fratello Ermes, con Mino Reitano perchè cantare con lui mi ha fatto crescere dal punto di vista umano ed artistico. Ho chiamato Enzo Reitano (figlio di Franco, fratello di Mino ed autore di quasi tutte le sue canzoni) e mi ha inviato venti canzoni di suo padre. Così c’è voluta una settimana per poter scegliere. Ma la sorpresa più bella è stata la richiesta di Enzo di poter produrre il disco. Pensavo che le canzoni di Franco potessero essere la ciliegina sulla torta e invece… sono diventate la torta. Comunque è un bel progetto, con belle canzoni a cui tengo davvero ».

frollo

E “Notre Dame” invece?

«E’ stata una grandissima emozione, impossibile da descrivere. Ricordo ancora il mio sogno, guardando l’opera all’Arena di Verona, era quello di interpretare proprio Frollo, il cattivo che si fa amare… E’ un musical che ha fatto la storia del teatro moderno in Italia, ha viaggiato in tutto il mondo, è stato tradotto in tantissime lingue. E così io ho avuto il privilegio e la responsabilità di portare in scena il musical. Tra l’altro sono stato il più giovane interprete del personaggio a 24 anni, nel maggio 2011. Per me è stato il coronamento del mio sogno, il premio dopo tanti sacrifici e sono stato contento del fatto che il pubblico abbia apprezzato».

Oltre alla promozione del disco ci sono nuovi progetti all’orizzonte?

«Beh, il mio mondo è il teatro musicale, l’opera lirica. Mi sono diplomato al conservatorio e l’ho fatto con tanto sacrificio, considerato che studiavo mentre ero in tour. Attualmente sono impegnato al teatro Valle a Roma. Abbiamo iniziato ad aprile si tratta di una serie di recite del “Barbiere di Siviglia”, in cui io interpreto Figaro che andranno avanti per tutto maggio. E’ un progetto bellissimo perché adattato per le scuole, ci sono spettacoli tutte le mattine, i bambini fanno parte della scena ed è importante far crescere sul palco le nuove generazioni che, si spera, un giorno possano, da adulti, ritornare a teatro».

Ci racconti un momento indimenticabile sul palco?

«Difficile, ci sono stati tantissimi momenti e indimenticabili: dalle partecipazioni a “Uno mattina in famiglia”, alle canzoni sul palco con mio fratello e con Mino Reitano. Alcuni certo rimangono nel mio cuore. L’Arena di Verona, con le luci che si accendono e tu vedi la platea e prima non riuscivi a scorgerla perché eri nella storia, interpretavi il personaggio. E’ qualcosa di incredibile, dopo i saluti finali esci dici “Ok sono di nuovo di Vincenzo” e ti rendi conto che hai finito di cantare in posto tutto esaurito, le persone che applaudono e ti sostengono… un bel colpo al cuore, una bella emozione».

Hai conosciuto Mino Reitano, che ricordo hai di lui?

«Sicuramente la grande umanità, il rispetto che aveva per la gente e per il pubblico, l’amore per la sua terra. Nonostante fosse un artista famoso a livello mondiale non si faceva influenzare dal successo. Era attaccato ai valori importanti: l’amore, la famiglia. Solo guardandolo ho imparato molto, cercando di cogliere il suo lato umano, ma anche i tanti insegnamenti dal punto di vista artistico, di come si sta sul palco. Quando lavori con grandi come lui, ti senti molto fortunato e ringrazio il destino che mi ha dato l’opportunità di conoscere Mino».

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati

Peppino Mazzotta e l’amore per il teatro

FAZIO

Il suo volto è noto sul piccolo schermo per il ruolo dell’ispettore Giuseppe Fazio che interpreta nella fiction “Il commissario Montalbano”. Prima ancora che un attore di fiction e di cinema, Peppino Mazzotta, originario di Damanico, provincia di Cosenza, è un grande interprete teatrale. “Radio Argo – On air” (premio dell’associazione critici teatrali 2011 e premio Annibale Ruccello 2012) è il titolo dello spettacolo andato in scena all’Horcynus Festival del direttore artistico Massimo Barilla a Reggio Calabria.

La storia si base sulle vicende degli Atridi prima e dopo la guerra di Troia, raccontate a sei voci. Una rielaborazione dei temi dell’Orestea in chiave contemporanea, un lavoro che conserva la struttura della tragedia classica reinventando il linguaggio e le attribuzioni drammatiche.

Conosciamo più da vicino Giuseppe Mazzotta.

L’incontro con la recitazione e col teatro com’è avvenuto?

«Dopo aver studiato architettura a Reggio Calabria ho fatto la scuola di recitazione di Palmi. Questo è stato l’inizio. Poi, con cinque colleghi dell’Accademia di Palmi, abbiamo creato a Napoli, la compagnia “Rosso Tiziano”. Fino al mio approdo alla corte di Giorgio Albertazzi al teatro stabile di Parma».

Che rapporto ha con la sua Calabria?

«Sono nato e cresciuto in Calabria; ci sono i miei genitori, mio fratello, i miei parenti. E’ un legame che non ho mai interrotto. Poi, con la città di Cosenza, in particolare con i teatri dell’università, ho una serie di relazioni di lavoro. No, non sono uno di quelli che è partito e ha dimenticato la sua terra, vi garantisco che con la Calabria ho un rapporto costante e continuo dal quale non mi sono mai sganciato».

Quali caratteristiche si riconosce del celebre personaggio dell’ispettore Fazio?

«Come il personaggio che interpreto sono una persona metodica. Ho anche una certa predisposizione verso l’onesta intellettuale. Ma non sono così equilibrato come Fazio che, d’altro canto, è una figura che, in realtà è immaginata. Sono più squilibrato, ho le mie fragilità…».

Lei ha scritto delle pièce per il teatro, da cosa nasce la scrittura teatrale?

«Si. Soprattutto ai tempi di “Rosso Tiziano”, eravamo in quattro e scrivevamo tutto ad “otto mani”. Ci occupavamo di argomenti che ci sembrava il caso di raccontare, del quotidiano, quello che capitava, di certo vicende interessanti, situazioni che, all’epoca, parlavano del presente e spesso quest’incontro con le storie avveniva in maniera del tutto casuale».

Come nasce “Radio Argo”?

«E’ venuta fuori da una riflessione sui poeti tragici greci, una riflessione del poeta contemporaneo Igor Esposito, utilizzando una struttura metrica non necessariamente attuale, agganciata all’idea della soluzione del coro della tragedia classica, sostituito da uno speaker radiofonico. Nel complesso è una rivisitazione attuale nella quale risuonano i temi classici. Più che di giustizia, il centro della scrittura di Esposito è il tema del potere: quello necessario secondo Agamennone, rifiutato invece dal messaggio anarchico di Oreste».

Il fatto di praticare il buddismo la aiuta anche nel lavoro?

«Si, perchè il buddismo si appoggia su una filosofia solida, ed è chiaramente uno strumento dottrinale di riferimento. E’ un supporto, un codice di riferimento, un filtro da usare per rendere la vita migliore, per fare le azioni giuste».

Vivere il teatro ed il cinema o le fiction, dal punto di vista attoriale cosa cambia?

«L’approccio è differente, ma il lavoro sul personaggio è lo stesso. Il modo in cui viene mostrato il risultato è diverso: con lo spettatore in teatro si condivide un tempo, si inizia e si finisce insieme. Al cinema non c’è condivisione, il risultato viene visto dopo molto tempo. Diciamo che ci sono sfumature molto diverse».

Ci anticipa i suoi progetti lavorativi?

«Da dieci settimane sono in Calabria, tra Africo Vecchio e Africo Nuovo, per girare un film che ultimeremo a fine maggio. Un debutto a fine luglio in teatro contemporaneo con Sergio Pierattini e per il prossimo autunno un testo in teatro scritto da me – ma soprattutto, per la gioia di tutti i fan della serie tratta dalle storie di Andrea Camilleri – a marzo 2015 riprenderemo a girare “Il Commissario Montalbano”, fino a settembre».

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati

 

Fracassi, ordinarie storie di precariato

index

Un tema d’attualità sociale come il precariato in “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. Si tratta di una drammaturgia tratta dal libro di Aldo Nove, per la regia di Renzo Martinelli. Sul palco, con l’attrice di teatro e cinema, Federica Fracassi, la fisarmonica di Guido Baldoni accompagnerà lo spettatore nelle storie vere di donne che lottano ogni giorno.

Come nasce la pièce e l’incontro con Aldo Nove?

E’ uno spettacolo con varie forme, che è cambiato rispetto alla prima versione del 2005. Ero stata chiamata da Fabrizio Arcudi a leggere dei testi di AldoNove. Successivamente mi ha cercata il maestro Fabio Vacchi, era un libretto con le storie di Nove, interpretavo un melologo, con un ensemble di musicisti. Poi ho fatto un lavoro con le bande di paese, fino ad arrivare alla versione con la fisarmonica.

L’importanza di trattare attualissime tematiche sociali, come il precariato?

Con chiarezza ci siamo resi conto come il teatro non sia salvifico nel risolvere i problemi sciali. Tra l’altro questo spettacolo è molto lontano dagli standard di Martinelli per scelte formali e poetiche. Tuttavia in questo caso è stato fondamentale avere l’approccio, che non ci permette di salvare lo spettatore ma di avere con lui un dialogo, ci permette di farlo sentire meno solo magari su temi in cui prima ci si sentiva isolati.

Il teatro può cambiare il mondo, o meglio, può contribuire a cambiare il mondo?

Il teatro (quando non si parla di intrattenimento puro che però ha sempre una sua dignità) può aiutare a riflettere. Pone delle domande. Son più contenta se lo spettatore esce con delle domande, noi non diamo delle risposte ma facciamo pensare. Come nella polis greca gli esseri umani si confrontano, nel più puro spirito della condivisione.

Recitare a teatro e recitare per un film. Che differente percepisce un attore?

Si tratta di un tipo di concentrazione e di energia differente. In teatro c’è una presenza immediata. Si può partire non benissimo (sempre meglio partire bene) e poi riprendere in mano la situazione nel movimento temporale, si può raddrizzare la recitazione. Nel cinema c’è il montaggio, la possibilità di ripetere la scena, ma maggior attenzione alla mimica facciale per i primi piani ad esempio. In ogni caso attività differenti ma necessarie per la crescita di un attore.

Salvatores, Virzì e Bellocchio. Come si è trovata a lavorare con questi registi di stampo molto differente?

Le mie esperienze non sono state tante, ho avuto piccoli ruoli, ma comunque sono state tutte molto belle, le considero dei regali. Mi incuriosisce molto lavorare su tutti e due i fronti: teatro e cinema. Bellocchio è il maestro a cui sono più legata. Questa estate abbiamo girato insieme anche un corto, mi piacciono le sue scelte, il suo modo di gestire la troupe e gli attori. Virzì è un regista che non si accontenta, ama le sceneggiature in movimento. Tutti loro mi hanno dato qualcosa.

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati

Marco Taranto, fino all’ultima sfilata!

Project-Runway-Italia-Marco-Taranto

Sfida dopo sfida, Marco Taranto sta mostrando di che stoffa è fatto a “Project Runway”, prima edizione italiana. Io faccio il tifo per lui. Non solo perché è calabrese (di Acri, provincia di Cosenza) ma perché, dal primo istante in cui ho visto il reality (che cerca il prossimo promettente stilista italiano), le sue creazioni, sognate e “costruite”, mi hanno ricordato Alexander Mcqueen. E forse perché Marco mi ricorda un po’ me. Anche lui è cresciuto coi nonni, Rosa e Salvatore. Nonna Rosa era la sarta del paese e proprio grazie a lei Marco inizia ad appassionarsi di moda: spesso la spiava da dietro la porta mentre lavorava. La moda per Marco Taranto è l’unico modo per tirare fuori tutto ciò che ha dentro e per sentirsi vivo.

Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Quando parlo di me mi esprimo sempre in terza persona, raccontando quello che potrebbe essere una visione mia esterna. Dunque Marco è una di quelle persone a cui piace tanto confrontarsi lavorativamente che, nonostante abbia la paura e la timidezza di esprimersi verbalmente, applica quella comunicazione di gesti, soprattutto espressioni facciali, per esprimersi. Ho 25 anni, e se minimamente mi guardo indietro riconosco che sono cambiato molto nell’ultimo anno. Forse per la consapevolezza che inizio a prendere di me stesso? O per la voglia di aprirmi al mondo. Sono sicuro di una cosa: che anche per me la ruota ha girato.

Cosa è successo nell’ultimo anno?

Ero molto riservato sulle mie cose, pensavo solo allo studio e al lavoro, ero proiettato a vivere a 360 gradi, a leggere tantissimo, a fare continui stage che non mi portavano da nessuna parte, a sbuffare internamente quando la gente non mi capiva e a dimostrare agli altri di essere capace. Ma quello che avevo dimenticato era di vivere anche me stesso, col mio lato più ludico. La mia vita finora è stata possibile solo grazie al sostegno di mia nonna, che mi ha fatto crescere. Una famiglia formata da padre e madre non l’ ho mai avuta, sono stati i miei nonni i pilastri che mi hanno retto. Mia nonna è mia madre, e devo dire grazie al grande sostegno di mia zia, che non ha mai smesso di credere in me. A 19 anni ho seguito la scelta che mia madre (con cui non ho un rapporto), iscrivermi a giurisprudenza. Dopo il primo semestre mi ritirai perchè era uno di quei percorsi dove “il secondo me” non poteva essere espresso. Ritornai in Calabria e spiegai a mia nonna che, non avendo mai seguito il volere di mia madre, perchè avrei dovuto farlo, considerato che lei nemmeno mi conosceva. Cercai un’ accademia economica a Cosenza, e da lì inizia il mio percorso. Ovviamente non mi accontentai solo di fare moda, ma avevo la brama di conoscere tanto, e mi scrissi anche all’università corso di Comunicazione e Dams. Un giorno decisi di partecipare a un concorso cosentino, vinsi il primo premio e, dato che nel premio era incluso uno stage a Roma, partii lasciando un territorio che mi aveva dato tanto, ma che era diventato molto stretto, perchè non potevo vivere liberamente la mia omosessualità. Arrivato a ROma, non contento di quello che avevo fatto, dopo lo stage, mi riscrissi in un’ accademia di altamoda Koefia, e dopo il diploma ho avuto la fortuna di rimanere a fare un tirocinio lì per un anno. MA quella fortuna ben presto si rivelò un destabilizzamento personale. Più passavano i giorni e più capivo che prendere il ruolo di assistente alla confezione era ciò che mi rendeva felice, mi piaceva tantissimo rapportarsi con gli allievi. Con loro avevo stabilito un rapporto di crescita. Ma per chi dirigeva, non c’ era tanta stima, ed io questo lo sentivo giorno dopo giorno, e lì iniziavo a perdere fiducia in me stesso, il non essere considerato, l’ essere di troppo, di fastidio. Ma quel fastidio, non era perchè fossi incapace, ma perchè purtroppo alcuni datori di lavoro non vedono in te cosa davvero sai fare, ma vanno a simpatia, soprattutto quando fai lo zerbino sei perfetto, ma nel momento in cui esprimi del tuo, subito vieni iscritto nel libro nero. Ma mia zia mi disse di provare i provini di project. e lo feci. »

Quando hai deciso che avresti partecipato a Project Runway Italia?

E’ stato grazie a mia zia. Mi iscrissi l’ultimo giorno. Era una scommessa con lei! Lei mi diceva che ce l”avrei fatta, io sostenevo di no. Ahimè questa scommessa l’ ha vinta e devo anche pagarla!

Ci sono degli stilisti che hanno influenzato il tuo modo di creare?

Certo. Gareth Pugh è il mio idolo, e aspetto con ansia ogni fashion week per vedere le sue creazioni. E’ l’unico che guardo con interesse, affianco a Mcqueen. Credo che la moda debba essere nuova e sperimentale. Odio profondamente chi ripropone le stesse cose con tessuti diversi.

Da dove parte una tua creazione?

…Da un sentimento, da un’atmosfera che mi circonda e dal mio sentirmi in essa. Le mie creazioni sono stati d’ animo del momento, una sfida con me stesso: “vediamo oggi che sai fare, e che persona vorresti diventare” mi dico. I miei abiti sono come personaggi che velano il mio ego e, allo stesso tempo, cercano di migliorare. I miei bozzetti sono come delle creature, sono dei tipi pasoliniani che vogliono uscire allo scoperto per sfidarmi e prendere vita. E’ un gioco per me, ma sono proprio loro che mi sfidano, portandomi a confrontarmi con gli altri stilisti, sono loro che combattono difendendo la mia personalità, altrimenti non sarei in grado.

07-marco

Se scrivo “Gianni Versace” cosa ti viene in mente?

Mi torna in mente la sua frase: “ Il mio desiderio è quello di dare scelta alle donne per far sì che esca la loro individualità, per provare a realizzare ciò che vogliono. E io penso che le donne vogliano sentirsi belle”. L’ho affissa alla parete per ricordarlo ogni tanto. Più la guardavo e più capivo che c’era qualcosa che non andava, ed era proprio quel “bella”… Penso che la donna di oggi, oltre al tanto acclamato “cool”, voglia sentirsi libera, voglia sperimentare se stessa e il suo ruolo. E secondo me il tailleur inizia a stare stretto, perché bisogna emanciparsi, bisogna scoprire altre vie di espressione.

Quanta Calabria c’è (se c’è) nelle tue creazioni?

C’è tutto. Perché noi calabresi siamo curiosi, leali, e sempre in confronto positivo con gli altri.

Il momento più difficile della trasmissione finora?

Sicuramente il commento dei giurati. Il “prendi e porta a casa” ogni giudizio che viene dato. Ad ogni puntata ho una paura terribile di uscire. Qui è come se fosse l’ unica realtà da vivere, perché è come una grande famiglia che si è creata, l’ unica realtà possibile che esprime il mio sogno. I commenti forti o negativi che sia, mi onorano, mai nella vita ti capita un commento di Tomaso Trussardi o di Alberta Ferretti o di Eva Erzigova alle tue creazioni. Che dire… grazie a loro, e ai loro commenti, sto crescendo ad una velocità assurda, mi stanno analizzando a 360 gradi. La trasmissione è molto professionale. Prima di partire per questa avventura avevo sempre in mente che la tivù fosse tutto un inganno. Ma non è vero. Ho compreso che anche la televisione può contribuire alla tua crescita ed aprirti le porte su realtà che non avresti mai immaginato di esplorare, e poi mi sta aiutando a farmi uscire fuori caratterialmente.

Come ti descriveresti da stilista in tre parole?

Complesso, giocarellone, ignorante. Sono ancora all’inizio. Non sono come alcuni colleghi della mia età che si sentono già arrivati o si sentono di camminare sulle nuvole. Credo davvero di cuore, che camminare con i piedi per terra è più bello perché osservi così tanta gente che vola, che ti fermi un attimo e pensi: “Ma la gente sa di essere mortale? E, soprattutto, sa che tutti siamo nessuno?” E quindi ogni volta mi faccio una bella risata, lo sai perché? Perché ahimè tutte queste persone lavorano, e guadagnano, mentre io no. Perché alcune volte bisogna saper vendere se stesso con le parole, e in questo sono bravi… Io mi vendo con quello che so fare e mi accontento di ciò.

Hai trovato degli amici tra i concorrenti?

E pure tanti… Io stravedo per il mio zio Salvo, una di quelle persone con cui ho stretto da subito. Già dal primo giorno, seduti sulla terrazza, ci siamo detti che avremmo avuto bisogno di persone di fiducia, e lo siamo diventati. Io e zio Salvo abbiamo creato un rapporto bellissimo, era ed è il mio reale sostenitore, è il mio confessionale, è davvero tutto. E’ la persona più splendida che abbia mai conosciuto, Poi c’ è Elena un’ altra persona che stimo da morire, e con cui abbiano un rapporto di profondo amore. Poi con Deborah che definisco “mia moglie”, una persona dolcissima, che merita tantissimo e che spero con il cuore che diventi una stilista. Donas era fantastica e super professional, Rocco è la persona con cui gioco spesso, Giorgia che ammiro tantissimo ed è proprio “in”; Ely che è la persona più rassicurante di questo mondo, Jacopo è carinissimo caratterialmente e buono. E poi Milan che è un bambinone tenerone…

Quali qualità servono per arrivare alla fine del talent show?

«Ahahahahahha non lo so… Sicuramente la professionalità, l’ umiltà e il saper creare. E ma questo non lo so, siamo all’inizio, il percorso è ancora lungo, e di settimana in settimana è sempre più difficile.

Gabriella Lax

Tutti i diritti sono riservati

Ferracane in scena con “Orapronobis”

ferracane

E’ stato impegnato in Calabria per mesi a girare il film “Anime Nere”. Torna sul “luogo del delitto” l’attore siciliano Fabrizio Ferracane che al teatro Siracusa di Reggio Calabria è il protagonista di “Orapronobis”. La pièce è scritta e diretta da Rino Marino, psichiatra, attore, regista, autore pluripremiato, che porta avanti da decenni un lavoro di ricerca sul rapporto tra teatro e patologia psichica. Protagonista del monologo, atto d’accusa con il potere indiscusso e totalitario della Chiesa, è Ferracane, volto noto del teatro e del cinema italiano, personaggio nella fiction “Il capo dei capi”, nei film “Malena” di Giuseppe Tornatore e “Anime nere”, il film tratto dal romanzo di Gioacchino Criaco che ha girato nel ruolo di protagonista, insieme a Peppino Mazzotta.

Che impressione le dato la Calabria?

Vengo volentieri in questo posto meraviglioso che ho imparato a conoscere grazie al film di Francesco Munzi. Trovo assurdo che lo Stato non promuova le bellezze sconvolgenti a livello naturalistico. Sono stato accolto dalle persone gioviali a Bova Superiore, uno dei ventuno borghi più belli d’Italia, ho girato ad Africo Vecchio, non potrò dimenticare le spiagge di Bianco. Come nel posto in cui sono nato, Castelvetrano, è un peccato che in posti stupendi ci siano ecomostri ed ancora più grave che lo Stato in questi posti non esista.

Come si è trovato nella storia proposta in “Anime nere”?

E’ una tragedia familiare, che ha sullo sfondo la malavita, una famiglia con una cancreca col marchio ‘ndranghetistico. Qualcuno nella famiglia sente la volontà di uscire fuori da questa situazione e da li si sviluppa la trama. Un racconto che parte dalla luce accecante dell’ambientazione in Messico che si spegne sempre più, man mano che la narrazione prosegue. Non c’è luce se non dando una sferzata totale come si vedrà nel film.

La condizione del teatro in Sicilia?

C’è fermento, c’è tanto teatro off, con tante compagnie giovani. Ma è difficile lavorare, soprattutto se non si hanno alle spalle grandi produttori o grande distribuzione. Capita solo a Riccardo Scamarcio, per dire il primo che mi viene in mente, di fare un tour con date piene in tutta Italia. Abbiamo il teatro di Vittoria che si muove bene, abbiamo Scimone e Frameli che stanno avendo successo. Ma il teatro oramai è divenuto quasi un lusso.

Tra recitare per il teatro e per le fiction cosa cambia?

L’elemento che fa la differenza è il sudore. Nel senso che in teatro si suda perchè si vive perfettamente quell’emozione, con tutti i canali percettivi amplificati, con tutti i sensi aperti: dagli occhi alla pancia. Nella fiction ciò avviene solo al primo ciak, alla fine ciò che conta è portare a casa la scena. Per il cinema è diverso, a seconda della volontà del regista che ha le sue idee, la similitudine col teatro è grande. L’occhio della macchina da presa guarda e scruta esattamente come fa chi sta seduto in teatro.

Il teatro è terapia?

Assolutamente sì e può esserlo per tutti perchè riesce a farti liberare dalle barriere della mente: il buio e la musica tirano fuori i mattoni che abbiamo e ci liberiamo scagliandoli in aria. Quando finisce lo spettacolo finalmente respiri. A me capita, all’inizio di pensare “Ma chi me l’ha fatto fare?”, ma poi, quando sei li sulla scena, passa tutto…

Gabriella Lax

Tutti i diritti sono riservati