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Crotone, ventiduenne uccide la madre soffocandola

vioNel primo pomeriggio di oggi una ragazza di 22 anni ha ucciso la propria madre, soffocandola. Il delitto è stato commesso all’interno della loro abitazione sita nell’agro di Crotone.

Sul posto sono intervenuti i militari dell’arma della compagnia locale che  hanno trovato il corpo senza vita della donna, quarantottenne, riverso sul letto della camera matrimoniale, con accanto un sacchetto di plastica. I militari stanno ricostruendo dinamica e movente, nell’ambito delle indagini dirette dal Pubblico Ministero dott.ssa Luisiana Di Vittorio, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Crotone. La ragazza, invece, è stata condotta presso la caserma del Comando Provinciale Carabinieri di Crotone per essere sottoposta a interrogatorio alla presenza degli avvocati. (comunicato stampa)

‘Ndrangheta, è Antonio Cuppari l’imprenditore della confisca multimilionaria

guardia di finanza 2Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Investigazione sulla Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.) di Roma, coordinati dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, hanno eseguito nei confronti dell’imprenditore CUPPARI Antonio una misura di prevenzione sia personale (sorveglianza speciale di pubblica sicurezza della durata di 3 anni) che patrimoniale, disposta dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, confiscando in Calabria e nel Lazio n. 4 società commerciali, n. 137 fabbricati, 51 terreni, 26 veicoli e rapporti finanziari, per un valore complessivamente stimato pari a circa 217,5 milioni di euro.

Tra i beni immobili oggetto di confisca si annovera anche il noto complesso edilizio residenziale turistico “Gioiello del Mare” di Galati – frazione di Brancaleone (RC).

Tale provvedimento rappresenta l’epilogo di una complessa e articolata attività investigativa svolta in sinergia dal Nucleo di Polizia Tributaria – G.I.C.O. di Reggio Calabria, dallo S.C.I.C.O. e dal Gruppo di Locri, che ha permesso di accertare un’ingiustificata discordanza tra il reddito dichiarato e il patrimonio direttamente o indirettamente a disposizione dell’imprenditore, risultato, altresì, appartenente alla locale di Africo (RC).

In particolare, in esito alle indagini esperite nell’ambito dell’operazione “Metropolis”, conclusa nel 2013 dai citati Reparti della Guardia di Finanza, con l’esecuzione di provvedimenti restrittivi personali nei confronti di 20 soggetti, responsabili di gravi reati – tra i quali quello di associazione per delinquere di stampo mafioso –, venivano delegati dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia appositi accertamenti di carattere patrimoniale tesi all’individuazione dei beni mobili ed immobili riconducibili, tra gli altri, a CUPPARI Antonio, ai fini dell’applicazione di una misura di prevenzione. CUPPARI infatti, nell’ambito della summenzionata operazione “Metropolis”, veniva tratto in arresto in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere, perché gravemente indiziato – tra gli altri – del reato di cui all’art. 416-bis c.p., “…per aver preso parte dell’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta…”, con la specifica imputazione di aver “…con la dote del vangelo e ruolo di partecipe del locale operante in Africo Nuovo…” fornito “…un costante contributo all’operatività dell’associazione…” nel commettere delitti “…in materia di armi, esplosivi e munizionamento, contro il patrimonio, la vita, l’incolumità individuale… commercio di sostanze stupefacenti… estorsione, usure, furti, abusivo esercizio di attività finanziaria, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche…”. Il CUPPARI avrebbe utilizzato i proventi delle attività delittuose commesse dall’associazione “…per finanziare le attività economiche di cui gli associati intendevano assumere e/o mantenere il controllo” ossia “…nella costituzione della società “R.D.V. S.r.l.” titolare del permesso a costruire per il complesso il Gioiello del Mare e per la costruzione del complesso stesso” per le quali aveva impiegato somme di denaro provenienti da delitti di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.

L’approfondimento investigativo di carattere patrimoniale disposto dalla citata DDA ha permesso, attraverso la ricostruzione e l’analisi, nell’ultimo ventennio, di ogni singola transazione economica e finanziaria operata dall’imprenditore, dalle sue società e dal suo nucleo familiare, l’individuazione delle fonti illecite da cui veniva tratta una ricchezza decisamente sproporzionata in rapporto alla capacità reddituale dichiarata. Le indagini si sono concluse nel 2014 con l’applicazione – nell’ambito dell’operazione di polizia denominata “Mariage 2” – della misura ablativa del sequestro su beni mobili, immobili e societari, riconducibili, tra gli altri, anche al menzionato CUPPARI, per un valore complessivo pari a 419 milioni euro.

Il CUPPARI, da ultimo, nel 2016 è stato condannato alla pena di anni 10 di reclusione, con l’applicazione delle pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell’incapacità di contrattare con la P.A..

In esito ai suddetti provvedimenti magistratuali, il Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione – ha ora disposto l’applicazione, nei confronti del CUPPARI, tuttora agli arresti domiciliari, della misura di prevenzione personale della Sorveglianza Speciale di P.S. per la durata di anni 3.

Le risultanze degli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza, infatti, indicano l’imprenditore quale soggetto dotato di pericolosità sociale, qualificata dall’appartenenza mafiosa, per la sua contiguità funzionale soggettiva con gli assetti organizzativi di univoca matrice mafiosa della cosca “Morabito”, egemone su Africo (RC). Infatti il CUPPARI, già intraneo a quest’ultima, a partire dal 2006, “…senza alcuna pregressa esperienza…” e con modesti redditi dichiarati/percepiti dal medesimo e dalla moglie, appena sufficienti a coprire le spese di mantenimento del nucleo familiare, si era improvvisato imprenditore nel settore di nicchia della costruzione, costituendo la “R.D.V. S.r.l.” ed avviando il progetto per la realizzazione e successiva vendita a stranieri, di complessi immobiliari quali il “Gioiello del Mare”, con destinazione turistica e residenziale, investendo ingenti risorse economiche, in perfetta simbiosi e sinergia di intenti, con i progetti imprenditoriali delle consorterie criminali mafiose.

In merito alla nominata “R.D.V. S.r.l.”, inoltre, le risultanze probatorie del processo “Metropolis” e quelle di carattere patrimoniale emerse nell’operazione “Mariage 2”, confermano la natura mafiosa dell’impresa avviata nel 2006 dal CUPPARI, il quale conduceva i suoi affari in totale dipendenza delle scelte, alleanze ed interessi del clan “Morabito” a cui faceva riferimento e che deteneva di fatto la sua golden share, ossia una quota occulta di potere decisionale e di controllo sull’investimento del sodale al cui servizio aveva messo a disposizione in momenti nevralgici della vita dell’impresa (dall’avvio, all’affermazione e crescita sul mercato) gli strumenti tipici di cui disponeva l’organizzazione criminale ossia la violenza, l’assoggettamento e l’omertà, ma anche il prestigio per concludere gli affari più facilmente derivante dalla forza intimidatoria.

Pertanto, gli elementi fattuali posti a fondamento della proposta patrimoniale dalla Guardia di Finanza sono, secondo il Tribunale di Reggio Calabria, sufficienti per definire la “RDV S.r.l.” e le sue controllate quali “imprese mafiose”. Con l’odierno provvedimento, è stata disposta, altresì, la confisca dell’ingente patrimonio, stimato in 217,5 milioni di euro, risultato, all’esito degli accertamenti esperiti, riconducibile a CUPPARI Antonio: l’intero capitale sociale e patrimonio aziendale (comprensivo di rapporti di conto corrente, beni immobili e registrati mobili) delle seguenti società:

– “La Rosa dei Venti di Cuppari Antonio e Rodà Ernesta S.n.c.”, con sede legale in Brancaleone (RC);

– “R.D.V. S.r.l.” con sede legale in Roma;

nonché delle seguenti società partecipate dalla “R.D.V. S.r.l.”:

– “VECO COSTRUZIONI S.r.l.”, con sede legale in Roma;

– “F. & C. S.r.l.”, con sede legale in Brancaleone (RC);

un immobile ad uso abitativo, sito in Brancaleone (RC).

L’amministrazione delle società sopra indicate sarà affidata all’ “Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”. (comunicato stampa)

‘Ndrangheta, confisca di beni per 217 milioni ad un imprenditore di Africo

guardia di finanza - CopiaDuro colpo all’imprenditoria reggina contigua alla ’ndrangheta grazie all’esecuzione di un provvedimento di confisca di compendi e quote aziendali di società commerciali, fabbricati – tra cui il noto complesso turistico “Gioiello del mare” di Brancaleone (Rc) -, terreni e veicoli riconducibili ad un imprenditore, per un valore pari a circa 217,5 milioni di euro.

Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Investigazione sulla Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.) di Roma, coordinati dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, hanno eseguito nei confronti di un imprenditore reggino ritenuto intraneo alla ‘ndrangheta, locale di Africo (RC), una misura di prevenzione personale e patrimoniale, disposta dalla Sezione Misure di Prevenzione del locale Tribunale, confiscando in Calabria e nel Lazio società, fabbricati, terreni e rapporti finanziari per un valore pari a complessivi 217 milioni di euro. Tra i beni immobili oggetto di confisca si annovera anche il complesso edilizio residenziale turistico “Gioiello del Mare” di Brancaleone (RC). Tale provvedimento rappresenta l’epilogo di un’articolata attività investigativa svolta in sinergia dal Nucleo di Polizia Tributaria – G.I.C.O. di Reggio Calabria, dallo S.C.I.C.O. e dal Gruppo di Locri, che ha permesso di accertare un’ingiustificata discordanza tra il reddito dichiarato e il patrimonio direttamente o indirettamente a disposizione dell’imprenditore.

Comunicato stampa della Guardia di finanza

Finisce la latitanza di Antonio Pelle detto “La mamma”. La polizia lo trova in un nascondiglio nella sua abitazione

questura-pelleDi Gabriella Lax

E’ finita la latitanza di Antonio Pelle “la mamma”. Catturato dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dal personale del servizio centrale operativo della Polizia di Stato, 54 anni, nato a San Luca, capo della cosca Pelle Vaccareddu di San Luca, latitante dal 2011 ed inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi stilato dal Ministero dell’Interno. L’uomo deve scontare una pena detentiva di 20 anni ed un mese di reclusione per i reati di associazione mafiosa, coltivazione illecita di sostanze stupefacenti, ricettazione, evasione e detenzione abusiva di armi e munizioni. L’arresto è avvenuto appena qualche ora fa. Così il questore Raffaele Grassi sottolinea in conferenza stampa che l’uomo stava per essere inserito nella lista dei 10 ricercati più pericolosi.

“Lo cercavamo da mesi – afferma il capo della Mobile Francesco Rattà – a casa sua aveva realizzato un nascondiglio di gran pregio, tra la stanza da letto ed il bagno, all’altezza del soffitto”. Vi si poteva accedere tramite un’apertura grande quanto una cassaforte domestica, celata dalla carta da parati”.

Una cattura particolarmente significativa, per il procuratore generale Federico Cafiero De Raho “Pelle è il capo della cosca che restò coinvolta nella strage di Duisburg, nel giorno di ferragosto del 2007”. Si tratta di quel Pelle capo dello schieramento criminale che commesso l’omicidio di Maria Strangio, nel Natale 206, e che si inquadra nel contesto più ampio della faida che dal 1991 insanguina San Luca e che vede contrapporsi le cosche Vottari “frunzu”, Pelle “vancheddu”, Romeo “stacchi”, da una parte e Strangio “jachi” e Nirta “versu”, dall’altra. Nel medesimo contesto criminale si inquadrano gli omicidi che hanno insanguinato la zona negli anni tra il 1991 ed il 1993. “La squadra Stato opera incondizionatamente – sottolinea De Raho – Pelle non si aspettava minimamente di essere catturato a casa sua”.

Il provvedimento di fermo fu indirizzato a Pelle il 30 agosto del 2007,di seguito ci fu il provvedimento di custodia cautelare datato 17 settembre dello stesso anno, nelcorso dell’operazione “Fehida”. L’uomo comunque riuscì a sottrarsi ai provvedimenti per venire poi arrestato il 16 ottobre dell’anno successivo mentre si trovava ad Ardore Marina, all’interno di un bunker sotterraneo. Il 19 marzo 2009 è il giorno della condanna a 13 anni di reclusione, provvedimento emesso dal gup di Reggio Calabria. Da qui il racconto di De Raho, secondo il quale, ingurgitando alcuni medicinali Pelle riesce a perdere peso e a dimagrire tanto che il suo stato diviene incompatibile con la custodia in carcere. Un perfetto piano in preparazione della successiva fuga, come si scoprì dopo una serie di intercettazioni. La corte d’appello di Reggio Calabria, il 14 aprile del 2011 sostituisce la custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari. Per un presunto grave stato di anoressia Pelle viene ricoverato nel carcere di Locri da dove riesce a fuggire sottraendosi alla misura restrittiva. Oggi invece la fine della latitanza, con la certezza espressa dal procuratore sul fattoche i capi ‘ndranghetisti, anche quando si nascondono, non si allontanano mai dai loro territori, se non pre brevi periodi.

Omicidio di via Buozzi: Madalina Pavlov, quattro anni di bugie e di silenzi

374556_613089378716850_297902588_nDi Gabriella Lax

Coi capelli inzuppati nel sangue un corpo esanime, in mezzo alla strada. Questa la scena macabra che si presentava agli occhi dei passanti il 21 settembre 2012 in via Bruno Buozzi a Reggio Calabria. A terra c’era Madalina Pavlov, ragazza ventunenne romena, da anni residente nella città dello Stretto. “Suicidio”. Questa la prima bugia quando poco dopo sul posto arrivarono forze dell’ordine e mezzi di primo soccorso. “Si è lanciata dal palazzo”. Già. Madalina si sarebbe suicidata lanciandosi da un palazzo in cui, in apparenza, non conosceva nessuno. Un corpo che rimbalza su una macchin che viene immediatamente portata alla rottamazione. Un corpo che cade da un indefinito piano di un palazzo in cui abitano un giudice, un ginecologo, poi due appartamenti vuoti. Un salto nel vuoto che non si comprende per quale motivo la giovane avrebbe dovuto fare, considerato l’entusiasmo manifestato la mattina stessa della morte per la patente conseguita, considerata la voglia di partire per l’Australia.

agafiaSono passati quattro anni dal delitto di via Buozzi. Ci piace chiamarlo così considerato che anche il procuratore della Repubblica Federico Cafiero De Raho ha fatto intendere che di delitto si tratta. Quattro anni di bugie, di carte da gioco e strani messaggi lasciati sulla tomba della ragazza, di depistaggi, di silenzi di chi sapeva, di prove distrutte, di mortificazioni come quelle che continua a ricevere Gabriella Agafia Cutulencu. A Reggio la conoscono tutti. Da quattro anni grida rabbia e disperazione per una città che sa e che non parla, fatta di persone che la guardano, a volte, con la pena negli occhi ma che non raccontano una verità muta, pronta ad uscire sotto forma di pettegolezzi appena fuori dall’angolo visuale della donna. Dall’ipotesi di “suicidio”, proprio per le insistenze della famiglia della ragazza si passa a quella di istigazione al suicidio. Si esamina il dna trovato negli slip della ragazza che prima di andare a morire in quel palazzo, nel pomeriggio di quel maledetto giorno, aveva incontrato un uomo. Nessun indagato nelle indagini che sembrano proseguire in silenzio ma che finora non hanno portato assolutamente a nulla. La pista romena, la pista della prostituzione, la pista “lei sapeva qualcosa e l’hanno messa a tacere”. Quante piste, nessun tracciato ben definito. Lo scorso 9 agosto Madalina avrebbe compiuto 25 anni. Sua madre, come ogni anno, si è sistemata a piazza Italia per ricordare la morte, per piangere pubblicamente. Ma stavolta non si è avvicinato nessuno. Ed è l’indifferenza la freccia che fa più male. L’indifferenza come quella del 21 marzo 2013, la prima fiaccolata dal Duomo fino a via Buozzi. Un cammino silenzioso, rotto solo dal pianto di Gabriella che chiedeva, allora come oggi; verità e giustizia per Madalina. Lo scorso 9 agosto ad un certo punto solo due funzionari delle forze dell’ordine si erano avvicinati per chiedere alla donna se avesse il permesso di fare la dimessa manifestazione in piazza. “Il permesso di ammazzare mia figlia non me l’ha chiesto nessuno” replicava la donna.

Da qualche mese sul caso sta lavorando il “Crime Analysts Team” formato dalla psicoterapeuta Rossana Putignano, Fabio Calvani tecnico informatico e specialista in data recovery, Mary Petrillo psicologa, criminologa, Aida Francomàcaro, psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica che compongono il collegio che contribuisce a far luce sulla morte della giovane. “Abbiamo depositato una nostra consulenza ed attendiamo l’esito da parte del pm” spiega l’avvocato Antonio Petrongolo che da qualche mese è il nuovo difensore della famiglia di Madalina.

Taurianova, aveva sparato dopo un appostamento, dopo 4 giorni di fuga, 57enne fermato dai carabinieri

sopralluogo-ccAlle ore 13.00 circa di ieri 11 settembre, i Carabinieri della Compagnia di Taurianova, hanno tratto in arresto FRAZZICA Giuseppe, di anni 57 da Taurianova (RC), rintracciato al termine di una fuga durata quattro giorni, in quanto autore del tentato omicidio di MAIO Domenico di Taurianova, commesso il 7 settembre scorso. L’episodio si era verificato alle ore 08.00 circa di mercoledì scorso, allorquando l’autovettura a bordo della quale MAIO si stava recando al lavoro a San Martino di Taurianova era stata oggetto di alcuni colpi di pistola, esplosi da una persona appostata lungo il tragitto. Nella circostanza, solo grazie alla tempestiva reazione della vittima ed alla sua fuga, i colpi esplosi non avevano raggiunto la persona, ma avevano attinto esclusivamente il mezzo. Le indagini immediatamente avviate avevano consentito in tempi brevissimi di identificare l’autore del gesto in FRAZZICA Giuseppe, che però nel frattempo si era dato alla fuga ed aveva fatto perdere le sue tracce. Le serrate ricerche ed i prolungati pedinamenti che ne sono derivati, estesi anche all’area di Reggio Calabria, hanno infine consentito di rilevare nella mattinata di ieri un movimento anomalo della moglie, che lasciava presagire un possibile incontro con il marito in fuga. Il dispositivo così attivato ha quindi permesso di riscontrare che la donna si stava effettivamente recando dal marito, talché quest’ultimo è stato catturato lungo la S.P. 1 Gioia Tauro – Taurianova, in Loc. Cannavà. FRAZZICA è stato quindi tratto in arresto in esecuzione di un Decreto di fermo di indiziato di delitto già emesso dalla Procura della Repubblica di Palmi, nella persona del Pubblico Ministero, Sost. Proc. Rocco Cosentino, dovendo rispondere dei reati di tentato omicidio, detenzione illegale di arma e porto in luogo pubblico, nonché accensioni ed esplosioni pericolose, tutti aggravati. Al termine delle formalità di rito, l’arrestato è stato associato presso la Casa circondariale di Palmi.

(comunicato del comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria)

Operazione “Veleno”, medici e professionisti tentano estorsione aggravata ad una farmacia di Rosarno. Non è la ‘ndrangheta ma il metodo è mafioso

carabinieriI Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, con il supporto dei comandi arma competenti per territori, hanno proceduto, nelle province di Cremona, Pistoia e Firenze, a dare esecuzione a 3 ordinanze di misura cautelare in carcere, emesse dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia – che ha pienamente condiviso le risultanze investigative raccolte dai militari del reggino, nei confronti del pregiudicato Frajia Francesco (44 anni), Cristiano Renato Maria (54 anni) e Cristiano Maurizio Gerardo (60 anni), gravemente indiziati per i reati di tentata estorsione aggravata in concorso, effettuata un mezzo di reiterate ed asfissianti richieste telefoniche e atti persecutori, il tutto aggravato dalla metodologia mafiosa ai danni di una nota famiglia di Reggio Calabria proprietaria di una farmacia nella cittadina di Rosarno. Nell’operazione “Veleno”, i soggetti sono ritenuti, rispettivamente, Frajia, l’esecutore materiale delle richieste telefoniche estorsive ed i fratelli Cristiano, mandanti delle stesse. L’attività di indagine inizia nel dicembre del 2015, a seguito della ricezione di telefonate minatorie a carattere estensivo su utenze in uso di Gaetano Cianci, proprietario dell’omonima farmacia sita a Rosarno, in passato bersaglio di azioni predatorie da parte della locale criminalità organizzata al punto da essere costantemente presidiata da un servizio di vigilanza fissa, in orario di chiusura, da parte delle forze dell’ordine e e agli altri componenti della famiglia, in particolare i due figli Rocco e Alessandra Cianci. Da qui sotto il coordinamento della procura della Repubblica di Reggio Calabria, scaturivano una serie di attività tecniche che hanno consentito di ricostruire in maniera puntuale quanto accaduto. Dai primi accertamenti espletati dall’analisi dei tabulati telefonici sulle utenze utilizzate dagli odierni indagati, formalmente intestati a cittadini stranieri che contrariamente a ciò in cui interlocutori palesavano un mancato accento calabrese, consentivano di accertare il luogo di provenienza delle chiamate minatorie, circoscrivibile nella città di Milano e provincia lombarde tra cui Cremona e Bergamo. L’attenzione investigativa, si focalizzava su Cristiano Renato Maria, ortopedico e marito di Cianci Alessandra, dalla quale è in fase di separazione, quest’ultima figlia di Gaetano Cianci che in combutta col fratello Maurizio, avevano assoldato un conterraneo (Frajia Francesco) per portare a termine il loro disegno criminoso che avrebbe, di qui a breve, anche potuto prevedere una scellerata azione delittuosa contro l’incolumità dei componenti della famiglia Cianci. Al termine delle formalità di rito, i tre soggetti sono stati tradotti presso le casa circondariale di Cremona (Frajia), Pistoia (Cristiano Renato) e Firenze-Sollicciano (Cristiano Maurizio), posti a disposizione dell’autorità giudiziaria mandante.