Omicidio di via Buozzi: Madalina Pavlov, quattro anni di bugie e di silenzi

374556_613089378716850_297902588_nDi Gabriella Lax

Coi capelli inzuppati nel sangue un corpo esanime, in mezzo alla strada. Questa la scena macabra che si presentava agli occhi dei passanti il 21 settembre 2012 in via Bruno Buozzi a Reggio Calabria. A terra c’era Madalina Pavlov, ragazza ventunenne romena, da anni residente nella città dello Stretto. “Suicidio”. Questa la prima bugia quando poco dopo sul posto arrivarono forze dell’ordine e mezzi di primo soccorso. “Si è lanciata dal palazzo”. Già. Madalina si sarebbe suicidata lanciandosi da un palazzo in cui, in apparenza, non conosceva nessuno. Un corpo che rimbalza su una macchin che viene immediatamente portata alla rottamazione. Un corpo che cade da un indefinito piano di un palazzo in cui abitano un giudice, un ginecologo, poi due appartamenti vuoti. Un salto nel vuoto che non si comprende per quale motivo la giovane avrebbe dovuto fare, considerato l’entusiasmo manifestato la mattina stessa della morte per la patente conseguita, considerata la voglia di partire per l’Australia.

agafiaSono passati quattro anni dal delitto di via Buozzi. Ci piace chiamarlo così considerato che anche il procuratore della Repubblica Federico Cafiero De Raho ha fatto intendere che di delitto si tratta. Quattro anni di bugie, di carte da gioco e strani messaggi lasciati sulla tomba della ragazza, di depistaggi, di silenzi di chi sapeva, di prove distrutte, di mortificazioni come quelle che continua a ricevere Gabriella Agafia Cutulencu. A Reggio la conoscono tutti. Da quattro anni grida rabbia e disperazione per una città che sa e che non parla, fatta di persone che la guardano, a volte, con la pena negli occhi ma che non raccontano una verità muta, pronta ad uscire sotto forma di pettegolezzi appena fuori dall’angolo visuale della donna. Dall’ipotesi di “suicidio”, proprio per le insistenze della famiglia della ragazza si passa a quella di istigazione al suicidio. Si esamina il dna trovato negli slip della ragazza che prima di andare a morire in quel palazzo, nel pomeriggio di quel maledetto giorno, aveva incontrato un uomo. Nessun indagato nelle indagini che sembrano proseguire in silenzio ma che finora non hanno portato assolutamente a nulla. La pista romena, la pista della prostituzione, la pista “lei sapeva qualcosa e l’hanno messa a tacere”. Quante piste, nessun tracciato ben definito. Lo scorso 9 agosto Madalina avrebbe compiuto 25 anni. Sua madre, come ogni anno, si è sistemata a piazza Italia per ricordare la morte, per piangere pubblicamente. Ma stavolta non si è avvicinato nessuno. Ed è l’indifferenza la freccia che fa più male. L’indifferenza come quella del 21 marzo 2013, la prima fiaccolata dal Duomo fino a via Buozzi. Un cammino silenzioso, rotto solo dal pianto di Gabriella che chiedeva, allora come oggi; verità e giustizia per Madalina. Lo scorso 9 agosto ad un certo punto solo due funzionari delle forze dell’ordine si erano avvicinati per chiedere alla donna se avesse il permesso di fare la dimessa manifestazione in piazza. “Il permesso di ammazzare mia figlia non me l’ha chiesto nessuno” replicava la donna.

Da qualche mese sul caso sta lavorando il “Crime Analysts Team” formato dalla psicoterapeuta Rossana Putignano, Fabio Calvani tecnico informatico e specialista in data recovery, Mary Petrillo psicologa, criminologa, Aida Francomàcaro, psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica che compongono il collegio che contribuisce a far luce sulla morte della giovane. “Abbiamo depositato una nostra consulenza ed attendiamo l’esito da parte del pm” spiega l’avvocato Antonio Petrongolo che da qualche mese è il nuovo difensore della famiglia di Madalina.

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