Operazione “Kalanè”, sembrava fosse in atto una recrudescenza criminale, invece era una faida familiare

Di Gabriella Lax

IMG_7247 copiaUn omicidio e due tentativi d’omicidio premeditati per ottenere il controllo criminale nel territorio di Calanna. E ancora detenzione e porto abusivo di armi da fuoco e ricettazione, aggravati dalla circostanza di aver commesso i fatti per agevolare le attività della ‘ndrangheta. Queste le accuse da cui prende il via l’operazione “Kalanè” (l’antico nome di Calanna) della Polizia di Stato per l’esecuzione di alcuni fermi di indiziato di delitto, disposti dalla Direzione distrettuale antimafia. Nel mirino Giuseppe Greco, di Calanna, 56 anni (figlio dello storico capo Ciccio Greco), Domenico Provenzano, 21 anni, nato a Genova, Antonio Falcone di 45 anni e Giuseppe Falcone di 49 ani entrambi reggini. Ricercato invece Antonino Princi, 45 anni, nato a Colmar in Francia, irreperibile da alcuni mesi. Un tentato omicidio, un omicidio ed un altro atto di sangue, in due episodi avvenuti i 9 febbraio ed il 3 aprile. “Fatti che avevano destato preoccupazione perché si ipotizzava la riapertura di guerre di mafia – chiarisce il questore Raffaele Grassi – in realtà le evidenze investigative consentono di dire che si trattava di fatti maturati per dissidi interni a cosche operanti in una determinata area delle provincia reggina”. Nel provvedimento di fermo mandanti ed esecutori materiali di tre gravissimi fatti di sangue – un omicidio e due tentati omicidi – verificatisi a Reggio Calabria e nel vicino comune di Calanna (nel reggino) nei mesi di febbraio e aprile scorsi nel contesto di un conflitto scaturito in seno alla famiglia Greco per l’affermazione della leadership e il dominio criminale nel piccolo comune dell’entroterra reggino. Durante l’operazione sono state eseguite una serie di perquisizioni. Impiegati circa 80 uomini della Polizia di Stato. Dall’inchiesta ha preso forma uno scenario di cruente azioni di sangue che i sicari dei due schieramenti in lotta tra loro hanno posto in essere con premeditazione, individuando accuratamente le abitudini delle vittime i tempi e i luoghi in cui colpirle con l’uso di fucili e pistole. Fermi necessari per gli investigatori che servono ad evitare ulteriori fatti di sangue. Importante la ricostruzione di questi episodi.

I fatti di sangue

Dall’attività d’indagine, come chiarisce Francesco Rattà, capo della squadra mobile di Reggio Calabria “Emerge uno contro intestino alla famiglia Greco hce, dopo la collaborazione di Giuseppe Greco con la giustizia, vede l’ascesa al potere di Antonino Princi, il cugino. L’uscita di scena di Greco da Calanna determina l’ambizione del cugino che copie i passi per il gestire le attività illecite. Dunque, il rientro di Greco costituisce un elemento di disturbo, soprattutto quando questi decide di riconquistare terreno”. Incontri familiari che si tramutano in scontri, fino a quando il 9 febbraio scorso miracolosamente Antonino Princi, seppur rimasto ferito, riesce a scampare ad un attentato tesogli da due killer armati, presumibilmente Greco e Provenzano. In quell’occasione Princi fu attinto all’ingresso della società per cui lavorava, Ecologia Oggi, che gestisce l’impianto di rifiuti di Sambatello. Princi con manovre repentine e prontezza di riflessi inverte la marcia della sua Mercedes, IMG_7265 copiasfonda il cancello dell’impianto e riesce a trovare rifugio all’interno, salvandosi. Mentre dei due attentatori, da quel momento si perdono le tracce. Princi impiega i successivi due mesi per programmare la vendetta, che si consuma il 3 aprile quando presumibilmente i due Falcone (positivi al test della polvere da sparo) feriscono lievemente Greco e uccidono Domenico Polimeni con un fucile caricato a pallettoni.

Gli investigatori

“E’ sembrato che tra Calanna e Sambatello vi fossero fibrillazioni particolari, con gravi episodi estorsivi nei confronti di commercianti ed imprenditori -spiega il procuratore generale Federico Cafiero De Raho- tant’è che direzione antimafia si era mossa per capire cosa succedeva in quella parte del territorio”. Per De Raho “Giuseppe Greco, già collaboratore di giustizia, poi si era finto pazzo ha tenuto atteggiamenti discutibili che riconducevano ad una strategia di riconquista del territorio. Greco arretra dal punto di vista della collaborazione e avanza nella riconquista del territorio.E’ figlio di Francesco Greco (già nelle operazioni Meta e Olimpia)”. Esame positivo degli stub, intercettazioni ambientali e telefoniche, unitamente agli elementi del disconoscimento degli alibi di alcuni di essi hanno consentito i provvedimenti di fermo, necessari per scongiurare l’allontanamento di alcuni le operazioni sono scattate a Reggio ed a Genova, luogo in cui uno degli indagati si era trasferito .(foto Marco Costantino)

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