Storia di Fatima, giovane musulmana reggina “Non sono più vittima dell’ignoranza altrui”

Di Gabriella Laxfatima

L’hijab, velo bianco che le lascia scoperto il viso e l’immancabile zainetto nero. Due segni distintivi, religione e quotidianità, che invece suscitano sguardi sospettosi. “Un giorno – racconta Fatima – ero a mangiare un panino, con le mie patatine davanti e accanto a me c’erano seduti dei miei coetanei”. Parole, prima sussurrate, occhi sempre più ostili. Le frasi che non possono lasciarla indifferente, in un crescendo una delle ragazze vicine mormora “E’ una terrorista, ha pure lo zaino, moriremo tutti”. Sicuri, tra l’altro, di non essere capiti nella lingua. E, a quel punto, “L’unica cosa che può far saltare sono le patatine” risponde fresca la giovane marocchina. Io e Fatima camminiamo sotto il sole, in una bella giornata di giugno, sulla via principale della città. E’ l’ora di pranzo, in giro non c’è molta gente, ma quei pochi passanti non le tolgono gli occhi di dosso. “In Svizzera non mi guardano così”. Fatima Zara El Amrani sorride, sorride da quando qualche ora prima ci siamo incontrate nella parrocchia della chiesa dove fa volontariato, anche come mediatrice culturale. Ed in questi tempi di sbarchi a ritmo bisettimanale, nella città dello Stretto, c’è un gran bisogno di persone come lei. E’ giovanissima Fatima, diciott’anni appena compiuti, mi ha scritto e ha chiesto d’incontrarmi perché vuole raccontare le storie dei giovani musulmani come lei. Il suo cuore ha le radici ben piantate in Marocco, la patria che ha lasciato quando aveva due anni appena, ma si dipana questo cuore e si stringe all’Italia, la mamma adottiva, benevola a prima vista, pronta a trasformarsi in matrigna severa ed intransigente. Il primo ad arrivare, oltre trent’anni fa, era stato suo padre, “quando l’Italia era ricca e molto diversa dal Paese che conosciamo oggi”. Due sorelle sposate e due fratelli, Fatima è la più piccola. “Torno a casa ogni anno, è il miglior posto che ci sia, un po’ la Calabria – spiega – forse per questo mi sento a casa e mi sono integrata. La gente è molto simile al Marocco, come accoglienza, come carattere ed anche come abitudini”. E come vive una giovane donna musulmana questo particolare momento storico? “Quando siamo arrivati c’era il problema di Osama Bin Laden – ride Fatima -siamo entrati col botto, adesso questo periodo che sta coincidendo con la mia adolescenza …Fino a due anni fa vivevo questa situazione molto male. Pensavo fosse tutto contro di me. L’ignoranza che vedevo influiva sui miei sentimenti. Poi me ne sono fatta una ragione. Alla fine dei conti non si può essere vittime dell’ignoranza altrui e patire per questo. Molte persone pensano che io che porto il velo sono dell’Isis. L’ignoranza dei ragazzi della mia età penso dipenda dai genitori che non riescono a trasmettere le informazioni ai loro figli o le trasmettono sbagliando”.

E sul rapporto con la religione: “Quando mi vedono con il velo, non chiedono perché ho fatto questa scelta di vita, ma presumono che sia stata una scelta imposta dai genitori, quindi per loro esiste questa tradizione ancora. Non capiscono che lo fai per una relazione tra te e Dio, perchè senti un amore grande verso di lui. Anche lo stesso ramadan, è una prova per comprendere come stanno le persone che non hanno la nostra fortuna”.

Ed il rapporto coi coetanei non musulmani? “Di solito ad un primo input possono allontanarsi, ma quando riescono a guardare il tuo mondo, capiscono che sei altro rispetto alle loro idee iniziali”.Fatima fa parte dei “Giovani musulmani d’Italia” che, chiarisce “E’ un’associazione no profit, apolitica, nata nel 2001, con l’esigenza di riunire i giovani della nazione e farli integrare nella società italiana. Ogni associazione predispone varie attività. Dallo scorso novembre il gruppo è attivo anche a Reggio Calabria. Ci stiamo muovendo sul fronte dell’accoglienza, siamo punto di riferimento per gli immigrati”. Ed il riferimento, ad esempio, è alle cene preparate per i musulmani nel periodo del ramadan. E ancora alle donazioni di sangue per quelli che non stanno bene. E poi le conferenze sui temi dell’integrazione “Per le donne musulmane che sono nell’occhio del ciclone – ricorda – le nostre testimonianze penso siano state utili alle scuole reggine, coinvolte autorità civili e religiose”.

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