Archivio | giugno 20, 2016

Reggio, il teatro greco e gli scavi di piazza Garibaldi

akrai.JPGDi Gabriella Lax

“Come i greci hanno cambiato il mondo”. Questo è il titolo di un meraviglioso documentario trasmesso da History, uno dei miei canali prediletti. Il programma elogiava lo spirito col quale, dalla piccola Atene venne partorito lo spirito della “democrazia”, il governo del popolo (ormai parola quasi astratta), contrapposto alle tirannidi, intese come monarchie delle tante popolazioni che avevano vissuto precedentemente (non ultimi gli egiziani). Tra le novità tanto care ai greci c’era il teatro, non solo nel senso immateriale del termine, bensì proprio come la struttura che veniva creata in ogni città, persino nelle più piccole. E mi torna in mente Palazzolo Acreide, un paesino di poche anime in provincia di Siracusa, in cui ho trascorso in parte la mia infanzia. Poco fuori dal paese ecco il teatro greco di Akrai (l’antico nome di Palazzolo), riemerso dalla terra grazie al lavoro di Gabriele Iudica nella fortunata campagna di scavi del 1824. Vedendo quelle immagini e tirando fuori i ricordi, la domanda che mi è venuta naturale è stata: ma Reggio così ricca di delizie archeologiche, piene di gustose sorprese (le ultime quelle emerse dagli scavi di piazza Garibaldi) come poteva non avere un teatro greco? Ed alle mie domande prudente è arrivata la risposta di Franco Arillotta, prezioso storico, in procinto di partorire una nuova pubblicazione. “Certo – mi spiega – a Reggio doveva esserci un teatro greco, ma non ne è venuta fuori nessuna traccia, molto probabilmente perché non abbiamo scavato nel punto giusto e alla profondità giusta”. E chiarisce “piazza Garibaldi ci sta insegnando che la nostra idea sull’organizzazione urbanistica della polis è distorta e stantìa. forse dovremmo riscrivere e ridisegnare tutto”. E proprio nel suo prossimo libro, anche rispetto a queste idee, ci saranno nuove e rivoluzionarie risposte, che forse non piaceranno a tutti. Sicuramente non piaceranno a chi è abituato a seguire filoni di ragionamento. Dal nostro punto di vista il filone è un’ottima forma di pane da imbottire adeguatamente. “Le frontiere nuove le tracciano quelli che non amano le incrostazioni e le assuefazioni”…

(la foto del teatro greco di Akrai è presa dal sito www.comune.palazzoloacreide.gov.it )

Nella giornata mondiale per i rifugiati, Reggio ha il primato di essere “artigiana di pace”

Di Gabriella Laximmigrati

Un momento di riflessione e di confronto per fare il punto sulle politiche dell’accoglienza e la gestione dei rifugiati in tutto il mondo. Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite nel 2001, nel ricordo della Convenzione per i richiedenti asilo firmata il 20 giugno di 65 anni fa dalle Nazioni Unite. A fronte di un’Europa spaccata, con la deputata inglese uccisa a pochi giorni dal Brexit del Paese dall’Unione europea, di una Turchia che usa la barbara (e rinnegata) violenza uccidendo al confine una famiglia siriana, ci sono piccole oasi che fanno della resistenza e dell’accoglienza le loro parole d’ordini. Reggio, come alcune zone della sua provincia, come parti della Sardegna, è una di quelle. Un’oasi che cresce nella speranza di essere motore di solidarietà, di essere “artigiana della pace” così come ha chiesto papa Francesco. La città dello Stretto sembra bipolare, a tratti. A stento riesce a tenere alta la testa, dopo anni di umiliazioni politiche e vessazioni degli abitanti, soggiogati dal malaffare, impotenti di fronte alla regressione economica. Esercizi commerciali storici che chiudono, una disoccupazione giovanile da mettere in ginocchio anche le speranze per un futuro migliore. Da uno scenario simile ci si aspetta che possa emergere solo chiusura e durezza del cuore nei confronti dei bisognosi, delle migliaia di visi arrivati sulle nostre coste, pronti a lasciare da parte la morte per costruirsi la vita, una qualsiasi, ma la vita. Speranze accese, come luci in fondo al tunnel che hanno le sembianze dei volontari e di tutti coloro che si spendono, ininterrottamente, per dare un colore a queste vite in difficoltà. Dai vestiti alle merendine, dai succhi di frutta alle scarpe. Il lavoro dei volontari comincia tante ore prima degli sbarchi e non si conclude mai. Un lavoro sostenuto, se non dal punto di vista prettamente materiale, dalle istituzioni locali. Il cuore palpitante della città, memore di soprusi e violenza, probabilmente in queste persone trova la forza per continuare a battere. (foto Marco Costantino)immigrati 2

Il numero di profughi e rifugiati in fuga dal conflitti e persecuzioni nel mondo ha raggiunto il record di 65,3 milioni nel 2015, come denuncia l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Dunque la soglia dei sessanta milioni è stata superata per la prima volta, con un netto aumento dai 59,5 milioni del 2014. I rifugiati, persone in fuga dai loro paesi, sono stati 21,3 milioni, i profughi, che hanno lasciato le loro case senza abbandonare il loro paese, 40,8 milioni. Sono oltre 10.000 i migranti e rifugiati morti in mare dall’inizio del 2014, secondo il bilancio dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Oltre 2.800 nei soli 5 primi mesi del 2016. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancerà una petizione per inviare un messaggio chiaro ai governi che devono lavorare insieme e fare la loro parte per chi fugge da situazioni di crisi. La petizione #WithRefugees chiede ai governi di: “Garantire che ogni bambino rifugiato riceva un’istruzione. Garantire che ogni famiglia di rifugiati abbia un posto sicuro in cui vivere. Garantire che ogni rifugiato possa lavorare o imparare nuove competenze per dare un contributo positivo alla comunità”. Firmiamola.