San Ferdinando: la tendopoli, il morto, il disappunto e l’immobilità

Di Gabriella Lax

tendopoli2Smantellamento. Smantellamento è la parola chiave che riemerge, con rigurgiti semestrali, collegata alla tendopoli di San Ferdinando, provincia di Reggio Calabria. Per buona pace di chi resta, i morti spesso hanno la capacità di riportare l’attenzione laddove è venuta a mancare e invece necessita in buona dose. Partiamo dall’inizio, la morte di Sekine Traore, lavoratore ospite della tendopoli, ucciso da un carabiniere aggredito e che sembra abbia agito per salvarsi la vita. Non entriamo nel merito dell’episodio ma restano le scintille, ennesimi bagliori a San Ferdinando, piccoli fuochi pronti a far bruciare rabbia e rancore di chi vive in condizioni disumane il soggiorno per il lavoro di raccolta stagionale. Tornano in auge le domande: che fare? Come mettere fine a rituali penosi, per vite vissute tra miseria e fatica? E torniamo all’ultima parola spesa per la tendopoli. Era la fine del mese di gennaio, in Prefettura, a Reggio Calabria, oltre ad annunciare l’ennesima operazione contro il caporalato “Non sono parassiti sociali ma persone che danno un contributo all’economia”, così il prefetto tendopoli protestaClaudio Sammartino salutava gli immigrati lavoratori, nel corso della riunione operativa per discutere della soluzione definitiva per la tendopoli, grazie anche ai contributi della Regione, della Provincia di Reggio Calabria e del ministero dell’interno (presente il vicecapo dipartimento del ministero dell’interno Carmine Valente). Allora si era parlato di un’intesa per un obiettivo “tenacemente perseguito da oltre un anno – affermava il prefetto – per trovare una situazione abitativa dignitosa ai lavoratori immigrati della Piana di Gioia Tauro». Ma le “Soluzioni equilibrate e realistiche che non creino ghetti o ulteriori emarginazioni per persone che molte volte sono state sfruttate” fino ad oggi non si sono viste. E le bombe continuano ad esplodere come stamattina, immigrati lavoratori lungo le strade, protestano contro l’uccisione di Sekine Traore, chiedono pane e lavoro. Qualcuno si scalda, qualcuno invece cerca di sedare gli animi. Per le strade i negozi sono chiusi. Il corteo finisce. Il disappunto resta, per non aver trovato soluzioni che non siano proclami o parole. E la speranza è che non debbano servire altri morti o altre rivolte per ricordarcelo. (foto di Marco Costantino)

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