Monica Guerritore dall’Inferno all’Infinito

Monica Guerritore2

«Stavo a pigiare l’uva coi piedi per fare il mosto con mio fratello, ma solo per poco tempo perché ai bambini le esalazioni potevano fare male». Monica Guerritore ha le radici che affondano nella Calabria, madre e nonno di Palmi, città di cui ricorda «la Tonnara, lo scoglio dell’ulivo, la villa comunale». Nella  sua terra per presentare la performance “Dall’Inferno all’Infinito”, l’attrice e regista di teatro, ospite del festival “Miti contemporanei”, al teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria.

I testi degli autori contenuti nella pièce sembrerebbero in apparenza inconciliabili…

«Si ritrovano per assonanza artistica ed emotiva, non come li studieremmo a scuola. Però trattano lo stesso tema, da epoche diverse raccontano la stessa crisi, lo stesso dolore, la stessa mancanza».

Dall’Inferno all’infinito è un po’ una catarsi…

«Potrebbe essere una sorta di estasi invece che fuori dentro noi stessi, quindi “instasi”. Davvero non siamo abituati ad immaginare la profondità come un’immersione in quello che Platone chiama “l’antico nostro essere”. La zona situata tra il cuore e la mente, che invece è anima, un luogo dove le persone in qualche modo sentono e parlano la stessa lingua e si capiscono senza ragionamento, col sentimento».

Nel suo libro “La forza del cuore”, il messaggio può essere che guardare gli altri e vedere in essi un pezzo di noi può farci sentire meno soli?

«Assolutamente. Infatti cito il racconto dopo le torri gemelle, che fa il paio con il mio mestiere di interprete. Attraverso la sintonia, il perdersi dentro la storia, negli occhi di un’altra persona noi capiamo di far parte di uno stesso unico universo che è quello dell’essere umano. Si abbattono tutte le barriere, linguistiche, di razza, di colore e di epoca, Dante diventa un mio simile che mi sta parlando ora. Sento una grande compagnia anche quando il pubblico si lascia trasportare da storie a teatro o al cinema o anche una canzone, si sente meno solo perché condivide il sentimento che ha generato quell’opera».

Lei ha proferito parole molto belle nei confronti delle donne dopo l’esperienza vissuta col suo tumore. Colpisce che lei abbia detto che in ogni personaggio interpretato ha trovato anche un alleato.

«Nel senso gli inciampi, le cadute che fanno parte della nostra vita fisiche, psicologiche o di avverso destino sono condivise se tu hai guardato nelle vite degli altri e ti sei intenerito agli inciampi alle cadute degli altri sei meno solo perché fa parte dell’esperienza del cammino dell’essere umano. Primo fra tutti Cristo ha indicato il sacrificio di se stesso, come Giovanni Paolo II mostrando la fatica della sua malattia ed il suo andare verso la morte ci ha reso la morte più vicina».

Che momento attraversa il teatro italiano?

«C’è una grande sofferenza come c’è grande sofferenza economica in tutta Italia. Lo spettacolo dal vivo parla di noi stessi, racconta l’essere umano, la forma di spettacolo più costosa, noi andiamo in giro, ci spostiamo, costi che vanno coperti e non si può fare con meno soldi di quelli di adesso».

Gabriella Lax

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