Archivio | febbraio 2016

Periscope feat Deidda al “Play Music Festival”

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REGGIO CALABRIA – Contaminazioni originali, a tratti reinventate. Brani di jazz moderno dai songbooks di Bill Evans, Billy Strayhorn, Charlie Mingus, Kenny Wheeler, i cui temi risuonano grazie ai canoni di piano, basso, tromba, batteria e chitarra. Il risultato è un effetto di grande suggestione. Il concerto dei Periscope, feat Dario Deidda, ha aperto sabato alle Officine Miramare il “Play music festival”, sottotitolo “Una valigia di suoni”, concerti, mostre e dibattiti per raccontare grazie all’arte la magia degli incroci tra persone e culture differenti. La manifestazione, organizzata dall’associazione Soledad, sotto la direzione artistica di Alessio Laganà, è arrivata alla quinta edizione.

La serata culturale è iniziata, nel tardo pomeriggio, con la mostra allestita da Techné Contemporary Art che interagisce coi temi del festival nella performance “Pre-Posizioni”, nata per riflettere sui movimenti e le espressioni di chi è in viaggio. A seguire, nella Buvette delle Officine, spazio all’ascolto dei suoni e delle storie che raccontano i grammofoni antichi di Giuseppe Nicolò, appassionato di musica e restauro che ha condiviso aneddoti su 50 anni di storia musicale. Alle 21.30 il jazz contemporaneo dei Perishope, il sassofonista Orazio Maugeri, Toti Cannistraro al pianoforte, il trombettista Alessandro Presti, Gaetano Presti alla batteria insieme a Dario Deidda, bassista tra i più apprezzati a livello internazionale, premiato come miglior bassista italiano nel 2010, vanta collaborazioni con artisti prestigiosi quali Paolo Fresu, Rita Marcotulli, Vinnie Colaiuta, Michel Petrucciani. Il gruppo affonda le radici all’interno della Scuola internazionale di specializzazione jazz “Palermojazz”, e riunisce alcuni docenti della scuola; fortemente ispirata dallo stesso direttore musicale Cannistraro. Un sound elegante il suo che si fonde con maestria all’estro artistico ed all’improvvisazione degli altri musicisti di alta levatura per un’ora e mezza di musica da gustare.

Standard moderni eseguiti con insolita maestria. Ed il pubblico delle Officine Miramare gradisce, anche i passaggi per “palati musicali” più raffinati con brani di George Gershwin, Duke Ellington e Cole Porter. “Veniamo da Palermo – afferma Cannistraro, navigato leader -siamo contenti ed è un piacere suonare per voi. Si tratta di brani sui quali ci cimentiamo da parecchi anni”. Una scena condivisa con Deidda che si cimenta in strategici assolo applauditi dal pubblico entusiasta per “Sweet dulcine” di Kenny Wheeler, “Nobody else but me”, un classico di Jerome Kern e ancora “Turn out the stars”, musiche di Bill Evans.

Gabriella Lax

fonte http://www.ilmetropolitano.it

Monica Guerritore dall’Inferno all’Infinito

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«Stavo a pigiare l’uva coi piedi per fare il mosto con mio fratello, ma solo per poco tempo perché ai bambini le esalazioni potevano fare male». Monica Guerritore ha le radici che affondano nella Calabria, madre e nonno di Palmi, città di cui ricorda «la Tonnara, lo scoglio dell’ulivo, la villa comunale». Nella  sua terra per presentare la performance “Dall’Inferno all’Infinito”, l’attrice e regista di teatro, ospite del festival “Miti contemporanei”, al teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria.

I testi degli autori contenuti nella pièce sembrerebbero in apparenza inconciliabili…

«Si ritrovano per assonanza artistica ed emotiva, non come li studieremmo a scuola. Però trattano lo stesso tema, da epoche diverse raccontano la stessa crisi, lo stesso dolore, la stessa mancanza».

Dall’Inferno all’infinito è un po’ una catarsi…

«Potrebbe essere una sorta di estasi invece che fuori dentro noi stessi, quindi “instasi”. Davvero non siamo abituati ad immaginare la profondità come un’immersione in quello che Platone chiama “l’antico nostro essere”. La zona situata tra il cuore e la mente, che invece è anima, un luogo dove le persone in qualche modo sentono e parlano la stessa lingua e si capiscono senza ragionamento, col sentimento».

Nel suo libro “La forza del cuore”, il messaggio può essere che guardare gli altri e vedere in essi un pezzo di noi può farci sentire meno soli?

«Assolutamente. Infatti cito il racconto dopo le torri gemelle, che fa il paio con il mio mestiere di interprete. Attraverso la sintonia, il perdersi dentro la storia, negli occhi di un’altra persona noi capiamo di far parte di uno stesso unico universo che è quello dell’essere umano. Si abbattono tutte le barriere, linguistiche, di razza, di colore e di epoca, Dante diventa un mio simile che mi sta parlando ora. Sento una grande compagnia anche quando il pubblico si lascia trasportare da storie a teatro o al cinema o anche una canzone, si sente meno solo perché condivide il sentimento che ha generato quell’opera».

Lei ha proferito parole molto belle nei confronti delle donne dopo l’esperienza vissuta col suo tumore. Colpisce che lei abbia detto che in ogni personaggio interpretato ha trovato anche un alleato.

«Nel senso gli inciampi, le cadute che fanno parte della nostra vita fisiche, psicologiche o di avverso destino sono condivise se tu hai guardato nelle vite degli altri e ti sei intenerito agli inciampi alle cadute degli altri sei meno solo perché fa parte dell’esperienza del cammino dell’essere umano. Primo fra tutti Cristo ha indicato il sacrificio di se stesso, come Giovanni Paolo II mostrando la fatica della sua malattia ed il suo andare verso la morte ci ha reso la morte più vicina».

Che momento attraversa il teatro italiano?

«C’è una grande sofferenza come c’è grande sofferenza economica in tutta Italia. Lo spettacolo dal vivo parla di noi stessi, racconta l’essere umano, la forma di spettacolo più costosa, noi andiamo in giro, ci spostiamo, costi che vanno coperti e non si può fare con meno soldi di quelli di adesso».

Gabriella Lax

Spazio Teatro “Un altro metro ancora”

Paura e coraggio, mischiati insieme come il bianco ed il rosso dell’uovo. Fedele a questo input, una volta incarnatolo, prende strada la vita di Tano “il disertore”. In scena a “Spazio teatro” a Reggio Calabria, per due giorni di fila, “Un altro metro ancora. Ballate sul bordo della vita” della scrittrice reggina Katia Colica, diretto ed interpretato da Gaetano Tramontana. Foglie e terra, odore presente di bosco nella saletta di via San Paolo, dove la compagnia ha allestito la prima dello spettacolo contenuto nella stagione “La casa dei racconti”.

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Lo scenario è la Seconda Guerra mondiale, scempi e carneficine, i sacrificati sono le persone comuni. Un “inferno organizzato” quello fatto di fame e di paura, di morire da un istante all’altro, scoperti dai nemici e polverizzati da una bomba. In questo marasma di disperazione si muove il “millepiedi umano fatto di sfollati” che Tano dovrà portare alla salvezza, passo, dosato dopo passo, superando un campo minato, nella più assolta mancanza di considerazione e di interventi dei salvifici alleati americani. Era nell’esercito fascista Tano che un giorno, guardando i visi smarriti, attoniti, straniti dei commilitoni non si riconosce in essi e decide di darsi alla fuga, convinto che quel mondo non gli sia mai appartenuto. Ed a casa dell’anziana Mina che trova rifugio e riparo, dalle tempeste di bombe e dalle intemperie del cuore. Lei che ha perso un figlio ragazzino e percorre l’esistenza con l’indifferenza al dolore e l’apertura ed affetto ritrovato verso Tano che tanto le ricorda il suo lutto. Serviranno ancora buone dosi di paura e coraggio a Tano per decidere di lasciare il rifugio e tornare a nascondersi nella cantina della casa della madre, ritrovata con gioia. Un’emozione che dura poco. Un attacco dei nemici distrugge la casa, uccide la madre e Tano si ritrova senza una meta, senza uno scopo, disertore senza speranza, affatto desideroso di unirsi ai partigiani. Provvidenziale l’incontro con Turi, alla guida di una carovana umana, per rientrare a Reggio “Che è bella perchè c’è il mare”. Finito il racconto torna al presente la scena. Il sasso lanciato sul “campanaro” disegnato col gessetto sul terreno scandisce il suono del tempo che incombe, un passo dopo l’altro, la ricerca della salvezza, ad ogni metro, sempre più vicina. Con la responsabilità della carovana umana sul groppone e la lucidità negli occhi che non è solo paura, ma grande onnipotente coraggio. Impeccabile Gaetano Tramontana, tiene incollato lo spettatore, per quasi un’ora e mezza, in un monologo che entra a sollecitare emozioni viscerali.

Anche per il quarto appuntamento della “Casa dei racconti”, in contemporanea con gli spettacoli della rassegna, torna “Linee d’Entrata – esposizioni fotografiche in parallelo”, che accompagna ogni spettacolo il progetto di fotografi. Da venerdì 19 febbraio alle 18 la presentazione dell’esposizione “I mostri al di là del mare”: dai suoi tanti viaggi in Africa, Simonetta Neri offre una selezione di ritratti, di sguardi…. al di là del mare.

Gabriella Lax