Marco Taranto, fino all’ultima sfilata!

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Sfida dopo sfida, Marco Taranto sta mostrando di che stoffa è fatto a “Project Runway”, prima edizione italiana. Io faccio il tifo per lui. Non solo perché è calabrese (di Acri, provincia di Cosenza) ma perché, dal primo istante in cui ho visto il reality (che cerca il prossimo promettente stilista italiano), le sue creazioni, sognate e “costruite”, mi hanno ricordato Alexander Mcqueen. E forse perché Marco mi ricorda un po’ me. Anche lui è cresciuto coi nonni, Rosa e Salvatore. Nonna Rosa era la sarta del paese e proprio grazie a lei Marco inizia ad appassionarsi di moda: spesso la spiava da dietro la porta mentre lavorava. La moda per Marco Taranto è l’unico modo per tirare fuori tutto ciò che ha dentro e per sentirsi vivo.

Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Quando parlo di me mi esprimo sempre in terza persona, raccontando quello che potrebbe essere una visione mia esterna. Dunque Marco è una di quelle persone a cui piace tanto confrontarsi lavorativamente che, nonostante abbia la paura e la timidezza di esprimersi verbalmente, applica quella comunicazione di gesti, soprattutto espressioni facciali, per esprimersi. Ho 25 anni, e se minimamente mi guardo indietro riconosco che sono cambiato molto nell’ultimo anno. Forse per la consapevolezza che inizio a prendere di me stesso? O per la voglia di aprirmi al mondo. Sono sicuro di una cosa: che anche per me la ruota ha girato.

Cosa è successo nell’ultimo anno?

Ero molto riservato sulle mie cose, pensavo solo allo studio e al lavoro, ero proiettato a vivere a 360 gradi, a leggere tantissimo, a fare continui stage che non mi portavano da nessuna parte, a sbuffare internamente quando la gente non mi capiva e a dimostrare agli altri di essere capace. Ma quello che avevo dimenticato era di vivere anche me stesso, col mio lato più ludico. La mia vita finora è stata possibile solo grazie al sostegno di mia nonna, che mi ha fatto crescere. Una famiglia formata da padre e madre non l’ ho mai avuta, sono stati i miei nonni i pilastri che mi hanno retto. Mia nonna è mia madre, e devo dire grazie al grande sostegno di mia zia, che non ha mai smesso di credere in me. A 19 anni ho seguito la scelta che mia madre (con cui non ho un rapporto), iscrivermi a giurisprudenza. Dopo il primo semestre mi ritirai perchè era uno di quei percorsi dove “il secondo me” non poteva essere espresso. Ritornai in Calabria e spiegai a mia nonna che, non avendo mai seguito il volere di mia madre, perchè avrei dovuto farlo, considerato che lei nemmeno mi conosceva. Cercai un’ accademia economica a Cosenza, e da lì inizia il mio percorso. Ovviamente non mi accontentai solo di fare moda, ma avevo la brama di conoscere tanto, e mi scrissi anche all’università corso di Comunicazione e Dams. Un giorno decisi di partecipare a un concorso cosentino, vinsi il primo premio e, dato che nel premio era incluso uno stage a Roma, partii lasciando un territorio che mi aveva dato tanto, ma che era diventato molto stretto, perchè non potevo vivere liberamente la mia omosessualità. Arrivato a ROma, non contento di quello che avevo fatto, dopo lo stage, mi riscrissi in un’ accademia di altamoda Koefia, e dopo il diploma ho avuto la fortuna di rimanere a fare un tirocinio lì per un anno. MA quella fortuna ben presto si rivelò un destabilizzamento personale. Più passavano i giorni e più capivo che prendere il ruolo di assistente alla confezione era ciò che mi rendeva felice, mi piaceva tantissimo rapportarsi con gli allievi. Con loro avevo stabilito un rapporto di crescita. Ma per chi dirigeva, non c’ era tanta stima, ed io questo lo sentivo giorno dopo giorno, e lì iniziavo a perdere fiducia in me stesso, il non essere considerato, l’ essere di troppo, di fastidio. Ma quel fastidio, non era perchè fossi incapace, ma perchè purtroppo alcuni datori di lavoro non vedono in te cosa davvero sai fare, ma vanno a simpatia, soprattutto quando fai lo zerbino sei perfetto, ma nel momento in cui esprimi del tuo, subito vieni iscritto nel libro nero. Ma mia zia mi disse di provare i provini di project. e lo feci. »

Quando hai deciso che avresti partecipato a Project Runway Italia?

E’ stato grazie a mia zia. Mi iscrissi l’ultimo giorno. Era una scommessa con lei! Lei mi diceva che ce l”avrei fatta, io sostenevo di no. Ahimè questa scommessa l’ ha vinta e devo anche pagarla!

Ci sono degli stilisti che hanno influenzato il tuo modo di creare?

Certo. Gareth Pugh è il mio idolo, e aspetto con ansia ogni fashion week per vedere le sue creazioni. E’ l’unico che guardo con interesse, affianco a Mcqueen. Credo che la moda debba essere nuova e sperimentale. Odio profondamente chi ripropone le stesse cose con tessuti diversi.

Da dove parte una tua creazione?

…Da un sentimento, da un’atmosfera che mi circonda e dal mio sentirmi in essa. Le mie creazioni sono stati d’ animo del momento, una sfida con me stesso: “vediamo oggi che sai fare, e che persona vorresti diventare” mi dico. I miei abiti sono come personaggi che velano il mio ego e, allo stesso tempo, cercano di migliorare. I miei bozzetti sono come delle creature, sono dei tipi pasoliniani che vogliono uscire allo scoperto per sfidarmi e prendere vita. E’ un gioco per me, ma sono proprio loro che mi sfidano, portandomi a confrontarmi con gli altri stilisti, sono loro che combattono difendendo la mia personalità, altrimenti non sarei in grado.

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Se scrivo “Gianni Versace” cosa ti viene in mente?

Mi torna in mente la sua frase: “ Il mio desiderio è quello di dare scelta alle donne per far sì che esca la loro individualità, per provare a realizzare ciò che vogliono. E io penso che le donne vogliano sentirsi belle”. L’ho affissa alla parete per ricordarlo ogni tanto. Più la guardavo e più capivo che c’era qualcosa che non andava, ed era proprio quel “bella”… Penso che la donna di oggi, oltre al tanto acclamato “cool”, voglia sentirsi libera, voglia sperimentare se stessa e il suo ruolo. E secondo me il tailleur inizia a stare stretto, perché bisogna emanciparsi, bisogna scoprire altre vie di espressione.

Quanta Calabria c’è (se c’è) nelle tue creazioni?

C’è tutto. Perché noi calabresi siamo curiosi, leali, e sempre in confronto positivo con gli altri.

Il momento più difficile della trasmissione finora?

Sicuramente il commento dei giurati. Il “prendi e porta a casa” ogni giudizio che viene dato. Ad ogni puntata ho una paura terribile di uscire. Qui è come se fosse l’ unica realtà da vivere, perché è come una grande famiglia che si è creata, l’ unica realtà possibile che esprime il mio sogno. I commenti forti o negativi che sia, mi onorano, mai nella vita ti capita un commento di Tomaso Trussardi o di Alberta Ferretti o di Eva Erzigova alle tue creazioni. Che dire… grazie a loro, e ai loro commenti, sto crescendo ad una velocità assurda, mi stanno analizzando a 360 gradi. La trasmissione è molto professionale. Prima di partire per questa avventura avevo sempre in mente che la tivù fosse tutto un inganno. Ma non è vero. Ho compreso che anche la televisione può contribuire alla tua crescita ed aprirti le porte su realtà che non avresti mai immaginato di esplorare, e poi mi sta aiutando a farmi uscire fuori caratterialmente.

Come ti descriveresti da stilista in tre parole?

Complesso, giocarellone, ignorante. Sono ancora all’inizio. Non sono come alcuni colleghi della mia età che si sentono già arrivati o si sentono di camminare sulle nuvole. Credo davvero di cuore, che camminare con i piedi per terra è più bello perché osservi così tanta gente che vola, che ti fermi un attimo e pensi: “Ma la gente sa di essere mortale? E, soprattutto, sa che tutti siamo nessuno?” E quindi ogni volta mi faccio una bella risata, lo sai perché? Perché ahimè tutte queste persone lavorano, e guadagnano, mentre io no. Perché alcune volte bisogna saper vendere se stesso con le parole, e in questo sono bravi… Io mi vendo con quello che so fare e mi accontento di ciò.

Hai trovato degli amici tra i concorrenti?

E pure tanti… Io stravedo per il mio zio Salvo, una di quelle persone con cui ho stretto da subito. Già dal primo giorno, seduti sulla terrazza, ci siamo detti che avremmo avuto bisogno di persone di fiducia, e lo siamo diventati. Io e zio Salvo abbiamo creato un rapporto bellissimo, era ed è il mio reale sostenitore, è il mio confessionale, è davvero tutto. E’ la persona più splendida che abbia mai conosciuto, Poi c’ è Elena un’ altra persona che stimo da morire, e con cui abbiano un rapporto di profondo amore. Poi con Deborah che definisco “mia moglie”, una persona dolcissima, che merita tantissimo e che spero con il cuore che diventi una stilista. Donas era fantastica e super professional, Rocco è la persona con cui gioco spesso, Giorgia che ammiro tantissimo ed è proprio “in”; Ely che è la persona più rassicurante di questo mondo, Jacopo è carinissimo caratterialmente e buono. E poi Milan che è un bambinone tenerone…

Quali qualità servono per arrivare alla fine del talent show?

«Ahahahahahha non lo so… Sicuramente la professionalità, l’ umiltà e il saper creare. E ma questo non lo so, siamo all’inizio, il percorso è ancora lungo, e di settimana in settimana è sempre più difficile.

Gabriella Lax

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