Archivio | aprile 2014

Torna il teatro -canzone di Scena Verticale

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Bianco come il telone in cui corrono, in parte, le ombre delle storie. Nero come gli abiti dei due protagonisti. Raccontare, suscitando un sorriso (amaro, a tratti), le vicende, spesso misere, dell’umanità non necessita di grandi accorgimenti o di scenografie memorabili. Lo sanno bene Dario De Luca e Paolo Chiaia, della compagnia Scena Verticale che portano sul palco “Va pensiero che io ancora ti copro le spalle”, progetto musicale di Giuseppe Vincenzi. La pièce (in scena giovedì e venerdì) chiude la buona stagione del sodalizio reggino “Spazio Teatro” del direttore artistico Gaetano Tramontana, nel laboratorio teatrale universitario della “Mediterranea” di Reggio Calabria. Lo spettacolo è un atto unico in sette quadri e canzoni, costumi, oggetti di scena e assistenza Rita Zangari, luci e suono Gennaro Dolce, organizzazione Settimio Pisano, regia Dario De Luca.

E va in scena nuovamente l’armonia musicale accompagnata alla plasticità testuale del teatro-canzone: perché attraverso motivetti, semplici, ma solo all’apparenza, si possono toccare grandi temi sociali e d’attualità. C’è Dario De Luca, da un lato, con la disperazione comica delle vicende narrate dal protagonista del monologo che comincia col «karma dell’inoccupazione nell’italica farsa», per terminare, dopo aver toccato la trama del rapporto di coppia, la solitudine, con l’incertezza sulla vita politica nel nostro Paese, evanescente. E la contro parte alla tastiera, picchietta sulle note, suoni onomatopeici, a volte, oppure fa da spalla al compagno tessendo ilari canzonette.

Agli occhi delle rappresentazioni teatrali gli spunti che regala la modernità sono innumerevoli. Lo spettacolo, scritto da Vincenzi qualche anno fa, è stato rivisitato ed attualizzato ma porta con sé l’eco di vicende reali (Gheddafi accampato in tenda a Roma in un parco col divieto di campeggio, era il 2009 nds). L’inoccupato che diventa “tronista”, la fidanzata gelosa che fa “pressing”, il colloquio di lavoro valutato “a punti”, l’alienazione della tecnologia, tra social network (la comunicazione su Facebook e WathsApp) e immaginarie vite virtuali, false bugie che raccontiamo, per primi, a noi stessi.

Man mano che i monologhi incalzano, lo spettatore si arrende al divertimento, fatto di battute, verosimili, di gesti che ricordano le nostre vicissitudini quotidiane. Tra una risata e un pensiero viene a galla la morale, come sempre accade nelle storie raccontate da Scena Verticale. Un sapore amaro si fa strada lentamente ma proporzionalmente fino alla conclusione che ricorda la drammaticità dei tanti casi di suicidio, la solitudine che incalza, la situazione politica di una Sinistra italiana camaleontica e difficile da comprendere. Dunque silente la disperazione affiora dopo tante risate.

«Lo spettacolo – chiarisce De Luca – è la seconda parte della trilogia iniziata con “Morir sì giovane e in andropausa”, in cui raccontavamo degli eterni quarantenni, considerati perennemente ragazzi. Nel frattempo ci accingiamo a scrivere l’ultima parte di questa trilogia». La pièce, tra qualche settimana approderà alla “Primavera del teatro”. Con lo spettacolo di “Scena Verticale”, posticipato rispetto alle previsioni di cartellone, “Spazio teatro” saluta gli spettatori e, come promette Gaetano Tramontana, da appuntamento alla sala “casa” di via San Paolo, alla prossima stagione, in fieri.

Gabriella Lax

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Gennaro Calabrese… torna a scuola!

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Un ritorno sui banchi, con allegria e leggerezza da dieci e lode per Gennaro Calabrese. Il comico, attore ed imitatore solca i palchi dei teatri italiani col nuovo spettacolo che ha debuttato a Roma, al teatro Anfitrione, il 9 aprile, per poi spostarsi nella sua città d’origine Reggio Calabria, prima del tour ce lo porterà in giro per il Paese, da Torino e Milano fino a Bari e Palermo. “Torno a scuola” è il titolo della pièce scritta e diretta da Calabrese e dal fedele Gianluca Irti, comico e autore romano «che conosco da anni, col quale avevo già collaborato» spiega Calabrese.

E’ una riflessione di Nelson Mandela l’idea di partenza dello show: “L’educazione è l’arma migliore che può cambiare il mondo”. Attualmente però, l’educazione, come la scuola, sono declassate dalle scelte politiche. «Il Governo opera i tagli all’istruzione nonostante l’alto tasso di descolarizzazione – spiega Calabrese- ma è pronto a spendere milioni per le auto blu, gli aerei militari F35, le pensioni d’oro». Da questi pensieri prende corpo la trama dello show. Il preside della “Scuola elementare Watson” lancia un sos all’imitatore Calabrese affinchè gli venga in aiuto nel giorno di presentazione dell’istituto ai genitori, prima delle iscrizioni poiché, dopo i tagli agli insegnati, tra i corridoi è rimasta solo la bidella. A Valentina Paoletti, attrice romana (che ha già lavorato con Massimo Bagnato, Lillo & Greg, Enzo Salvi) il simpatico ruolo della bidella Lina Battiferro che introduce i personaggi di Calabrese. Gli sketch comici sono intervallati dalle coreografie di Valeria Palmacci, in scena con la ballerina Licia Cricchi, per “Abc”, “The wall” ed altra canzoni a tema esclusivamente scolastico.

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E naturalmente lui, Calabrese, camaleontico, interprete trasformatore e mimo, capace, come sempre, di cogliere gli aspetti caratterizzanti dei personaggi. Ne sceglie solo alcuni Calabrese, del variegato carnet che oggi offrono politica ed attualità, forte dell’esperienza maturata negli anni di lavoro su Sky per “Gli Sgommati”, di cui lo stesso ricorda: «Un lavoro che mi ha fatto crescere moltissimo. Era una grande produzione televisiva, con artisti di grande caratura. Non facevo l’ospite occasionale ma ero l’interprete principale, quello che faceva più personaggi. Mi ha insegnato i tempi sul campo, i tempi della recitazione e del doppiaggio. Agli autori non interessava se la voce nell’imitazione fosse perfetta, ma doveva essere a tempo e ben recitata». Nella scuola Watson interpreta i docenti Calabrese: Luca Girato, imperfetto professore d’italiano, capace di storpiare i termini in maniera improbabile; Adriano Celentano, divertente docente d’inglese; ed il cultore del “movimento”, Beppe Grillo, professore di educazione fisica; mentre chiude la prima parte dello show Papa Francesco, insegnante di religione che dovrà vedersela col papa “emerito” Benedetto XVI. Uno spaccato di “teatrino” dà la possibilità a Calabrese di riprendere i personaggi del mondo del calcio, completati dalla radio cronaca che va dalla guerra di Troia alle vicende del Dopo Guerra del professore Calabrese per storia e geografia. Si contendono il palco Piero Angela, docente di scienze e il sonnambulo Gigi Marzullo, fino all’atto finale. Pubblico soddisfatto per quasi due ore di risate a cuore aperto, che affondano però nella profonda riflessione di Mandela sul ruolo dell’educazione. Costumi di Francesca Esposito, luci e l’audio di Giuseppe Nicolosi, della Nicolosi Production e di Alen Palomba. Il tour nazionale è gestito da B&G Live di Roberto Galliani e Laura Bardini.

 

Gabriella Lax

 

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Fracassi, ordinarie storie di precariato

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Un tema d’attualità sociale come il precariato in “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. Si tratta di una drammaturgia tratta dal libro di Aldo Nove, per la regia di Renzo Martinelli. Sul palco, con l’attrice di teatro e cinema, Federica Fracassi, la fisarmonica di Guido Baldoni accompagnerà lo spettatore nelle storie vere di donne che lottano ogni giorno.

Come nasce la pièce e l’incontro con Aldo Nove?

E’ uno spettacolo con varie forme, che è cambiato rispetto alla prima versione del 2005. Ero stata chiamata da Fabrizio Arcudi a leggere dei testi di AldoNove. Successivamente mi ha cercata il maestro Fabio Vacchi, era un libretto con le storie di Nove, interpretavo un melologo, con un ensemble di musicisti. Poi ho fatto un lavoro con le bande di paese, fino ad arrivare alla versione con la fisarmonica.

L’importanza di trattare attualissime tematiche sociali, come il precariato?

Con chiarezza ci siamo resi conto come il teatro non sia salvifico nel risolvere i problemi sciali. Tra l’altro questo spettacolo è molto lontano dagli standard di Martinelli per scelte formali e poetiche. Tuttavia in questo caso è stato fondamentale avere l’approccio, che non ci permette di salvare lo spettatore ma di avere con lui un dialogo, ci permette di farlo sentire meno solo magari su temi in cui prima ci si sentiva isolati.

Il teatro può cambiare il mondo, o meglio, può contribuire a cambiare il mondo?

Il teatro (quando non si parla di intrattenimento puro che però ha sempre una sua dignità) può aiutare a riflettere. Pone delle domande. Son più contenta se lo spettatore esce con delle domande, noi non diamo delle risposte ma facciamo pensare. Come nella polis greca gli esseri umani si confrontano, nel più puro spirito della condivisione.

Recitare a teatro e recitare per un film. Che differente percepisce un attore?

Si tratta di un tipo di concentrazione e di energia differente. In teatro c’è una presenza immediata. Si può partire non benissimo (sempre meglio partire bene) e poi riprendere in mano la situazione nel movimento temporale, si può raddrizzare la recitazione. Nel cinema c’è il montaggio, la possibilità di ripetere la scena, ma maggior attenzione alla mimica facciale per i primi piani ad esempio. In ogni caso attività differenti ma necessarie per la crescita di un attore.

Salvatores, Virzì e Bellocchio. Come si è trovata a lavorare con questi registi di stampo molto differente?

Le mie esperienze non sono state tante, ho avuto piccoli ruoli, ma comunque sono state tutte molto belle, le considero dei regali. Mi incuriosisce molto lavorare su tutti e due i fronti: teatro e cinema. Bellocchio è il maestro a cui sono più legata. Questa estate abbiamo girato insieme anche un corto, mi piacciono le sue scelte, il suo modo di gestire la troupe e gli attori. Virzì è un regista che non si accontenta, ama le sceneggiature in movimento. Tutti loro mi hanno dato qualcosa.

Gabriella Lax

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Marco Taranto, fino all’ultima sfilata!

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Sfida dopo sfida, Marco Taranto sta mostrando di che stoffa è fatto a “Project Runway”, prima edizione italiana. Io faccio il tifo per lui. Non solo perché è calabrese (di Acri, provincia di Cosenza) ma perché, dal primo istante in cui ho visto il reality (che cerca il prossimo promettente stilista italiano), le sue creazioni, sognate e “costruite”, mi hanno ricordato Alexander Mcqueen. E forse perché Marco mi ricorda un po’ me. Anche lui è cresciuto coi nonni, Rosa e Salvatore. Nonna Rosa era la sarta del paese e proprio grazie a lei Marco inizia ad appassionarsi di moda: spesso la spiava da dietro la porta mentre lavorava. La moda per Marco Taranto è l’unico modo per tirare fuori tutto ciò che ha dentro e per sentirsi vivo.

Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Quando parlo di me mi esprimo sempre in terza persona, raccontando quello che potrebbe essere una visione mia esterna. Dunque Marco è una di quelle persone a cui piace tanto confrontarsi lavorativamente che, nonostante abbia la paura e la timidezza di esprimersi verbalmente, applica quella comunicazione di gesti, soprattutto espressioni facciali, per esprimersi. Ho 25 anni, e se minimamente mi guardo indietro riconosco che sono cambiato molto nell’ultimo anno. Forse per la consapevolezza che inizio a prendere di me stesso? O per la voglia di aprirmi al mondo. Sono sicuro di una cosa: che anche per me la ruota ha girato.

Cosa è successo nell’ultimo anno?

Ero molto riservato sulle mie cose, pensavo solo allo studio e al lavoro, ero proiettato a vivere a 360 gradi, a leggere tantissimo, a fare continui stage che non mi portavano da nessuna parte, a sbuffare internamente quando la gente non mi capiva e a dimostrare agli altri di essere capace. Ma quello che avevo dimenticato era di vivere anche me stesso, col mio lato più ludico. La mia vita finora è stata possibile solo grazie al sostegno di mia nonna, che mi ha fatto crescere. Una famiglia formata da padre e madre non l’ ho mai avuta, sono stati i miei nonni i pilastri che mi hanno retto. Mia nonna è mia madre, e devo dire grazie al grande sostegno di mia zia, che non ha mai smesso di credere in me. A 19 anni ho seguito la scelta che mia madre (con cui non ho un rapporto), iscrivermi a giurisprudenza. Dopo il primo semestre mi ritirai perchè era uno di quei percorsi dove “il secondo me” non poteva essere espresso. Ritornai in Calabria e spiegai a mia nonna che, non avendo mai seguito il volere di mia madre, perchè avrei dovuto farlo, considerato che lei nemmeno mi conosceva. Cercai un’ accademia economica a Cosenza, e da lì inizia il mio percorso. Ovviamente non mi accontentai solo di fare moda, ma avevo la brama di conoscere tanto, e mi scrissi anche all’università corso di Comunicazione e Dams. Un giorno decisi di partecipare a un concorso cosentino, vinsi il primo premio e, dato che nel premio era incluso uno stage a Roma, partii lasciando un territorio che mi aveva dato tanto, ma che era diventato molto stretto, perchè non potevo vivere liberamente la mia omosessualità. Arrivato a ROma, non contento di quello che avevo fatto, dopo lo stage, mi riscrissi in un’ accademia di altamoda Koefia, e dopo il diploma ho avuto la fortuna di rimanere a fare un tirocinio lì per un anno. MA quella fortuna ben presto si rivelò un destabilizzamento personale. Più passavano i giorni e più capivo che prendere il ruolo di assistente alla confezione era ciò che mi rendeva felice, mi piaceva tantissimo rapportarsi con gli allievi. Con loro avevo stabilito un rapporto di crescita. Ma per chi dirigeva, non c’ era tanta stima, ed io questo lo sentivo giorno dopo giorno, e lì iniziavo a perdere fiducia in me stesso, il non essere considerato, l’ essere di troppo, di fastidio. Ma quel fastidio, non era perchè fossi incapace, ma perchè purtroppo alcuni datori di lavoro non vedono in te cosa davvero sai fare, ma vanno a simpatia, soprattutto quando fai lo zerbino sei perfetto, ma nel momento in cui esprimi del tuo, subito vieni iscritto nel libro nero. Ma mia zia mi disse di provare i provini di project. e lo feci. »

Quando hai deciso che avresti partecipato a Project Runway Italia?

E’ stato grazie a mia zia. Mi iscrissi l’ultimo giorno. Era una scommessa con lei! Lei mi diceva che ce l”avrei fatta, io sostenevo di no. Ahimè questa scommessa l’ ha vinta e devo anche pagarla!

Ci sono degli stilisti che hanno influenzato il tuo modo di creare?

Certo. Gareth Pugh è il mio idolo, e aspetto con ansia ogni fashion week per vedere le sue creazioni. E’ l’unico che guardo con interesse, affianco a Mcqueen. Credo che la moda debba essere nuova e sperimentale. Odio profondamente chi ripropone le stesse cose con tessuti diversi.

Da dove parte una tua creazione?

…Da un sentimento, da un’atmosfera che mi circonda e dal mio sentirmi in essa. Le mie creazioni sono stati d’ animo del momento, una sfida con me stesso: “vediamo oggi che sai fare, e che persona vorresti diventare” mi dico. I miei abiti sono come personaggi che velano il mio ego e, allo stesso tempo, cercano di migliorare. I miei bozzetti sono come delle creature, sono dei tipi pasoliniani che vogliono uscire allo scoperto per sfidarmi e prendere vita. E’ un gioco per me, ma sono proprio loro che mi sfidano, portandomi a confrontarmi con gli altri stilisti, sono loro che combattono difendendo la mia personalità, altrimenti non sarei in grado.

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Se scrivo “Gianni Versace” cosa ti viene in mente?

Mi torna in mente la sua frase: “ Il mio desiderio è quello di dare scelta alle donne per far sì che esca la loro individualità, per provare a realizzare ciò che vogliono. E io penso che le donne vogliano sentirsi belle”. L’ho affissa alla parete per ricordarlo ogni tanto. Più la guardavo e più capivo che c’era qualcosa che non andava, ed era proprio quel “bella”… Penso che la donna di oggi, oltre al tanto acclamato “cool”, voglia sentirsi libera, voglia sperimentare se stessa e il suo ruolo. E secondo me il tailleur inizia a stare stretto, perché bisogna emanciparsi, bisogna scoprire altre vie di espressione.

Quanta Calabria c’è (se c’è) nelle tue creazioni?

C’è tutto. Perché noi calabresi siamo curiosi, leali, e sempre in confronto positivo con gli altri.

Il momento più difficile della trasmissione finora?

Sicuramente il commento dei giurati. Il “prendi e porta a casa” ogni giudizio che viene dato. Ad ogni puntata ho una paura terribile di uscire. Qui è come se fosse l’ unica realtà da vivere, perché è come una grande famiglia che si è creata, l’ unica realtà possibile che esprime il mio sogno. I commenti forti o negativi che sia, mi onorano, mai nella vita ti capita un commento di Tomaso Trussardi o di Alberta Ferretti o di Eva Erzigova alle tue creazioni. Che dire… grazie a loro, e ai loro commenti, sto crescendo ad una velocità assurda, mi stanno analizzando a 360 gradi. La trasmissione è molto professionale. Prima di partire per questa avventura avevo sempre in mente che la tivù fosse tutto un inganno. Ma non è vero. Ho compreso che anche la televisione può contribuire alla tua crescita ed aprirti le porte su realtà che non avresti mai immaginato di esplorare, e poi mi sta aiutando a farmi uscire fuori caratterialmente.

Come ti descriveresti da stilista in tre parole?

Complesso, giocarellone, ignorante. Sono ancora all’inizio. Non sono come alcuni colleghi della mia età che si sentono già arrivati o si sentono di camminare sulle nuvole. Credo davvero di cuore, che camminare con i piedi per terra è più bello perché osservi così tanta gente che vola, che ti fermi un attimo e pensi: “Ma la gente sa di essere mortale? E, soprattutto, sa che tutti siamo nessuno?” E quindi ogni volta mi faccio una bella risata, lo sai perché? Perché ahimè tutte queste persone lavorano, e guadagnano, mentre io no. Perché alcune volte bisogna saper vendere se stesso con le parole, e in questo sono bravi… Io mi vendo con quello che so fare e mi accontento di ciò.

Hai trovato degli amici tra i concorrenti?

E pure tanti… Io stravedo per il mio zio Salvo, una di quelle persone con cui ho stretto da subito. Già dal primo giorno, seduti sulla terrazza, ci siamo detti che avremmo avuto bisogno di persone di fiducia, e lo siamo diventati. Io e zio Salvo abbiamo creato un rapporto bellissimo, era ed è il mio reale sostenitore, è il mio confessionale, è davvero tutto. E’ la persona più splendida che abbia mai conosciuto, Poi c’ è Elena un’ altra persona che stimo da morire, e con cui abbiano un rapporto di profondo amore. Poi con Deborah che definisco “mia moglie”, una persona dolcissima, che merita tantissimo e che spero con il cuore che diventi una stilista. Donas era fantastica e super professional, Rocco è la persona con cui gioco spesso, Giorgia che ammiro tantissimo ed è proprio “in”; Ely che è la persona più rassicurante di questo mondo, Jacopo è carinissimo caratterialmente e buono. E poi Milan che è un bambinone tenerone…

Quali qualità servono per arrivare alla fine del talent show?

«Ahahahahahha non lo so… Sicuramente la professionalità, l’ umiltà e il saper creare. E ma questo non lo so, siamo all’inizio, il percorso è ancora lungo, e di settimana in settimana è sempre più difficile.

Gabriella Lax

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Ferracane in scena con “Orapronobis”

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E’ stato impegnato in Calabria per mesi a girare il film “Anime Nere”. Torna sul “luogo del delitto” l’attore siciliano Fabrizio Ferracane che al teatro Siracusa di Reggio Calabria è il protagonista di “Orapronobis”. La pièce è scritta e diretta da Rino Marino, psichiatra, attore, regista, autore pluripremiato, che porta avanti da decenni un lavoro di ricerca sul rapporto tra teatro e patologia psichica. Protagonista del monologo, atto d’accusa con il potere indiscusso e totalitario della Chiesa, è Ferracane, volto noto del teatro e del cinema italiano, personaggio nella fiction “Il capo dei capi”, nei film “Malena” di Giuseppe Tornatore e “Anime nere”, il film tratto dal romanzo di Gioacchino Criaco che ha girato nel ruolo di protagonista, insieme a Peppino Mazzotta.

Che impressione le dato la Calabria?

Vengo volentieri in questo posto meraviglioso che ho imparato a conoscere grazie al film di Francesco Munzi. Trovo assurdo che lo Stato non promuova le bellezze sconvolgenti a livello naturalistico. Sono stato accolto dalle persone gioviali a Bova Superiore, uno dei ventuno borghi più belli d’Italia, ho girato ad Africo Vecchio, non potrò dimenticare le spiagge di Bianco. Come nel posto in cui sono nato, Castelvetrano, è un peccato che in posti stupendi ci siano ecomostri ed ancora più grave che lo Stato in questi posti non esista.

Come si è trovato nella storia proposta in “Anime nere”?

E’ una tragedia familiare, che ha sullo sfondo la malavita, una famiglia con una cancreca col marchio ‘ndranghetistico. Qualcuno nella famiglia sente la volontà di uscire fuori da questa situazione e da li si sviluppa la trama. Un racconto che parte dalla luce accecante dell’ambientazione in Messico che si spegne sempre più, man mano che la narrazione prosegue. Non c’è luce se non dando una sferzata totale come si vedrà nel film.

La condizione del teatro in Sicilia?

C’è fermento, c’è tanto teatro off, con tante compagnie giovani. Ma è difficile lavorare, soprattutto se non si hanno alle spalle grandi produttori o grande distribuzione. Capita solo a Riccardo Scamarcio, per dire il primo che mi viene in mente, di fare un tour con date piene in tutta Italia. Abbiamo il teatro di Vittoria che si muove bene, abbiamo Scimone e Frameli che stanno avendo successo. Ma il teatro oramai è divenuto quasi un lusso.

Tra recitare per il teatro e per le fiction cosa cambia?

L’elemento che fa la differenza è il sudore. Nel senso che in teatro si suda perchè si vive perfettamente quell’emozione, con tutti i canali percettivi amplificati, con tutti i sensi aperti: dagli occhi alla pancia. Nella fiction ciò avviene solo al primo ciak, alla fine ciò che conta è portare a casa la scena. Per il cinema è diverso, a seconda della volontà del regista che ha le sue idee, la similitudine col teatro è grande. L’occhio della macchina da presa guarda e scruta esattamente come fa chi sta seduto in teatro.

Il teatro è terapia?

Assolutamente sì e può esserlo per tutti perchè riesce a farti liberare dalle barriere della mente: il buio e la musica tirano fuori i mattoni che abbiamo e ci liberiamo scagliandoli in aria. Quando finisce lo spettacolo finalmente respiri. A me capita, all’inizio di pensare “Ma chi me l’ha fatto fare?”, ma poi, quando sei li sulla scena, passa tutto…

Gabriella Lax

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Il successo di Alice in “The Apprentice”

Alice Maffezzoli

Alice Maffezzoli

Puntalialità, determinazione, grande autostima. Bella presenza e femminilità mai ostentate. Queste le carte vincenti che hanno consentito alla trentenne mantovana Alice Maffezzoli di vincere la seconda edizione di “The Apprentice Italia” e che le consentiranno di lavorare a fianco di Flavio Briatore (il “Boss”) in una delle sue aziende, con un ruolo di rilievo e un importante stipendio a 6 cifre. Appassionata di matematica studia ingegneria elettrica e si sposta in Danimarca per gli studi di ingegneria meccanica.

Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Sono seria, determinata, precisa. Mi impegno a fondo per raggiungere gli obiettivi. Il mio percorso di studi è alla base del mio modo di affrontare i problemi e le situazioni. Ho sempre voglia di imparare. Sorrido più di quanto sembra.

Da dove nasce il desiderio di partecipare a The Apprentice?

L’idea di partecipare alla selezione è nata quasi per caso: un collega appassionato del programma ha mandato la candidatura e ho deciso di provarci anche io. Poi, la notizia: ero tra i 14. Ho accettato: chi non rischia non otterrà mai grandi risultati.

Tre parole per definire il boss?

Motivatore, esigente, concreto.

Qual è stato, durante le prove, il momento di maggiore difficoltà?

E’ difficile identificare un momento di maggiore difficoltà. Forse i momenti più difficili sono stati durante le ultime boardroom, quando eravamo sempre meno e la pressione era molta. Sono stata messa di fronte ai miei punti deboli e ho imparato a conoscermi di più.

C’è stato un attimo in cui hai pensato di poter vincere?

Dopo la quarta ho capito che potevo avere le carte in regola. Nella settima ho fatto chiarezza sui miei punti di forza e ho capito che potevano essere interessanti per il boss. Durante la finale, ho lavorato giorno e notte per affrontare la boardroom con la consapevolezza di aver fatto il possibile, almeno in termini di impegno, per centrare l’obiettivo.

C’è qualche altro concorrente col quale il rapporto prosegue?

Ho avuto un bel rapporto durante l’esperienza con la stragrande maggioranza di loro. Il rapporto prosegue più o meno con tutti, almeno saltuariamente. Direi che le persone con le quali i contatti sono molto frequenti sono Marco, Fabio e Anna, ma anche Anais, Simone, Serena e Ingrid. Siamo un bel gruppo e facciamo il possibile per sentirci e vederci spesso.

La tua arma vincente qual è stata?

La voglia di imparare e la consapevolezza di avere tutto da dimostrare. Non mi sento mai arrivata e allo stesso tempo ho un grande orgoglio, il mix di questi due aspetti mi porta a impegnarmi sempre a fondo per ottenere i risultati che voglio. La mia arma vincente è stata la capacità organizzativa, frutto probabilmente di un approccio mentale molto strutturato.

Com’è cambiata la tua vita dopo la vittoria a “The Apprentice”?

Per ora non è cambiata per nulla. Sto chiudendo le attività di mia competenza nel posto in cui lavoravo prima. Inoltre, sto ancora frequentando l’università nel fine settimana per ottenere il Master in Business Administration e proprio in questi giorni mi sto preparando per due esami che sosterrò nei prossimi giorni. Sicuramente però nelle prossime settimane la mia vita verrà stravolta.

Progetti per il futuro prossimo?

Da un punto di vista professionale, la mia più grande aspirazione è quella di far bene durante l’anno che mi aspetta. Vorrei che l’intuizione del Boss nei miei confronti venga confermata e da parte mia ci sarà tutto l’impegno possibile. Dal punto di vista personale, fare progetti ora è difficile, ma la più grande aspirazione è quella di riuscire a gestire al meglio gli impegni senza togliere tempo agli affetti più cari.

Grazie ad Alice, grande donna, esempio di abnegazione e forza di volontà. Grazie per la disponibilità immediata all’intervista. Era un triste sabato sera quello in cui, di malavoglia, ho deciso di vedere la prima punta del reality di Briatore. E invece, sorpresa delle sorprese, ho scoperto un mondo interessante che non conoscevo. C’è sempre da imparare.

Gabriella Lax

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Schirripa, l’arte “denuncia” contro il sistema

"Tributo a Ilaria Alpi"

“Tributo a Ilaria Alpi”

Alcuni suoi quadri sono custoditi nella collezione privata di Antonio Cavo e Monica Taverna a Locri, insieme ad opere dello scultore calabrese Aldo Greco, Mongini e Mario Alparone. Il resto è a Londra, divenuta città putativa per Christian Schirripa, giovane artista che, qualche anno fa, ha lasciato la sua Locri con la malcelata speranza di costruire un ponte con la capitale inglese, lontana ma certamente ricca di verve pittorica. Schirripa ha studiato a Reggio Calabria, all’accademia di Belle Arti. A Locri invece, qualche anno fa, aveva piantato un seme di speranza: una galleria d’arte, un sogno che si realizzava. Un bagliore costituito insieme ad altri giovani che, come lui, hanno creduto, almeno per un momento, che davvero l’arte, come la cultura in generale, possa cambiare il mondo. A volte però i sogni devono essere “accantonati”, messi da parte (mai dimenticati) per essere poi raggiunti per una via più difficile e tortuosa ma che, alla fine, regala gioie ancora più grandi.«Non sono quadri “dark” intesi nel senso negativo, nelle mie opere c’è sempre la positività, l’ironia ma, soprattutto, la denuncia contro il sistema in cui viviamo che crea continuamente disfunzioni sociali. Dunque ben si comprende perché il mondo di oggi è capace, a tal proposito, di fornire tanti spunti».

Schirripa è parte attiva della sinergia “North London artist network”, insieme agli artisti Sarah Adams, Feza Erkeller, Paul Regan, Helen Ryan. L’esposizione “City life & urban themes ” sarà presentata per sei settimane, e sarà aperta al pubblico, da martedì 4 marzo 2014 a domenica 13 aprile 2014, al Taproom, aperto tutti i giorni dalle 12 alle 23. Ogni artista esporrà delle opere che, pur nella loro diversità, hanno come argomento ispiratore, come suggerisce il titolo, i paesaggi urbani e vivaci della città di Londra e i panorami di altre città europee.

Christian Schirripa

Christian Schirripa

«Il tema è la città vista dagli artisti in chiave contemporanea. Quindi può essere Londra o anche altre metropoli. La storia di un territorio diviene però metafora di più ampi scenari. Per me certamente potrà essere anche la mia Locri. Porto un discorso di città inteso in chiave universale, la città vista anche come “sistema”, come “famiglia” (il quadro s’intitola “The family is gone” nds) divenuta, al giorno d’oggi, luogo d’alienazione anzichè di amore, accoglienza e sostegno nella crescita». Tra le opere di Schirripa che saranno esposte il quadro dedicato a Ilaria Alpi (in foto) un ricordo, un tributo all’eroismo della giornalista Ilaria Alpi, uccisa in Somalia, durante le sue ricerche sul caso dei rifiuti tossici; sia in questa che nelle altre opere l’artista propone un tracciato dei segni di violenza che hanno attraversato il suo cuore in tutti questi anni. In mostra ancora le ultime tele del locrese. “L’Italia lapidata”, una donna “bombardata” da sorta di grandi palloni, estrema sintesi del disagio che vive in questo momento il Paese, visto ancora da chi è lontano dalla madre patria. Ed ancora il volto del Cristo (“This man is tired”) che, emblematico, esprime nella severità e nella crudezza della sua smorfia il dolore, la sofferenza denunciata e la confusione del mondo moderno ed evidenzia tutta l’alienazione che circonda la modernità».

Le radici dell’ispirazione di Schirripa affondano saldamente nella sua Calabria, coi loro segni profondi, con l’amore viscerale per quella terra, ma anche con la disillusione di fronte alla società. Eppure, nell’ombra dei colori scuri che penetrano le tele, il linguaggio artistico di Schirripa non vuole essere vacuo esistenzialismo pittorico tutt’altro. Negli scorci delle sue opere (per le quali utilizza tecnica mista fatta di solventi, acidi, ecc.) ad alta carica di protesta sociale, in mezzo alla denuncia ed alla presa di coscienza dei malesseri dai quali la società è logorata, appaiono sempre, all’orizzonte simboli del cammino di speranza, luci soffuse, attraverso le quali, come da un tunnel, si può tornare sulla “retta” via. Se la creatività nasce dalla disperazione e dalle disgregazione le sue figure, senza volto, a volte appaiono “dilaniate” ma lo sguardo dell’artista va oltre, procede verso la luce che, di fondo, sussurra, da qualche angolo dell’opera.

Gabriella Lax

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