Archivio | agosto 1, 2013

Roger Waters, in 50 mila all’Olimpico

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Sembra che tra il pubblico arrivato da ogni parte del Paese ci fosse anche l’attore Sean Penn.
In cinquantamila, qualche giorno fa a Roma, all’Olimpico, per ammirare lo spettacolo megalomane e narcisista, ma pur certamente emotivamente unico, dell’opera “The Wall“. Ed è Roger Waters ad innalzare “il muro” che copre tutta la curva sud. In scena va l’esecuzione integrale del celebre doppio album del 1979, portata per la prima volta dal vivo l’anno successivo,in sole quattro città, con grandi sforzi produttivi.

In più di trent’anni sono cambiate tante cose. La tecnologia ha imparato a compiere miracoli. Il risultato un effetto cinematografico che colpisce tutti i sensi. Il bassista dei Pink Floyd Roger Waters, sulla soglia dei settant’anni, va in pista con una band formata da undici elementi, solida e ben rodata. Ci sono Snowy White e Dave Kilminster alle chitarre, alle tastiere Jon Carin ed il figlio Harry Waters, insostituibile alla batteria Graham Broad. Alle parti vocali di David Gilmour (la sua mancanza si avverte inevitabilmente) supplisce Robbie Wyckoff. Tutti gli sguardi sono per lui, il leggendario Waters che arriva, incita, saluta, ringrazia Roma, dove “The Wall” si è aperto evocando la lotta degli schiavi e Spartacus, con un brano di un suo discorso, e la scritta che ha acceso il muro.

In scena va la vita, coi grandi drammi esistenziali e le sue tragedie di morte. Così, accanto al palco, in parodia, si schianta un aereo militare. Il piccolo Pink (ovvero Roger) rimane orfano del padre, morto in guerra. Una madre possessiva, gli insegnanti autoritari e un muro che diventa sempre più imponente, crescendo insieme a un turbinio di nevrosi. Waters mette in scena i simboli di una vita trascorsa a suonare ed a portare messaggi di pace. Il grosso maiale nero si porta dietro falce e martello, il dollaro, la Shell e la Stella di David (il bassista non a mai nascosto di essere filo palestinese, nonostante abbia incorporato accuse di antisemitismo).

La dedica a Jean Charles de Menezes, un ragazzo brasiliano ucciso dalla polizia sotto la metro a Londra perché scambiato per un terrorista. La dedica è anche a tutte le vittime della guerra, in primis il padre di Waters, di cui si intravede una foto d’epoca. Il muro viene costruito mattone dopo mattone, canzone dopo canzone, fino a “Goodbye Cruel World” quando viene messo l’ultimo tassello.

Gabriella Lax
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