Tortora, storia di un uomo perbene

tortora01g«Io non sono innocente. Io sono estraneo».

Io Tortora me lo ricordo bene. Il venerdì sera il divertimento era assicurato. Immaginate “Portobello” come un contenitore matto fatto di storie, fiori d’arancio e soprattutto di invenzioni (alcune veramente improbabili) presentate e vendute al pubblico grazie al lavoro telefonico delle instancabili centraliniste (tra le quali una giovanissima Paola Ferrari). A corollario della trasmissione, condotta da Enzo Tortora, l’inquietante presenza del pappagallo “Portobello” appunto. Il pennuto era invitato a pronunciare il suo nome affinché il fortunato potesse aggiudicarsi il montepremi. Peccato che la parola mancava sembra dalla bocca di Portobello a meno che non si trattasse di una buona causa. Così succedeva che nella puntata prenatalizia Portobello parlasse sempre.

Sono passati trent’anni da quando Enzo Tortora, uno dei conduttori televisivi più famosi, tra gli anni Settanta ed Ottanta (protagonista unico del piccolo schermo con Pippo Baudo e Mike Buongiorno) veniva arrestato a cause delle accuse mosse a suo carico da falsi pentiti. Accuse che fecero in modo di confinarlo nelle patrie galere per 1.768 lunghi giorni di calvario. Della storia tutti conosciamo il non lieto fine. Dopo la vergogna e la sofferenza patita in carcere, Tortora sarà assolto solo in Cassazione e, poi, morirà di cancro. Per questa ingiustizia perpetrata dalla giustizia italiana nessuno ha mai pagato: i giudici coinvolti sono riusciti a fare carriera ed i falsi pentiti vivono serenamente la loro vecchiaia.
Prelevato dall’hotel Plaza a Roma, il 17 giugno del 1983, arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Raffaele Cutolo, capo della nuova camorra organizzata, Tortora morì il 18 maggio 1988 nella sua casa milanese. A definire il suo calvario ci pensa Giorgio Bocca che ha parlato del «più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese» per il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo.

Tortora insieme a Marco Pannella

Tortora insieme a Marco Pannella

Ad accusare Tortora Giovanni Pandico, ha ucciso due impiegati comunali perché tardavano a dargli un certificato, ci ha provato senza successo anche con padre, madre e fidanzata, schizoide e paranoico per i medici, diventa lo scrivano di Cutolo ed è lui a mettere nel calderone Tortora. Dal 2012 è un libero cittadino. Pasquale Barra, detto “o ‘nimale”, 67 omicidi in carriera, ora in carcere ma gode di uno speciale programma di protezione. E Gianni Melluso, detto “il bello”, uscito di galera e rientrato nel luglio scorso, ma per sfruttamento della prostituzione che fu l’unico di tutta la compagnia, magistrati compresi, a chiedere perdono ai familiari di Tortora. In un’intervista del 2010 confessò «Lui non c’entrava nulla, di nulla, di nulla. L’ho distrutto a malincuore, dicendo che gli passavo pacchetti di droga, ma era l’unica via per salvarmi la pelle. Mi inginocchio davanti alle figlie». Risposta di Gaia, la terzogenita: «Resti pure in piedi».

A difendere strenuamente Tortora i suoi avvocati: Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall’Ora , prima e seconda moglie, Pasqualina e Miranda, le tre figlie (Silvia, Gaia, Monica) Francesca Scopelliti, l’ultima compagna, Pannella e i Radicali, Enzo Biagi dalle colonne di Repubblica, il suo amico Leonardo Sciascia. Tortora si è fatto cremare, insieme ai suoi occhiali, quelli che gli servivano per leggere e che perdeva di continuo, e ad una copia della “Storia della colonna infame” del Manzoni. Riposa (forse) nel cimitero monumentale di Milano sotto l’inquietante scritta “Che non sia un’illusione”. Un riferimento al suo sacrificio.
«Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».

Gabriella Lax
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6 thoughts on “Tortora, storia di un uomo perbene

  1. E questo è soloo uno dei casi più eclatanti, venuto alla ribalta anche per la popolarità di Tortora. Ma ci sono tante ingiustizie gravissime che si consumano nel silenzio. Credimi non è una frase fatta. E quando si tratta di povera gente non c’è speranza che la verità venga a galla, con ci sono gli avvocati “importanti”, c’è solo disinteresse.

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