Il teatro secondo Manfredini

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Una ricco laboratorio di una settimana per esser partecipi dell’esperienza artistica di Danio Manfredini. Perché è arte a tutto tondo che qui si tratta. Dipinge, suona la chitarra e canta. Mescola creative connessioni tra gli aspetti più vitali dell’arte a 360 gradi. “Tre studi per una crocifissione”, realizzato con la collaborazione di Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete e distribuito da La Corte Ospitale. Lo spettacolo prende il titolo da un opera pittorica di Francis Bacon: tre dipinti accostati uno all’altro, dove sono raffigurate tre figure (l’orfano, il transessuale e l’extracomunitario)che evocano la condizione drammatica di soggetti appartenenti al mondo contemporaneo.

Intanto una curiosità, perché da dove nasce il soprannome “maestro invisibile”?
«Non è un nome che mi sono dato io. Probabilmente perché la mia presenza è discreta, non mi faccio vedere».
La caratteristica comune dei suoi tre personaggi della pièce, oltre alla solitudine ed all’esclusione, è anche il dolore?
«E’ il loro essere cancellati, segnati in qualche modo dalla società Nella scena c’è una grande croce, un simbolo comune. Ma il loro è, in parte, uno stato d’animo ed emotivo che caratterizza tutti gli uomini, loro tre rappresentano, in piccolo, una lente d’ingrandimento per poter guardarsi dentro e, in parte, ritrovarsi».
Dipinge e suona anche la chitarra, un artista a tutto tondo?
«Diciamo che mi muovo nell’arte. Nel 2012 ho fatto un disco di cover in cui suono la chitarra e canto. E’ stato un po’ come tornare indietro nel tempo. Da ragazzo avevo accantonato la musica per il teatro».
Progetti all’orizzonte?
«Esco da un “Amleto” che mi è costato tre anni di lavoro. Questo è un momento di riflessione, sto valutando altre decisioni. E’ come quando, in mezzo alla via, ci si trova al bivio, non si sa, all’inizio, che strada sarà presa».
Dove sta andando il teatro italiano?
«Risulterò banale nel dire che è un momento difficile quello che stiamo attraversando, ma è così. Qualcuno tempo fa (Mario Monti nds) ha detto che “con la cultura non si mangia”. Dichiarazioni significative che mettono al bando tutti i secoli in cui gli italiani hanno vissuto dell’arte. Noi non siamo nati per fare le guerre: siamo stati pittori, scultori, artisti in senso lato. Il nostro patrimonio culturale lo dimostra, abbiamo vissuto e siamo stati conosciuti negli anni in tutto il mondo grazie alle opere, liriche o pittoriche, che siano. Probabilmente oggi le persone sono meno consapevoli di ciò, ma pensare di accantonare arte e cultura, diminuendo progressivamente i fondi, è una follia. Tornando al teatro, riescono a sopravvivere solo le strutture stabili, quelle direttamente sovvenzionate dallo stato. Per il resto noi attori riusciamo a vivere grazie agli scambi tra i teatri ed ai laboratori che ci permettono di insegnare».

Gabriella Lax
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