Berardi ha provato a volare

gianfranco-berardi-modugnoMattacchione, un po’ mimo, un po’ Totò, divertente, a tratti malinconico ma sicuramente capace di dipingere, con attualità estrema, lo spaccato difficile ed in salita che caratterizza la realtà dei giovani. Gianfranco Berardi ripropone (in una differente versione) la pièce “Io provo a volare”, della Compagnia Berardi Casolari, in collaborazione con Festival Internazionale Castel dei Mondi e Teatro Stabile di Calabria. Con il viso dipinto di bianco, quasi come una maschera di clown circense, Berardi è un narratore con punteggiature brillanti ed esilaranti. La regia e le luci sono di Gabriella Casolari, i costumi Pasqualina Ignomeriello.

Sul palco, la figura di Domenico Modugno (a cui il titolo del testo si rifà, per certi versi) rimane come sfondo, sospesa nella vicenda del protagonista, nel monologo narrativo, interrotto, a tratti dalle incursioni (musicali perché, per il resto, fanno parte integrante della scena) di Davide Berardi chitarra e voce solista e Giancarlo Pagliara alla fisarmonica. Modugno arriva per caso, poiché il protagonista ritrova in due sacchi della spazzatura (lasciati dallo scemo del villaggio davanti alla sua porta), i dischi che gli fanno scoprire le simmetrie esistenziali: anche Modugno è stato un ragazzo della provincia, nato a pochi chilometri dal posto in cui la storia è ambientata, un personaggio che è divenuto mito perché ha creduto nelle sue potenzialità.

Modugno ispiratore, «mi entrò dalla testa e non mi uscì dal cuore. Era un genio popolare» spiega Berardi, nell’attesa spasmodica di chiarire il concetto di “popolare”. Un personaggio che fa da “stantuffo” alla vita del protagonista e lo spinge a lasciare il paesello natio e a studiare al Dams. La buon volontà non basta e, per ogni giovane volenteroso, studioso, c’è sempre un demente pronto a mettere i bastoni tra le ruote e a beffeggiarne i sogni. Ricalcando nella trama un’antica leggenda, il protagonista finisce in un circo a far le veci della scimmia e così, per disperazione, dopo i sacrifici, è costretto a tornare a casa. Ed è il teatro della sua città d’origine, in Puglia, che tiene il filo della narrazione, dapprima ospitando il suo primo lavoro, come addetto alle pulizie e poi, al suo ritorno, accogliendolo con un mondo cambiato (non è più un teatro, inutile, ma è divenuto una sala) dal quale, inossidabilmente, non riuscirà a dividersi.

Domenico Modugno si ripropone infine al termine come valvola di commiato per accogliere ed abbracciare, come una conchiglia primigenia, l’ultima parte del monologo, quello in cui “Volare”, “Nel blu dipinto di blu”, diviene quasi un inno, ad aprire le ali, ad ascoltare la voce interiore (spesso completamente ignorata o, peggio, zittita) che ci suggerisce l’azzardo, o ancora, ciò che, ad un primo impatto, potrebbe sembrare tale. Si tratta invece, di raccogliere la valigia dei sogni presente in ognuno e trovare lo spazio per poterla disfare.

Gabriella Lax
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