“Roccu” e l’orrore universale della guerra

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L’orrore della guerra. La distruzione degli uomini costretti a «mangiare, dormire, defecare, pregare e qualche volta morire» nelle logoranti trincee. Uno spaventoso monito senza tempo. “Roccu ‘u stortu”, di Francesco Suriano, interpretato da un immenso Fulvio Cauteruccio, è tornato sulle scene in una nuova versione. Perché ciò che pensiamo possa scatenare cataclismi come le guerre mondiali in realtà, nella maggior parte dei casi, non scaturisce da diaboliche macchinazioni o complotti ipotetici, ma semplici coincidenze, concomitanze di eventi. Rocco Sprizzi è lo “scemo del paese” oggi, ma dietro la sua canottiera e le sue mutande consumate, senza nemmeno gli abiti logori, c’è la storia della Brigata Catanzaro che, durante la Prima Guerra Mondiale, offrì al fronte tante vittime e maestosi dolori come contributo alla causa d’Italia.

E’ proprio Roccu ad accogliere gli spettatori, a chiedere loro il nome, a giocare ad infastidirli, a farli ridere fino alla lacrime, per rendere più doloroso il contrasto con l’inizio della narrazione dell’aberrazione della guerra. E Rocco aveva partecipato al conflitto, spinto da una delusione d’amore e, soprattutto, per ottenere, al suo ritorno, un pezzo di terra, quel fazzoletto anche piccolo, come la speranza di poter vivere in maniera dignitosa in Calabria. E’ il 1914, il 28 giugno «la data che sapete» quella in cui la Prima Guerra mondiale ebbe inizio, dopo l’uccisione (raccontata come una casualità dopo tanta premeditazione) dell’arciduca Francesco Ferdinando e la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia.

Migliaia di uomini sono catapultati al fronte. Nessuno di loro ha la consapevolezza di cosa stia per succedere, di quando e se si riuscirà a tornare, incolumi, a casa.

Perché la guerra non si conosce finché non la si combatte. Finché non ci si trova davanti un uomo che è il nemico, da affrontare, baionetta alla mano, per rimanere senza scelta: vita o morte davanti agli occhi. Un secchio profondo in cui infilare la testa, lavare sangue e dolore dalla scena, dopo l’ennesima granata che uccide i compagni di Rocco, dopo il sogno che svanisce dalle mani come sabbia che scivola via. Colonna sonora appassionatamente calabrese, affidata al Parto delle Nuvole pesanti.

Servono lunghi minuti di applausi e tre ritorni sulla scena a Fulvio Cauteruccio, per raccogliere l’abbraccio e gli applausi di chi ha ingoiato le sue emozioni, di chi ha vissuto tra pathos e risate, di chi si è immedesimato in persone, i cosiddetti “scemi del villaggio”, che conservano dietro gli stracci, una storia di passione e di dolore. Riflette amaramente il presidente del sodalizio, Gaetano Tramontana. «Pur essendo una produzione che di calabrese ha tanto – dall’autore all’interprete, fino al gruppo autore delle musiche – “Roccu ‘u stortu” dopo 11 anni dal debutto e dopo aver viaggiato per tutta l’Italia approda solo adesso a Reggio Calabria grazie alla stagione indipendente di SpazioTeatro».

Gabriella Lax

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