Archivio | aprile 7, 2013

Privacy e utilizzazione di social network sul posto di lavoro

facebook-bloccato_tFacebook e Twitter addicted attenzione! Nello stato di Washington si è creato un precedente giuridico che, se dovesse arrivare anche nel nostro Paese, potrebbe destare più che qualche preoccupazione. E’ notizia di questi giorni che lo stato di Washington ha consentito ai datori di lavoro di pretendere la password dei profili Facebook e Twitter dei dipendenti in caso di indagine interna da parte dell’azienda. Serve comprendere dunque se, nel caso di specie, si possa profilare o meno una violazione (piuttosto grave considerato che gran parte della nostra vita passa sui social network) della privacy.

Il disegno di legge originario riguardava una buona tutela dei diritti di privacy dei dipendenti, impedendo di fatto che il datore di lavoro potesse spiare quanto pubblicato sui profili social dei lavoratori o dei candidati per l’assunzione, pratica abbastanza diffusa negli Usa. In seguito, le pressioni dei rappresentanti dell’industria hanno convinto il governo di Olympia (capitale dello Stato di Seattle) ad aggiungere una clausola che permette ai capi di ottenere gli accessi e le password, in caso di indagine interna e guardare l’attività online del dipendente in sua presenza.

E in Italia? Considerato che l’uso dei social network, per quanto diffuso, sia un tipo di attività che si è incrementata a dismisura solo negli ultimissimi anni, nel nostro Paese non esiste una disciplina specifica circa la tutela degli account Facebook, Twitter o LinkedIn. Tuttavia, lo Statuto dei lavoratori, datato 1970, vieta esplicitamente “l’uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”, dunque l’invadenza dei datori di lavoro dovrebbe essere sufficientemente frenata. Per il momento possiamo star tranquilli.

Gabriella Lax

Tutti i diritti riservati. Senza l’autorizzazione è vietata la riproduzione in qualsiasi forma.

“Parto delle nuvole pesanti” nuovo disco con la Warner Bros e progetti antimafia

Il live della band calabrese al Politeama Siracusa

Il live della band calabrese al Politeama Siracusa

«Questo è un disco d’amore. Sono dieci canzoni. L’amore è l’anima della vita. Amore non solo per la donna, ma per la terra, il cielo i colori e gli occhi della gente». “Parto delle nuvole pesanti” (Salvatore De Siena, Amerigo Sirianni e Mimmo Crudo, con la storica collaborazione di Antonio Rimedio e Manuel Franco) si affaccia con la verve genuina ed effervescente di sempre, sul palco del Politeama Siracusa di Reggio Calabria proponendo vecchi e carismatici successi e le anticipazioni del nuovo disco “Che aria tira“. Parte così la prima tappa del “Play Music Festival” del direttore artistico Alessio Laganà (una co-produzione con Horcynus Orca di Massimo Barilla e Giacomo Farina).

Alessio Laganà e Massimo Barilla

Alessio Laganà e Massimo Barilla

Due chiacchiere con la band per scoprire le molle musicali ed emotive da cui è scaturito il nuovo album “Che aria tira”.
Com’è nata la collaborazione con la Warner Bros per la produzione dell’ultimo disco?
«E’ stato grazie a Toni Verona, di Ala Bianca, grande culture di word music, etno music, lui ha creduto e sposato il nostro progetto di band del Sud ed ha proposto l’album alla Warner che è una della 3 major mondiali rimaste».
Il vostro è un pubblico abituato ad ascoltarvi nelle piazze.
«Prediligiamo tre ambienti per i live. Il primo humus è sicuramente la piazza, incontriamo, in quel caso, gente di ogni tipo, senza distinzione. Poi ci sono le esibizioni in teatro come a Reggio e poi ci sono i live club, non immaginate però locali alla moda, piuttosto piccoli ambienti, dove, facendo musica, bevendo un drink alla fine ci si confonde con il pubblico. E poi presentiamo spesso i dischi nelle biblioteche, luoghi di cultura in cui comunque si stabilisce un buon rapporto con gli spettatori ed un interscambio, rispondiamo alle domande. Con Carlo Lucarelli è nata una collaborazione proprio grazie al suo libro “Navi a perdere” che ci ha ispirato la canzone “La nave dei veleni”».
“Che aria tira” è stato definito di musica “socialmente utile”, come vi ponete nei confronti dei (delicati) temi attuali che trattate?
«Partiamo dal pessimismo della realtà per arrivare all’ottimismo della speranza. A parlare di certi temi (morti bianche, danni ambientali, emigrazione) si toccano corde molto delicate. Noi vogliamo fare con la musica quello che riesce a fare la poesie. Il messaggio oltre la parole deve essere implicito. E’ bello che poi sia il pubblico a scavare nelle motivazioni».Salvatore De Siena

Salvatore De Siena

E il dialetto in questo disco nuovo che spazio ha?

«Il dialetto è un elemento di autenticità e non una bandiera da sventolare. Con la colonna sonora di “Roccu u stortu”, (trasmesso per ben due volte in Rai) soprattutto, abbiamo raggiunto vertici che non immaginavamo e abbiamo sdoganato il dialetto calabrese».
Progetti a breve scadenza?
«Saremo a Potenza, poi verso su a Milano, Varese, Genova, Como e via fino a quest’estate. Teniamo molto al progetto “Terre di musica”, viaggio di musica e cultura sulle terre confiscate alla mafia, in collaborazione con Libera, Goel ed altri partner saremo a Corleone in Sicilia a maggio, ad agosto torneremo in Calabria e poi a Bologna, giusto a significare che la mafia non è un fenomeno ristretto al Sud».
A proposito di anticipazioni: una canzone è stata scritta in dialetto per il grande poeta calabrese, della provincia di Reggio, Lorenzo Calogero ed inoltre, nel prossimo lavoro, troveranno spazio canzoni per la donna e per i bambini.

Gabriella Lax

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