Oscar Mondadori per Sylvia Plath

imagesUnica, perentoria, imbevuta di un devastante senso dell’urgenza. I versi di Sylvia Plath, insieme a quelli di Anne Sexton, poetesse confessionali (e questo nome la dice lunga) mi hanno spalancato davanti un universo che ha trovato il suo completamento in italiano solo con Alda Merini. Incanalata dalla vita nello stereotipo della moglie devota, la Plath rifugge a questa ed ad altre dinamiche tipiche delle donne del suo tempo, e sceglie di liberare la mente alla “fangosità” delle parole nei versi che, alla fine, la trascinano nel loro gorgo vorticoso.

La fece finita la mattina dell’11 febbraio del 1963, a solo un mese dalla pubblicazione del suo quarto libro. Dopo aver preparato la colazione ai figli, sigillò porte e finestre e infilò la testa nel forno a gas. Sembra che, in realtà, quest’azione fosse solo un’ulteriore ed estrema richiesta d’aiuto della poetessa che, quel giorno, aspettava un’amica australiana (che non arrivò), alla quale, in un biglietto, aveva lasciato persino il numero di telefono del suo medico.

A cinquant’anni dalla sua morte, a soli trentun anni, la Mondadori raccoglie in un volume, curato da Anna Ravano, con introduzione di Seamus Heaney, “Tutte le poesie” (Oscar Poesia, Mondadori, p 880, 18 euro). Insieme al testo originale a fronte, la raccolta riporta l’edizione dei “Collected Poem” (la Plath con quest’opera fu la prima poetessa a vincere, dopo la morte, il premio Pulitzer) in precedenza curata da Ted Hughes e pubblicata da Faber and Faber nel 1981, dunque 224 poesie degli anni della maturità, dal 1956 al 1963 ed un’appendice di 50 juvenilia.

«…Ti tapperà gli occhi alla fine della vita e del dolore. Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme. Che te ne pare di questo vestito. Un po’ rigido e nero, ma niente male. Lo vorresti sposare? È impermeabile, infrantumabile, abile contro il fuoco e imbombardabile. Credi a me, ti ci farai sotterrare». (Sylvia Plath)

Gabriella Lax

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