Archivio | febbraio 2013

A Prato, vintage mon amour…

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Tutto ciò che è stato. Tutto ciò che ancora può essere. Occorre celebrare il vintage come un fenomeno di costume che cresce a dismisura. Per conoscere meglio il vintage e la sua storia ecco che in mostra a Prato, al Museo del tessuto, fino al 31 maggio, “Vintage, l’irresistibile fascino del vissuto”, in collaborazione con Angelo Vintage Archive e la partecipazione di prestigiosi marchi internazionali di moda. Abiti in stile folk, tute da lavoro, denim d’antan, insomma un omaggio allo stile in un percorso con quattro sezioni e oltre cento abiti.

La prima sezione con costumi e raffinati abiti antichi mostra la sopravvivenza dei vestiti che dovevano durare nel tempo. In esposizione veri reperti storici del Museo:accanto ad abiti del Museo Stibbert e della Galleria del Costume di Firenze, nonché del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari di Roma. La seconda sezione espone tute, denim, il ruolo cioè di abito usato come divisa della protesta, simbolo dei movimenti giovanili. E’ una sezione che sottende a Prato come capitale mondiale della raccolta di abiti usati, reimpiegati per il recupero delle fibre destinate ad alimentare l’industria della lana rigenerata, attiva dalla seconda metà del XIX secolo (stracci pratesi.).

Nella terza sezione, gli abiti della protesta e della rivolta giovanile. Vengono esposti jeans usurati e uniformi personalizzate, l’eskimo e altri abiti folk ed hippie che diventano ispirazione per gli stilisti del periodo come Yves Saint Laurent. C’è anche una selezione di pezzi di Dior, Cardin, Balenciaga, Chanel risalenti agli anni Cinquanta e Sessanta, mentre vestiti di Valentino, YSL, Thierry Mugler e Issey Miyake confermano come già negli anni Ottanta e Novanta era già diffusa la passione per il vintage.

La quarta sezione della mostra sottolinea come degrado ed usura dei tessuti nel settore della moda abbiano ispirato gli stilisti: da quelli trattati da Mariano Fortuny alle lavorazioni in cui tagli, macchie e decolorazioni diventano marchi come Stone Island, Massimo Osti e Marithé e François Girbaud. Ciliegina sulla torta un capo militare originale della seconda guerra mondiale reinventato da Antonio Marras.

Gabriella Lax

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Addio a Willy Rizzo, fotografo delle dive

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«Mi ricordo una delle sue frasi: “L’infelicità ce la costruiamo. Io fabbrico solo la felicità”. Ecco cosa mi ha insegnato Mademoiselle Coco Chanel, come fotografo e designer, a fabbricare la felicità».

E’ morto a 84 anni Willy Rizzo, il fotografo e designer italo francese, il ritrattista delle star. Rizzo stava preparando una mostra di scatti inediti proprio su Coco Chanel, che avrebbe dovuto inaugurare il 6 marzo. Rizzo era nato a Napoli nel 1928, sin da bambino capisce che la fotografia è il suo mondo: con la sua BoxAgfa a 12 anni ritrae per primi i suoi compagni di gioco e di classe. E la felicità passa diretta dai suoi scatti che hanno immortalato dive come Brigitte Bardot, Gene Kelly, Maria Callas, Marlene Dietrich, Monica Vitti e Jane Fonda, ma anche personaggi come Salvador Dalì ed attori quali Jack Nicholson, Gregory Peck, Gary Cooper.

Di lui celebre rimane nel 1949 la prima copertina del settimanale Paris Match, che andò in edicola con una fotografia storica di Winston Churchill. Ma rizzo fu anche un fotografo di guerre e conflitti sociali. Nel 1946, la rivista “Point de vue” gli commissionò un reportage sul Processo di Norimberga ed il magazine inglese Life comprò le sue foto sul conflitto in Tunisia, sulla linea Mareth.

Nel 1968 rientrato in Italia aveva sposato la modella ed attrice Elsa Martinelli e aveva lanciato una linea di arredamento “art deco” che ne fece il designer della Dolce vita, ma alla fine degli anni Settanta ritornò in Francia, il Paese che lo aveva adottato, dove dal 2009 aprì uno studio fotografico. Storiche le immagini di Marilyn Monroe, già in preda alla depressione, scattate due settimane prima dalla morte. A proposito di quel lavoro Rizzo sottolineò «Fu come se le più belle donne del mondo fossero la, concentrate in una».

Gabriella Lax

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All’asta gli abiti appartenuti a Lady D

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Mentre durante le sfilate milanesi Tod’s le dedica un’intera serata, vanno all’asta i modelli degli abiti più importanti appartenuti a Lady Diana. Tutti ricordano l’immensa passione della principessa triste per il mondo della moda. Per lei anche stilisti di fama mondiale, tra i quali Gianni Versace, avevano confezionato abiti “maestosi”. Indimenticabili le emozioni che Lady D fece provare al mondo intero con quella danza sfrenata (che scandalizzò i benpensanti) insieme a John Travolta, sulle note di “You Should Be Dancing”, dalla colonna sonora del film “La febbre del sabato sera”.

Per non parlare dell’abito da sera, elegantissimo e sobrio, con quale, nel lontano 1985, la principessa fece visita alla Casa Bianca. E vogliamo ricordare quello molto scollato per il book fotografico con Mario Testino ed il modello d’ispirazione Moghul, quello nero con la schiena scoperta indossato ad una première? Sono solo alcuni degli stupendi dieci abiti, divenuti, nel tempo icone di eleganza evergreen che, il prossimo mese, saranno messi all’asta da Kerry Taylor Auctions.

Lo scopo dell’asta è di raccogliere più di 900.000 euro che pagheranno i debiti di Maureen Dunkel che aveva acquistato ben tredici capi poco prima della morte di Diana. In quell’occasione era stato (il quindicenne e già saggio) William, futuro re d’Inghilterra, a suggerire alla madre di preparare una grande asta benefica. All’epoca, con la vendita di settantanove abiti, l’asta aveva raccolto oltre due milioni di sterline andate in beneficenza. Meno nobile lo scopo di quest’asta ma certamente i fortunati aggiudicatari avranno abiti che hanno segnato la storia.

Gabriella Lax

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Milano fashion week più chic, meno choc

MILAN FASHION WEEK: ALBERTA FERRETTILe previsioni sono di 58 miliardi di euro di fatturato per il 2013. Sospinto da questa buona novella lo stile torna a fare capolino nelle passerelle e, dalla ghiacciata New York, si trasferisce alla gelida Milano per la settimana della moda. Apertura scoppiettante al castello Sforzesco con la manifestazione di Green Peace che invita ad un acquisto pensato con la testa, ad evitare gli sprechi e i prodotti animali.

In totale vedere ben settantuno sfilate, con Gucci, Versace, Jil Sander, Emilio Pucci, Marni, Emporio Armani, Giorgio Armani che fanno il bis ed il debutto di Andrea Incontri, Wang Peiyi e i quattro vincitori di Next Generation. Un totale di cinquanta presentazioni (con le novità di Elena Ghisellini, Fatima Val, Fausto Puglisi, Jet Set, Julia Dalakian e Marta Ferri, figlia del fotografo Fabrizio Ferri e sposa del giovane Carlo Borromeo) e altre 10 presentazioni su appuntamento.

E’ la signorina bon ton il primo grande prodotto delle sfilate milanesi. Più chic e meno choc in sintesi. Senza grandi guizzi di forme e colori, un abbandono dell’eccentricità ma senza esser mai banali o scontate. Un cocktail onirico tra la duchessa di Cambridge Kate e la first lady d’America. Così vede la donna Anna Molinari che sceglie il look da principessa. Ruches e chiffon, dal materno al quasi severo per la donna targata Francesco Scognamiglio. Mentre semplici ma con un occhio particolare al glamour sono le creazioni sublimi di Alberta Ferretti.

Aquilano e Rimondi per Fay scelgono ancora di guardare all’Inghilterra e importa modelli stile college. L’unico che osa un po’ di più è Gucci che, col direttore creativo Frida Giannini opta per rigore e sensualità per creare un mix esotico ed accattivante. Sobrio e lineare nei tagli è lo stile di Giorgio Armani. Qualche accenno ironico in Salvatore Ferragamo che vivacizza il total look con imponenti accessori. Tornano gli anni Settanta con novelle “Angelica Huston” per Maurizio Pecoraro. Mentre Laura Biagiotti punta all’essenziale, strizzando l’occhio al bianco.

Gabriella Lax

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Madonna apre una palestra a Roma

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Amici romani siete proprio fortunati. Indovinate con chi avrete la possibilità di divertirvi a fare fitness? Si. Avete capito bene: con Louise Veronica Ciccone, al secolo Madonna. La pop star più conosciuta nel mondo, tra meno di cento giorni, aprirà una palestra a Roma.Tre piani nell’ex Teatro Colosseo. Fino a qualche giorno fa guardando dall’esterno era davvero difficile capire cosa stava succedendo nella hall in disuso: tappeti e stand davano l’idea di un luogo abbandonato, sopra al quale campeggiava la scritta di cessazione dell’attività, datata 24 dicembre 2012. Quel luogo però nasconde un segreto.

Nell’ex platea si lavora alacremente da giorni. Dalla ceneri della struttura che fino al 2008 accoglieva l’ex Teatro Colosseo, sta per nascere la nuova palestra di Madonna. E, in via Capo D’Africa (quasi ad angolo con piazza del Colosseo), sarà posizionato l’ingresso del centro fitness che la cantante inaugurerà in società con Andrea, uno dei figli di Cesare Pambianchi, ex presidente di Confcommercio Roma, da anni impegnato nel settore con le sue palestre Dabliu. Sembra che quest’ultimo sia stato visto fare un sopralluogo sul posto. L’apertura, trapela, sarà domenica 26 maggio, ma il countdown online sul sito delle palestre di Madonna prevede il via venerdì 24 maggio. Difficile che in quella data la popstar sia libera per fare la visita ufficiale alla struttura.

Secondo i rumors è più plausibile una visita, ed una seconda inaugurazione, nel mese di settembre, per rilanciare il centro dopo le vacanze. Sul sito di “Hard Candy Fitness”, lo spazio romano è pubblicizzato con 1200 metri quadrati su tre piani, con tanto di espresso bar e personal trainer. Se ancora nulla si sa in merito a tariffe e abbonamenti c’è molta attesa per l’innovativo metodo di allenamento “addicted to sweat” (letteralmente “dipendenti dal sudore” o “drogati di fatica”) messo a punto dalla cantante e dalla sua trainer Nicole Winhoffer che formerà personalmente gli istruttori. Si potranno dunque praticare nel centro le nuove metodologie di fitness imperniate sulle stesse routine che Madonna segue sei giorni su sette per mantenersi in forma. E chissà che, come è avvenuto per la palestra di Mosca, Madonna possa fare un’incursione a sorpresa all’inaugurazione romana…

Gabriella Lax

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A 101 anni, l’ultima corsa di Fauja Singh

image001Come me avete sempre pensato che il maratoneta più tenero del mondo fosse Forrest Gump?
“Corri Forrest, corri” aveva detto l’amata Jenny e così lui, l’uomo col quoziente intellettivo un po’ più basso della media, ma con un cuore ed una sensibilità grandi da fare invidia, aveva girato di corsa il mondo, dalle Alpi alle Piramidi. Se Forrest Gump vi ha commosso, questa storia potrebbe farlo ancora di più.

Il maratoneta più anziano del pianeta si chiama Fauja Singh, pesa 52 chili, compirà ad aprile 102 anni ed è un cittadino britannico dalle origini indiane che lavorava come contadino nello stato del Punjab, prima di trasferirsi in Inghilterra. Dopo che aveva perso moglie e figli qualcuno gli suggerì di distrarsi facendo jogging. Ha cominciato a correre a 89 anni ed è stato soprannominato “Turbaned Tornado”, riuscendo a tagliare il traguardo di ben nove competizioni. Il suo tempo migliore è stato di 5 ore, 40 minuti e 4 secondi.

«Perché alla mia età si sente la concorrenza e tutto si fa più difficile. Perciò credo di dovermi ritirare, anche se sono ancora in forma. Mi dispiace molto doverlo fare… Provo un senso di pessimismo che non avevo mai sentito prima. Temo che quando smetterò di correre la gente non mi vorrà più bene, adesso tutti mi vogliono bene. Quando si diventa vecchi si torna ad essere bambini e si vuole l’attenzione a tutti i costi. Spero che non mi dimenticherete» rivela Singh, alla vigilia della corsa fissata ad Hong Kong, paragonando il ritiro dalle competizioni ad una sorta di triste divorzio. Le persone potranno dimenticalo, noi cercheremo di custodirlo nel pianeta ovattato dei ricordi, come fulgido (ed è il caso di dirlo!) esempio da seguire in un mondo di debosciati.

Gabriella Lax

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Pfm, inno alla ribellione acustica

La Pfm in concerto al teatro "Cilea"

La Pfm in concerto al teatro “Cilea”

E’ una promessa fatta di rock e di poesia quella della Premiata Forneria Marconi. Un concerto in teatro in cui, in tempi di crisi e povertà di risorse, anche culturali, inneggiano alla “ribellione acustica”. «Vedrete esattamente il concerto che volevate vedere, bello» apre così Franz Di Cioccio, voce e percussioni del gruppo di rock progressive che più di quarant’anni fa esordiva nel panorama musicale italiano. All’inizio faceva parte della formazione Teo Teocoli che lasciò prestissimo per poi dedicarsi al cabaret. Sul palco gli storici Patrick Djivas al basso, alla chitarra Franco Mussida e Lucio Fabbri al violino, Alessandro Scaglione alle tastiere e Roberto Gualdi alla batteria.

In scaletta è il sodalizio musicale con Fabrizio De Andrè che serve a scaldare la platea. Si comincia con i classici senza tempo del cantautore genovese la sensualità mal celata di “Bocca di rosa”, la storica “La guerra di Piero”, “Un giudice”, “Andrea”, “Giugno 1973”, la dolcissima storia vera di “Marinella”, “La bottega”, “Il testamento di Tito”, “Zirichiltaggia”, “Amico fragile”, “La Luna buona”, “Maestro di voce”, “Suonare”, “Il pescatore”. Le parole di De Andrè si mischiano ai successi universali della Pfm come “La carrozza di Hans”, “Impressioni di Settembre”.
Chiudono le danze sul palco con “E’ festa”, “Celebration”.

La Pfm nasce negli anni in cui la cultura psichedelica, che ricercava una contaminazione di elementi diversi (visivi, sonori, olfattivi…), dà i suoi migliori frutti, a partire dalle suggestioni beatlesiane di “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band” e, in generale, da quelle del progressive anglosassone dei Genesis, King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Gentle Giant e Deep Purple, per citarne solo alcuni… Anche in Italia si incomincia così a scardinare la forma canzone, che perde i suoi caratteri di brevità e immediatezza e si realizzano suite e concept album, che integrano e miscelano rock, motivi classici e addirittura operistici, insieme a citazioni letterarie colte e atmosfere surreali, ambivalenti e inquietanti. Si affermano organo hammond, clavicembalo e moog.

In parallelo è il trionfo del 33 giri, ove l’artista e, più spesso, la band riescono a dare un ritratto più completo di sé e svolgono a fondo un tema. Sono gli anni in cui trionfano le Orme, gli Osanna, i Perigeo, gli Arti e Mestieri, il Balletto di Bronzo, i New Trolls e, soprattutto il Banco del Mutuo Soccorso e la finalmente la Premiata Forneria Marconi, con album storici come “ Felona e Sonora” (le Orme), “Concerto Grosso” (New Trolls), “Darwin” e “Io sono nato libero” (Banco del Mutuo Soccorso), “Per un amico” e “L’isola di niente” (Premiata Forneria Marconi).

Gabriella Lax

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Jason Wu, da Taiwan a Michelle Obama

jasonwuConosceva solo il cinese mandarino. Ha imparato l’inglese da autodidatta leggendo le riviste di moda (ho provato anch’io nds), con l’aiuto di una macchina da cucire e pochi risparmi ha creato una casa d’abbigliamento per donna e ora veste la firt lady Michelle Obama. Ha i toni della favola, coi sogni che si realizzano, la vita di Jason Wu, nato a Taiwan e trasferitosi in Canada a soli nove anni «Non sono mai stato il primo della classe, a scuola. Le cose le ho imparate impegnandomi in ciò che mi piaceva. Quello della moda in apparenza è un mondo impenetrabile e scoraggiante. Ma secondo me essere riuscito ad arrivare dove sono ora dimostra quante opportunità esistano per i giovani a New York».

Così lo stilista che a soli 16 anni crea da freelance abiti per le bambole, disegna poi per l’azienda di giocattoli Integrity Toys con il marchio “Jason Wu dolls” e ne diventa il direttore creativo. Capisce di voler fare lo stilista e lancia la sua prima vera collezione donna coi soldi che ha guadagnato vendendo abiti epr bambole. Debutta nel 2006 come stilista aggiudicandosi il Fashion Group International’s Rising Star award nel 2008 e viene nominato per i Vogue Fashion Fund award. «Un sacco di volte parliamo del sogno americano, del fatto di poter venire da qualsiasi parte del mondo, da qualsiasi ambiente, e avere successo. E nel mondo reale non pensi che capiti mai. Ma la mia carriera mi ha fatto cambiare idea in proposito» chiarisce. Tra le sue prime clienti vip Amber Valletta e Ivana Trump.

Ma la vera fortuna per Wu è stato incontrare i favori della prima donna d’America. Michelle Obama ha indossato i vestiti dello stilisti nel corso delle due cerimonie d’insediamento del marito Barack, e per la copertina di un servizio di Vogue. La first lady americana è tornata a sfoggiare un abito (rosso) Wu durante la serata danzante per festeggiare il secondo mandato del marito. Questione di scaramanzia oltre che di preferenze personali perché già nel 2009 Michelle scelse una sua creazione (sempre in rosso) per il ballo inaugurale, uno degli eventi più seguiti nella storia Usa. Qualche problema lo crea il cognome Wu, uno dei più diffusi in terra mandarina.

La corte specializzata in proprietà intellettuale di Taiwan ha decretato che la nuova etichetta “Miss Wu” non può essere registrata come marchio perché non abbastanza distintiva. Lo stilista non si arrende e ribatte che il suo logo vuole evocare il grido di un gufo. Noi certamente facciamo il tifo per lui! «Io sono partito durante una crisi economica. Da questo punto di vista non ho mai sperimentato un momento favorevole. È sempre stato un po’ difficile. Ho fondato la mia azienda quando la gente era in preda al panico e non comperava niente».

Gabriella Lax

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«We are Nirvana. I am Kurt»

Kurt-CobainPer me resterà un “poeta” maledetto della musica. Certo depresso e incompreso. Altri volti questi di un genio musicale creativo con pochi eguali. Sto parlando di Kurt Cobain che oggi avrebbe compiuto quarantasei anni.

“Odorano di spirito adolescenziale” le mie parole, in realtà frutto di un amore post-adolescenziale, di un amore frutto dell’età della ragione. Cobain e i Nirvana (Dave Grohl e Chris Novoselic) hanno spalancato al mondo le porte del grunge, uno stile di vita, oltre che un mood da adottare quotidianamente che, partendo dalle frette atmosfere di Aberdeen, a Seattle, ha contagiato i giovani di tutti il mondo. Anche Cobain fa parte del club dei morti a ventisette anni, in bloom, nel fiore dell’età. Anche Cobain come molti altri grandi (non pensate solo Janis Joplin e Jimi Hendrix, ma a Marilyn Monroe, Charles Baudelaire, Charles Bukosky), ha cercato rifugio disperato nelle droghe e nell’alcol. Un rifugio stretto tanto da non lasciare respirare.

Questi uomini hanno i pori della vita dilatati, la loro essenza è connessa col mondo. Riescono a far uscire i loro frutti con molto dolore e, per converso, ricevono molto dolore dal mondo, per osmosi. Uno “spleen” che diviene ben presto “mal de vivre” e che spesso li porta a finire l’esistenza, in un modo o in un altro, ma sempre prima del tempo. Ho visto “The Last day”, pellicola del 2005 di Gus Van Sant. Sicuramente, a voler essere obiettivi, un ottimo lavoro del regista pluripremiato. Il film rende benissimo il senso di angoscia e di morte che aleggia intorno alla figura di Cobain nei giorni prima del tragico suicidio.

Ma la figura controversa del leader dei Nirvana tornerà a rivivere in un film diretto da Brett Morgen, specializzato in film documentari. Un lavoro durato cinque anni solo per la preparazione e lo studio. Di qualche giorno fa l’annuncio del regista: il film uscirà nel 2014 e si concentrerà molto sulla schiva personalità del carismatico Cobain oltre alla prodigiosa ascesa dei Nirvana nel panorama grunge, alla conquista mondo. La pellicola sarà una commistione di riprese dal vivo e animazioni sviluppate a partire da disegni e fumetti realizzati dallo stesso Kurt Cobain che non coltivava solo la sua vena musicale, ma quella artistica in senso più ampio. A quanto pare sembra tutto pronto per iniziare riprese e montaggio anche se manca un elemento fondamentale ossia il consenso della vedova, Courtney Love, voce delle Hole e per tanti anni e per molti ritenuta, in modi differenti, responsabile della morte del marito. Intanto a marzo uscirà il libro di Bruce Pavitt, il fondatore della Sub Pop Records che “scoprì” i Nirvana, Experiencing Nirvana, in cui narra, sotto forma di diario fotografico, il primo tour europeo del gruppo.

«Rotto l’imene della tua irraggiungibilità sono tornato indietro/ lanciami il tuo cordone ombelicale perché io possa arrampicarmi». (da “Heart shake box”, canzone di “In Utero”, dedicata a Courtney Love).

Gabriella Lax

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A Roma nasce il viale “Alberto Sordi”

imagesUna strada intitolata ed una maratona di eventi lunga un anno per ricordare, a dieci anni dalla sua scomparsa, l’attore che ha segnato profondamente la storia del cinema italiano. Quello tra Alberto Sordi e la sua Roma sarà un filo che potrà riannodarsi e rinnovarsi. L’attore ha incarnato l’essenza della romanità che ha cercato di trasmettere al mondo intero. Tanto ha perdonato ai suoi concittadini, delineando come punti di saggezza persino i difetti tipici del romano medio e borghese.

Sono cominciate il giorno di San Valentino le celebrazioni, con l’apertura della mostra multimediale al Vittoriano “Alberto Sordi e la sua Roma”, ricca di preziosi materiali mai visti prima. Ma non solo. Per rendere immortale questo legame, viale del Museo Borghese, accanto alla “Casa del Cinema”, cambierà nome e si chiamerà “viale Alberto Sordi: Attore (1920 – 2003)”. Ed ancora è stato proiettato“Alberto il Grande”, docufilm, realizzato, in omaggio alla figura dell’Albertone nazionale, da Carlo e Luca Verdone.

E poi un concerto benefico, una messa, gli sketch radiofonici trasmessi nelle stazioni della metro e nella Galleria Sordi, fotogrammi delle pellicole dei suoi film più osannati proiettate sul Colosseo, sono le iniziative promosse da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico insieme alla Fondazione Alberto Sordi e con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura. «È una grande festa per la nostra città e per tutti i romani» precisa il sindaco della capitale Gianni Alemanno, sottolineando che le celebrazioni non si concludono a il giorno del triste anniversario ma proseguono per tutto l’anno.

In particolare, il 21 aprile in occasione della “Notte dei Musei” è in programma una maratona di suoi film. Il 15 giugno, anniversario della nascita di Alberto, si terrà un evento presso la sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma in occasione del quale verrà anche attribuito il “Premio nazionale Alberto Sordi” ad artisti del mondo dello spettacolo che si sono distinti sul piano dell’impegno sociale.