Ho dissacrato la moda


Coordinata, a tema, senza mai uscire fuori dalle righe. Perché le righe non potevano mai stare insieme ai quadrati vichy, né alle fantasie fiorate. Era questo, in sintesi, il concetto di moda che ho avuto in testa per anni. Banale e non prolifico. La curiosità e lo studio mi hanno portata ad una drastica virata nel mio modo di intendere il pensiero relativo a stile e moda.

Per capirci, la sacralità canonica che riservavo all’argomento in precedenza era la stessa della sensazione che, da bambina, provavo entrando in sacrestia. Un posto quasi più sacro dell’altare stesso, dove i passi dovevano essere piccoli e lenti, ogni mossa ed ogni gesto doveva essere coerente e misurato. Persino le mosche in quelle stanze mi sembrava non volessero dare noia. Un luogo fuori dal mondo, in cui rispettare i sacerdoti, guardare la scatola con le ostie conservata nel tavolo in alto e contemplare silenziosamente.

Poi ho visto stilisti impietosi mischiare il camoscio con la seta, il neoprene col pizzo. Ed ho capito.
In una parola, la chiave è OSARE. Essere davvero si irriverenti. Indiscreti, senza mai infrangere, per quanto mi riguarda, le regole del buon gusto. Come Picasso scompone l’armonia delle figure, rendendone contemporaneamente due dimensioni, e divenendo egli stesso un precursore, così ogni novità porta con sé il rischio che, chi fa arte, o crea moda, deve imporsi di accettare.Trash è tutto ciò che è scontato, ciò che non abbatte con violenza la linea della vista, per barricarsi invece dietro outfit e connessioni tessutali, già visti mille volte.

E per concludere, molti anni dopo, ho saltellato anch’io in sacrestia.

Gabriella Lax

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