Archivio | novembre 1, 2012

Lady Ga Ga sposa a Venezia?


A fare i conti con Lady Ga Ga ho dovuto, mio malgrado, imparare. Mio nipote Marco ha ventuno mesi ma, da quando ha coscienza, impazzisce letteralmente per lei. Un fenomeno inspiegabile. L’ho visto paralizzato a guardare il video di “Bad Romance”, che già mi terrorizzava solo dal titolo, per non parlare delle immagini claustrofobicamente sadiche. L’ho visto ballare allegramente al ritmo di “Poker Face” e fregarsene di “Ai se eu te pego”. E adesso la cara Germanotta vuole mollare le scene per sposarsi con bellone di turno? Ma non se ne parla neanche!
Certo le notizie che arrivano allarmano (e non poco) milioni di fan in tutto il mondo. La cantante italoamericana ha abituato tutti ai suoi colpi di testa stellari, ha giocato molto sulla provocazione, facendone, in tutti i sensi, un suo celebrato cavallo di battaglia. Il guaio è che stavolta sembra fare sul serio.
Taylor Kinney, diciamolo sinceramente, è proprio un bel ragazzo: alto moro, con gli occhi azzurri ed il fisico da modello. Lui e Germanotta si sono conosciuti tanti mesi fa sul set del videoclip “You And I”, hit che ha scalato le classifiche musicali di tutto il mondo. E’ stato amore a prima vista: E, da allora, i piccioncini non si sono mai lasciati. Un anno d’amore (celebrato con un altro video ad agosto in cui lei, casualmente, è vestita da sposa?) trascorso senza gossip e senza il minimo segno di crisi, piuttosto, con il desiderio di restare sempre insieme.
E dunque Lady Ga Ga, innamorata e felice, sarebbe pronta a buttare il successo, la passione per la musica alle ortiche pur di coronare il suo sogno d’amore, sposare Kinney e diventare una lady dei fornelli e dei pannolini. E la location per il matrimonio sarebbe addirittura la romantica ed incantata Venezia.
Come quando entro in concerto vestita solamente da fettine di carne, shoccando letteralmente i presenti, la mia speranza è che la notizia dell’abbandono delle scene, della musica e dei suoi fan sia solo l’ultima, e magistralmente studiata, provocazione. Altrimenti poi, Marco chi lo sente…

Gabriella Lax

“Sono nata il 21 a primavera”


Voglio morire, voglio morire” dicevi. Quando aspettavo con tutta l’anima di poterti conoscere, in quel giardino d’estate, tu desti questa risposta. Dunque “La signora Alda Merini è indisposta, non potrà venire”. Ho ingoiato l’amaro e ho pensato a te. Con la sigaretta accesa e dimenticata da qualche parte in quella casa di Milano sui Navigli. A te, che non volevi viaggiare a comando, salutare per forza, vaneggiare finti sorrisi per promuovere il libro, “La pazza della porta accanto”, uscito qualche settimana prima.

Ero triste ma, nello stesso tempo, riuscivo a capire. Impregnata dalle parole, delle tue poesie. Perché per me, dolce Alda, eri stata una rivelazione. Il tuo modo di andare fuori dai gangheri, gli accostamenti delle tue sillabe, il tuo modo sacro di profanare le poesie canoniche mi aveva totalmente catturata. Non mi sentivo più sola. Attraversavo la commozione ad ogni riga.
Poi, finalmente, il giorno dell’incontro è arrivato. Non mi ricordo cosa hai scritto su quel libro, solo il mio nome, quel nome che hai chiesto quando, per una volta, l’unica forse, ho avuto la consapevolezza che mi trovavo davanti ad un pezzo di storia. Troppo timida per parlare, sapendo che, qualunque cosa avessi detto sarebbe stata aria vana. Ammirazione e rispetto dissacrato avevo nel cuore.

Sono arrivata poco tempo fa sui Navigli. L’umido della sera pizzicava di nostalgia. Sopra la mia testa, da qualche parte, c’era ancora una casa, con i muri imbrattati dai numeri di telefono scritti col rossetto rosso, per tenerli in vista, tra i mozziconi fuori e dentro i posacenere. Tra le carte impastate di te, Alda. Gettate e calpestate, detestate e riesumate. Ora moribondi testimoni.
Ho pensato che era troppo tardi per ricercarti, tuttavia ti ho cercata, ombra che mi spia dal chiuso di una finestra abbandonata. Ho percepito per qualche istante il tuo odore profano. E questo mi è bastato. O me lo sono fatto bastare?

Gabriella Lax

Sono nata il ventuno a primavera/ma non sapevo che nascere folle,/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta./Così Proserpina lieve/vede piovere sulle erbe,/sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera./Forse è la sua preghiera“.