Archivio | novembre 2012

Il sound newyorkese di Kesang

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Nel suo sound c’è tutta la nostalgia dell’autunno newyorkese, il fiume e le auto gialle dell’infanzia a Woodstook. Kesang Marstrand confessa di non sentirsi un’americana ma, in realtà, la sua musica porta dentro il bagaglio storico e culturale della nazione a stelle e strisce. La cantautrice, nata a Woodstock, da madre danese e padre tibetano, ha animato il sabato notte del “Cave” di Reggio Calabria. Conquistata dal clima (e dall’irresistibile bontà del gelato e dei cannoli nds) della città dello Stretto. «Mi fa ricordare quando ero bambina, le grandi colline che sprofondano nella visione del mare, è un posto profondo questo, un posto in cui creare qualcosa».

La sua musica è un misto di culture che, in maniera differente hanno influenzato il suo percorso. Adesso vive in Tunisia «Non c’è un posto in cui io mi senta casa al cento per cento, né in America, né in Danimarca,né sulle montagne del Tibet. E’ il viaggio che mi porta a casa, il senso della casa si trasforma nel mio viaggiare». Ed i momenti dell’ispirazione «Sono tanti, in tanti gesti, in tante azioni, in tutto ciò che si muove attorno, ma la voce vera, l’attimo in cui posso iniziare a scrivere e creare arriva nel momento in cui si fa silenzio».

Lontano dalla sofisticate dive patinate o violentemente impositive e rock, Kesang Marstrand ha bisogno solo della sua chitarra. Per il resto porta con sé la grande capacità di comunicare, e lo fa per più di un’ora, con piccole pause tra un brano e l’altro, per condividere le sensazioni che l’hanno guidata nelle composizioni. Accanto a lei, nascosto dalla cassa dell’amplificatore, il marito, discreto custode la segue, la guarda, la fotografa e la incoraggia. Tre dischi alle spalle, apre la serata con “Feel love” e sembra di trovarsi davanti la dolcezza descrittiva di Edie Brickell. Di Woodstock certamente la Marstrand ha nel dna quello spirito di leggerezza e l’alone di libertà che è rimasto nelle strade e nell’aria dagli anni Sessanta e che emerge tutto in “Fragmets”.

E poi i racconti di New York in “Bodega roses”, che dà il titolo al suo primo disco, dei piccoli locali che hanno ospitato cantanti come Bob Dylan prima di cambiare nome. Si sofferma e descrive l’attimo in cui dall’oblio del sonno si passa alla consapevolezza di essere svegli, culla il pubblico con le lullaby, raccolte nel suo secondo disco. Malinconia docile, sempre positiva, mai votata al lamento, una coinvolgente dolcezza che invade e conquista dalla prima nota, melodiosa ed armonica, sirena in jeans e maglioncino, Saluta con la versione acustica di una delle poche cover nel suo repertorio, “Say say say” di Paul McCartney e Michael Jackson. Una preghiera: se la città del vento le avesse già ispirato una canzone, vorremmo essere i primi ad ascoltarla…

Ho dissacrato la moda


Coordinata, a tema, senza mai uscire fuori dalle righe. Perché le righe non potevano mai stare insieme ai quadrati vichy, né alle fantasie fiorate. Era questo, in sintesi, il concetto di moda che ho avuto in testa per anni. Banale e non prolifico. La curiosità e lo studio mi hanno portata ad una drastica virata nel mio modo di intendere il pensiero relativo a stile e moda.

Per capirci, la sacralità canonica che riservavo all’argomento in precedenza era la stessa della sensazione che, da bambina, provavo entrando in sacrestia. Un posto quasi più sacro dell’altare stesso, dove i passi dovevano essere piccoli e lenti, ogni mossa ed ogni gesto doveva essere coerente e misurato. Persino le mosche in quelle stanze mi sembrava non volessero dare noia. Un luogo fuori dal mondo, in cui rispettare i sacerdoti, guardare la scatola con le ostie conservata nel tavolo in alto e contemplare silenziosamente.

Poi ho visto stilisti impietosi mischiare il camoscio con la seta, il neoprene col pizzo. Ed ho capito.
In una parola, la chiave è OSARE. Essere davvero si irriverenti. Indiscreti, senza mai infrangere, per quanto mi riguarda, le regole del buon gusto. Come Picasso scompone l’armonia delle figure, rendendone contemporaneamente due dimensioni, e divenendo egli stesso un precursore, così ogni novità porta con sé il rischio che, chi fa arte, o crea moda, deve imporsi di accettare.Trash è tutto ciò che è scontato, ciò che non abbatte con violenza la linea della vista, per barricarsi invece dietro outfit e connessioni tessutali, già visti mille volte.

E per concludere, molti anni dopo, ho saltellato anch’io in sacrestia.

Gabriella Lax

Paris Hilton scatena l’ira di Allah


La sua fama di cattiva ragazza è arrivata in tutto il mondo. Soprattutto dal 2003, anno in cui Paris Hilton, più che per le sue ricchezza ed i suoi capricci, è diventata famosa per la sua avvenenza (a cervello zero), immortalata in un celebre video hard dove appare praticamente senza veli Adoro la parodia che ne ha fatto, qualche tempo fa Pink, nel video di “Stupid Girl” (vi consiglio di guardarlo!), nel momento in cui la ritrae al volante, impegnata a truccarsi guardando lo specchietto (di cui un altro uso bisognerebbe fare) mentre l’auto coupèe corre veloce.

La ragazza super viziata, s lanciata nel mondo degli affari, ha twittato qualche giorno fa la notizia dell’imminente apertura della sua quinta boutique in terra Saudita, col risultato di ricevere una marea d’insulti e dissensi proprio sui social network tanto cari all’ereditiera ed ha scatenato l’ira di tanti musulmani. Il perché è presto spiegato: famosa per i suoi eccessi (si sussurra che per uso di droghe abbia anche trascorso più di una notte in prigione) la Hilton non rappresenta certo l’esempio casto da seguire per la donna araba.

Ed è stato ritenuto molto grave il fatto che l’ereditiera senza scrupoli abbia deciso di aprire un negozio proprio a (La) Mecca, cuore del credo musulmano, città sacra per eccellenza. Pensate che proprio uno dei cinque pilastri sacri del Corano è andare a (La) Mecca in pellegrinaggio. La sensazione generata è che il gesto della biondissima vip sia un affronto a più di un milione di musulmani. La voglia di conquistare il mercato orientale evidentemente non si è esaurita con le quattro rivendite sparse nella Penisola Arabica.

«E’ un marchio globale che si trova ovunque sia in Paesi arabi che in Europa» sembrerebbe sia stata la motivazione addotta a discolpa da chi ospiterà la rivendita. La Hilton invece, placida, non si scompone. Brinda su Twitter all’apertura dello store, si definisce ormai una donna d’affari e rimarca il sorridente presente ed il roseo futuro nel campo del business.

Gabriella Lax

A Parigi il “Museo dei cuori infranti”


Il cuore fa “crac”. E una storia d’amore finisce. Così, gli oggetti e i doni, che prima erano originari figli dell’amore, diventano poi fonte di malinconia a tristezza. A qualcuno è venuto in mente di mettere insieme tutti gli oggetti degli amori finiti e di farli rivivere, con i pensieri e le forme di sentimento che si sono portati dietro, in un museo itinerante. “Il non luogo” per i cuori infranti dal 19 dicembre al 20 gennaio sarà a Parigi, capitale per eccellenza del romanticismo. Il “Museo dei cuori infranti” (Muzej prekinutih veza) è nato in Croazia, si tratta di un progetto artistico in movimento che, negli ultimi anni, è stato ospitato con enorme successo in diciannove stati d’America, Europa e Asia.

Tutti i protagonisti delle storie d’amore ormai terminate possono partecipare all’iniziativa con i propri souvenir di amori perduti. Serve solamente iscriversi in rete e inviare, o portare direttamente al museo, quello che resta di una storia (terminata tristemente) entro fine novembre. L’oggetto in questione dovrà essere accompagnato da un breve testo che racconti la storia d’amore, pur nel rispetto assoluto dell’anonimato dei due innamorati.
L’innovativa iniziativa è stata organizzata nell’ambito del “Festival della Croazia” in Francia ed è nata da un’esperienza realmente vissuta dagli ideatori del museo, Olinka Vistica e Drazen Grubisic, che, quando è finita la loro storia d’amore, non sapendo cosa fare degli oggetti acquistati insieme da innamorati, hanno deciso di raccoglierli in un museo a Zagabria. Da allora una parte della collezione permanente degli ex amanti viaggia in tutto il mondo con oggetti sempre nuovi.

E chissà invece se Parigi, eroina degli amori romantici, non possa portare fortuna a qualcuno dei malinconici visitatori del museo? Chissà se, tra un pelouche ed un capo di biancheria intima dismesso, non possano nascere nuovi amori
Una cosa è certa: c’è chi (dice) potrebbe riempire il museo di oggetti visto ciò che gli è accaduto a livello sentimentale.

Gabriella Lax

Faletti: «La musica collante dell’anima»


Tutti mi dicon che son matto, matto, matto, matto, ma non è mica vero!”. Giorgio Faletti, dopo aver lavorato al Derby di Milano, negli anni Ottanta sbarcava col carrozzone del “Drive In” nella televisione nazionale. Lo “scemo del villaggio” prima, il personaggio di “Vito Catozzo” (vi ricordate? …“Porco il mondo cano che c’ho sotto i piedi!”) poi, sempre nel riuscitissimo contenitore serale della domenica.Ma la vera essenziale vocazione per lui è la musica. E lo rivela la canzone che porta al Festival di Sanremo “Signor tenente” (il cui intercalare “minchia” non risulterà volgare ma, piuttosto, indimenticabile), scritta nel parcheggio di un autogrill. E ancora la musica che torna in canzoni che scrive per artisti quali Mina, Milva, Marco Masini, Angelo Branduardi. E la trasformazione è in corso. Del vecchio comico, cabarettista rimane poco. Con “Io uccido”, scopriamo un Faletti (premiato dalla critica e dal pubblico) scrittore di thriller mozzafiato, dalla trama imprevedibile e sofisticata. Personalmente lo adoro. Il suo penultimo libro “Appunti di un venditore di donne” l’ho apprezzato particolarmente.

E non hanno base fondata le leggende metropolitane che lo vorrebbero con alle spalle un reale autore (fantasma della sue opere) come si potrebbe evincere dall’utilizzo di alcune espressioni che risulterebbero modi di dire in italiano sconosciuti, ma ben presenti nel linguaggio americano. E, come se non bastasse l’essere un creatore di best seller, adesso Giorgio Faletti, artista, pittore, torna al suo vecchio amore: la musica, con un cofanetto dal titolo “Da quando ad ora” che contiene due cd e una sua autobiografia, pubblicato da “Einaudi stile Libero”.

Nella prima delle due sezioni, “Quando”, Faletti si misura coi ricordi dell’infanzia e con divertenti aneddoti familiari. Dalle raccomandazioni della nonna alla concezione della prima canzone, arrivando fino alla stesura dei suoi libri di successo. In “Ora”, col capitolo sintomatico “Sott’acqua”, ripercorre i giorni dell’ictus («Essermi ripreso da un ictus mi ha insegnato che non bisogna rimandare mai nulla») ed infine Faletti porta per mano il lettore nella descrizione dei testi delle canzoni dei cd, dodici inediti, ed otto canzoni riarrangiate.

Gabriella Lax

Kate Moss ed il segreto del tatuaggio


Non è da tutti andare in giro con un’opera d’arte incorporata. Può succedere dunque che una top model di fama mondiale, già celebre, oltre che per la sua bellezza, per i suoi capricci ed i suoi colpi di testa, si ritrovi addosso un tatuaggio che vale milioni di dollari. E non era certamente passato inosservato il tatuaggio che la modella Kate Moss ha sopra al suo sedere.
Oggi si scopre che le due rondini che le incorniciano la parte lombare della schiena sono state disegnate da Lucien Freud, nipote di Sigmund, e deceduto lo scorso anno ad 88 anni.

Per intenderci, Freud è stato uno dei più quotati pittori del Novecento, specializzato nei ritratti, amato dai collezionisti e molto apprezzato sul mercato. Il suo quadro “Benefits Supervisor Sleeping”, nel maggio del 2008 era stato comprato da Christie’s per circa 34 milioni di dollari. La rivelazione sul tatuaggio è stata fatta dalla Moss ad una famosa rivista. Tutto comincia nel 2002, quando cioè la modella inglese, incinta della figlia Lila, decide di posare per il pittore. Un’amicizia, quella tra i due, nata sull’onda dell’ammirazione che la Moss aveva sempre dichiarato nei confronti dell’artista.

Dopo una cena, Freud le aveva raccontato di quando, giovanissimo, durante la Seconda Guerra Mondiale, imbarcato nella marina mercantile, aveva imparato a fare tatuaggi. Irresistibilmente attratta la Moss gli aveva chiesto di farne uno anche per lei. Ed era stato proprio Freud a suggerirle di ispirarsi per il disegno scelto al mondo animale. Ragion per cui la top model ha la consapevolezza, oggi, di indossare un’opera d’arte che vale milioni.

E, facendo due conti, considerato che il quadro di Freud che ritrae nuda la Moss è stato venduto all’asta per 3 milioni 900mila sterline (dunque circa 4 milioni 900mila euro), chissà quanto potrebbe valere il disegno tatuato sulla sua pelle…E la modella, tra il serio ed il faceto, spiega «Si tratta di un Freud originale. Mi chiedo quanto pagherebbe per questo un collezionista? Qualche milione? Se tutto mi andasse molto male potrei sempre fare un espianto di pelle e venderlo. Probabilmente è l’unico disegno su pelle realizzato da Lucian ancora in giro».

Gabriella Lax

Addio JR, cattivo di Dallas

Hagman e Barbara Eden in “Strega per amore”

Di “Dallas” e del suo cattivissimo protagonista, “JR Ewing” avevo scritto appena qualche tempo fa, in occasione del ritorno sugli schermi italiani della serie americana che aveva ripetuto l’audience da urlo registrato trent’anni fa. Ora che Larry Hagman, “JR” se n’è andato per sempre, portato via da un brutto male, a me piace ricordarlo nei panni del maggiore Anthony Nelson, il sorridente protagonista di “Strega per amore”.
Un titolo sbagliato, considerato che il ruolo di Barbara Eden era quello del bellissimo genio in gonnella, tirato fuori dalla sua lampada e capitato per caso in America e non di una strega, un titolo rincorso per seguire l’onda dell’altro celebre telefilm “Vita da strega”. “Strega per amore”, era una divertente serie girata alla fine degli anni Sessanta, arrivata in Italia negli anni Ottanta. Giusto in tempo dunque per farmi compagnia nelle mattine in cui a scuola non potevo andare o durante le lunghe vacanze di Natale o ancora in estate. Le avventure del genio Jeannie che, nella speranza di conquistare il suo “Tony” ne combinava, grazie alla magie, di cotte e di crude, mi divertivano moltissimo.
Addio dunque a Larry Hagman, conosciuto soprattutto per il suo ruolo dello spietato petroliere JR a cui già, alla fine degli anni Novanta, erano stati diagnosticati il cancro al fegato e la cirrosi epatica, dopo un lungo periodo di problemi con l’alcol. Nonostante tutto era sopravvissuto. Nella memoria collettiva resterà la sua immagine con il cappello da cowboy e gli stivali, proprio da “Cattivo che il pubblico amava odiare” nella storia della ricchissima famiglia texana. «Non riesco a ricordarmi con quante persone sono andato a letto, ho accoltellato alle spalle o ho spinto al suicidio» raccontava Hagman del suo personaggio e così se ne va con un record: quello di avere tenuto incollati 350 milioni di spettatori, il 30 novembre del 1980, tutti intenti a capire chi potesse aver sparato a JR…

Gabriella Lax