Archivio | ottobre 2012

La vita… Comincia a 40 anni!


Le sorprendi a correre in strada e, dai pantaloni a vita bassa, salta fuori l’ombelico perché il top è troppo corto. Altre ostentano, tra una busta della spesa ed una seduta dal parrucchiere, maxi shirt con personaggi della Walt Disney che farebbero invidia ai bambini.
Sono questi solo alcuni dei chiari sintomi di una sorta di “sindrome di Peter Pan” tutta al femminile, le cui vittime sono donne che, entrate negli “anta”, stentano a vedersi sotto un’ottica differente, per lo meno in quanto al look. Col rischio di diventare in alcuni casi imbarazzanti.

Una fase di non accettazione che le spinge a vestirsi e ad atteggiarsi in maniera tale da, nelle intenzioni, tende a nascondere il tempo che passa e che, invece si risolve, inevitabilmente, in un peggioramento della situazione. E vogliamo discutere di quelle che si aggirano “fameliche”, conciate come groupie in minigonne, canotte sbracciate o peggio felpa e scarpe da tennis o pantaloni oversize da rapper metropolitano. Ammettere a se stesse di non essere più giovani come una volta è difficile certo. Ci si consola pensando “Tanto sono giovane dentro”.

Nonostante si possa essere scattanti, in forma e belle, arriivate ai quaranta, bisogna avere chiaro  il concetto, in primis, che lo stile da “perenne ragazzina” va abbandonato.
In secondo luogo, come insegnano i guru dello stile, si può essere affascinanti anche dopo i quarant’anni senza necessariamente sfoderare l’artiglieria d’assalto e dunque mettere in mostra ombelico, pettorali (più o meno allenati) e cosce.

Oltre che di un naturale savoir faire, l’eleganza è frutto di adeguate scelte nel campo dell’abbigliamento. Le rughette della pelle, anche se quasi invisibili, collocate nell’incavo del braccio andrebbero celate dietro la manica. Al posto della borsa, accessorio certo indispensabile, niente tracolle enormi porta casa e porta tutto; niente magliette con slogan modello “gioventù bruciata”. E soprattutto niente codini e niente treccioline, se avete superato i sei anni di età.

La regola generale è evitare gli eccessi. La scelta per comodità è di puntare sulla preziosità dei tessuti, sulla bellezza dei capi e sulla purezza dei tagli, mantenendo un look sobrio dunque semplice. Al mattino davanti allo specchio, quando la fretta fa da padrona, per essere certe di indossare qualcosa di azzeccato ad ogni occasione puntate sul vestito, capo base dell’abbigliamento che, evitando il necessario abbinamento di colori tra sopra e sotto, fa risparmiare tanto prezioso tempo. Il colore base ovviamente è il nero da ravvivare, a seconda del caso, con accessori vivaci. Al secondo posto nelle scelte c’è il tailleur, gonna o pantaloni, è il taglio giusto lo trasforma nella risposta ad ogni esigenza.

Gabriella Lax

Zucchero, principe a L’Avana


Non a caso ha deciso di ripartire da “Guantanamera”, un’antica canzone della tradizione cubana che risale al diciannovesimo secolo. Zucchero Fornaciari, da vero “hombre sincero” ha iniziato la scalata della classifica qualche giorno fa, col primo singolo “Guantanamera” appunto, assaggino ed essenza del nuovo disco in arrivo il 20 novembre prossimo, dal titolo emblematico “La Sesion cubana”. Spasmodica e continua ricerca di un sound internazionale che raccolga singulti e virgulti da tutto il mondo.

Il musicista eclettico emiliano che ci ha abituati al “Funky (Gallo)”, alle mille sfumature del Blues e alle melodie Gospel, adesso porta i suoi milioni di fan a Cuba, discussa isola del desiderio, con un album interamente registrato a L’Avana, col contributo dei più grandi musicisti del posto.
Nell’isola Zucchero ha vissuto per un bel po’ lavorando al nuovo prodotto, ha inciso negli studios della città con al fianco il superproduttore (di Rolling Stones, Bob Dylan, BB King e Joe Cocker) Don Was; col mixaggio di Michael Brauer, ingegnere del suono pluripremiato con i Grammy. Tredici brani, nei quali figurano sette canzoni inedite insieme a sei brani di successo: ritmate canzoni riarrangiate totalmente quali: “Baila”, “Un Kilo”, “Così celeste”, “Cuba Libre”, “Indaco dagli occhi del cielo” e “L’urlo”.

E ancora due duetti con Bebe (la cantante di “Malo”), “Nena” e “Pana”; “Love is all around” un altro classico “Sabor a mí”, la cover “Never is a moment” del cantautore americano Jimmy LaFave; infine c’è posto ancora per un altro duetto con il brasiliano Djavan,
Del disco usciranno ben tre differenti versioni: quella italiana, la versione spagnola (per il mercato spagnolo e latino-americano) e la versione internazionale (per tutto il resto del mondo).

Bon ton a tavola con Barbara Ronchi Della Rocca


Vi confesso che l’ho scannerizzata da testa a piedi prima di stare ad ascoltarla. Perché ad una guru del galateo come lei non è concesso di avere nemmeno una ciocca di capelli fuori posto. In camicia chiara e pantalone mauve, con un girocollo a forma di libellula Barbara Ronchi Della Rocca ha superato a pieni voti il mio esame. Era credibile e potevo stare ad ascoltarla. Ho diviso la tavola con lei per circa un’ora per una lezione di bon ton “culinario” e devo dire che sono tornata a casa soddisfatta. Certamente non avrò più dubbi su come va apparecchiata la tavola, soprattutto quella per le occasioni molto speciali.

Qualche piccolo ma essenziale comandamento posso dividerlo con voi. Potete starne certi: il tovagliolo va sulla sinistra del piatto, insieme alle forchette, nell’ordine delle portate in cui si utilizzano, dall’esterno verso l’interno. E per memorizzare il tutto riportate alla mente la scena di “Pretty Woman”. Alla destra del piatto andranno i coltelli e, se utilizzato per le pietanze che dovrete servire, il cucchiaio.

La frutta, secondo la signora Della Rocca, non è indispensabile a tavola. Piuttosto quello che, se si invitano degli ospiti, non deve mai mancare è il dolce e quando parliamo di dolce non si tratta certamente di crostate o torte. Quelle vanno riservate al momento della colazione o del tè.
Capitolo bicchieri: quello dell’acqua va a destra, proprio sopra alla punta del coltello e sarà una stoviglia che resterà per tutta la durata del pasto. Accanto, in ordine, il bicchiere del vino rosso e quello del bianco. Il bicchiere flut andrà davanti agli altri bicchieri, quindi più vicino al commensale, perché servirà solo per un assaggino ad inizio pasto.

La lezione è andata avanti per circa un’ora ma vi assicuro che sono uscita da li come una donna diversa con qualche certezza in più. A dimostrazione del fatto che, come professa la signora Ronchi Della Rocca, che non è nobile di sangue blu, ma principessa di buone maniere certamente, leggere libri di Galateo dei secoli passati serve perché “la storia non si fa solamente sui campi di battaglia, ma anche e soprattutto a tavola, in salotto, in cucina e in camera da letto…”.

Gabriella Lax

Chirico, magma artistico calabrese


Il suo lavoro è frutto di “quell’energia, quel magma che mi spingeva”. E la frase che più mi ha colpito di Natino Chirico. Quella vis artistica che si è palesata nella città d’origine è riuscita a venir fuori completamente solo lontano. Incontriamo il pittore nato e cresciuto, fino a 18 anni a Reggio Calabria, entra nella sua casa di Roma e viene accolto dal suo cane Rocco, “il pastore calabrese, razza aspro montana”. Così l’artista ama definire il suo meticcio. Chirico ha trovato una sua dimensione artistica, diversificata nel tempo, mai immutata, ma che, soprattutto, non rinnega le origini calabresi.
Ricordi il primo disegno che hai fatto?
«Ho in mente un episodio molto significativo. Avevo tredici o quattordici anni e, mentre copiavo un piatto su di un cartone sistemato in una sedia di formica rossa, arrivò un’amica di mia madre (i miei genitori si erano separati da poco e lei sarebbe stata, in seguito, la mia testimone di nozze) ed esclamò: “Natino, che bello! Ma tu sei bravissimo”. Fu un primo momento di coscienza. Qualcuno mi aveva detto che ero bravo. E in quel momento ebbi la percezione che avevo l’arte dentro di me e che forse nella vita mi sarei potuto dedicare a quello».
Dopo gli studi a Reggio Calabria perché sei andato proprio a Milano?
«Era legato al fatto che seguivo un pittore, Carlo Filosa. Avere un titolo di studio che mi consentiva d’insegnare “figura disegnata” e, per un certo periodo, ci riuscii a Milano, ma non faceva per me. Erano gli anni Settanta, ai ragazzi non interessava imparare, avevano a cuore problematiche sociali. Così mi trasferii a Roma, a casa di una mia amica, dove invece poi conobbi la donna che sarebbe diventata mia moglie e terminai li gli studi».
Com’è cambiato nel tempo il tuo modo di fare arte?
«Da giovane ero più legato ad un cultura locale, più provinciale per intenderci, in una accezione positiva del termine. La cultura napoletana ha dato molto a quella reggina, dal punto di vista artistico, è riuscita ad accrescere l’esistente. Ho avuto la fortuna di avere insegnati campani, primo fra tutti Ugo D’Ambrosi, mio maestro, persona che stimo immensamente, che mi hanno portato ad un’apertura culturale a nuove tecniche di sperimentazione. Ho imparato a chiudere la figura. Dopo un breve innamoramento beconiano, per la pittura inglese, sono rimasto essenzialmente figurativo. Nel tratto ho una ricerca iperrealistica, cerco di scovarne l’essenza».
Il fulcro della tua arte dunque?
«Oggetti figurativi in una pittura informale, questa è la chiave di lettura che preferisco, è una pittura che non so come definire se non “mia”. Ho affinato nel tempo il modo di lavorare con una ricerca sui mezzi oltre che sui contenuti. Utilizzo oro, argento, rame e metacrilato, materiali che accrescono l’esperienza pittorica. Nuovi modi di raccontare l’arte».
E di questa ultima mostra a Salò?
«E’ una cittadina meravigliosa, situata sul lago di Garda. Avevo pensato ad un’esposizione qualche anno fa, nel museo civico che poi però non ristrutturarono ed il progetto non si concretizzò. Adesso invece posso presentare questa mostra, una retrospettiva con lavori recenti di circa centodieci lavori. Quindi ci sono opere di quando ero giovincello (ride nds), opere su tela, ma anche moderne su metacrilato, sagome, combinazioni di vario genere, opere particolari realizzate sugli specchi. E poi una sorta di pittura tridimensionale, visibile da ogni prospettiva, su più lati. Penso di aver dato il massimo e le poche persone che hanno visto, sinora, la simulazione, sono rimaste entusiaste, per questo, modestamente, penso che piacerà».
Nella Reggio di tanti anni fa c’erano altri personaggi che poi sono diventati famosi?
«Ero molto amico di Gianni Versace, abbiamo avuto uno scambio culturale prima che diventasse lo stilista famoso in tutto il mondo. Ero amico di Gianni, fregandomene del fatto che in quella Reggio “chiusa” l’omosessualità era vista come un tabù, fregandomene delle chiacchiere delle persone. Lui aveva delle intuizioni, questo lo ricordo bene, era un’anima sana, sognava di diventare qualcuno».

Gabriella Lax

Live del “Mascalzuncello napoletano”


E’ pronto a tornare nella sua città natale il “mascalzuncello napoletano”. Dopo quattro anni dall’ultima esibizione storica, in piazza del Plebiscito, per celebrare i suoi trent’anni di carriera, Pino Daniele torna a suonare coi compagni di viaggio napoletani con cui ha iniziato il percorso che lo ha portato, con successo, ad attraversare il panorama musicale italiano.

E, a questo proposito, mi vengono in soccorso i miei ricordi di bambina. Le grandi buste a sorpresa saranno capitate tra le mani anche a voi. Quelle che dentro avevano una marea di oggettini inutili: soldatini, braccialetti di plastica, figurine. La busta unisex che mi capitò una volta non potrò mai dimenticarla perché dentro trovai proprio un poster di Pino Daniele, capellone da fare un baffo a Lucio Battisti, insieme al biondissimo Toni Esposito ed all’immancabile Tullio De Piscopo. Sapete perché lo ricordo? Fu per me, bambina, un momento (indelebile) di grande delusione. Che cosa avrei potuto farci con un poster di “bruttoni grandi?”. Non vi nascondo che, all’epoca, fu questo il mio pensiero. Guarda poi i casi della vita invece: “Andamento lento” di De Piscopo diviene il tormentone dei pomeriggi in bicicletta, “Kalimba de luna” di Esposito, il sottofondo dei balli scatenati sulla spiaggia e “Quando quando”, di Pino Daniele la colonna sonora di uno dei tanti amori adolescenziali.
Tornando alla musica “Tutta ‘nata storia – Live in Napoli”, così si chiamerà la coppia di concerti evento, è in programma a chiudere il 2012, il 28 e 29 dicembre al teatro Palapartenope. E Pino Daniele sarà circondato dai grandi artisti napoletani (di cui sopra), con cui ha lavorato da giovanissimo ossia: Enzo Avitabile, Enzo Gragnaniello e la storica band di “Vai Mò”, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, Joe Amoruso e Rino Zurzolo ed insieme a lui, sul palco, la band nuova di zecca con Michael Baker (batteria), Gianluca Podio (piano), Elisabetta Serio (tastiere) e lo stesso Zurzolo (basso e contrabbasso). L’ha battezzato “un regalo per la mia città” Pino Daniele. Certamente un evento che nessun amante del blues napoletano e mediterraneo vorrà perdersi, davvero una sorta di brand esportato, con successo, in tutto il mondo.

Gabriella Lax

Moda, dal vangelo secondo Carla Gozzi


L’avevamo conosciuta in “Ma come ti vesti”. Ma, diciamoci la verità, in quel reality la sua figura passava in secondo piano, adombrata dall’estro scenico (più che creativo) del suo partner Enzo Miccio, pronto a correggere gli errori fatali nel look delle creature più disparate.
Da qualche tempo però, Carla Gozzi, stylist ed esperta d’immagine (che nella sua carriera è stata assistente di stilisti del calibro di Thierry Mugler, Christian Lacroix, Calvin Klein, Mila Schön, Gabriele Colangelo, Yohji Yamamoto ed Ermanno Scervino), ha uno spazio tutto suo su Real Time con “Guardaroba perfetto”. Trasmissione così riuscita, nella quale la Gozzi rivoluziona armadi e personalità delle donne italiane che, dalla serie tv è stato tratto l’omonimo libro.
E io, da perfetta vittima del business, non potevo non acquistarlo immediatamente. E, con cognizione di causa, posso commentare senza paura “lodi, lodi e ancora lodi” a Carla. Indipendentemente dal vostro grado di soggezione alla moda il libro è come il guardaroba che professa la Gozzi: perfettamente organizzato, splendidamente “disegnato” e, soprattutto, svolge due fondamentali funzioni: in primis, insegnare a mettere ordine nell’armadio che, in alcuni casi, è un concetto quasi utopistico ma fondamentale per evitare sprechi di tempo (soprattutto al mattino quando davanti allo specchio, tutti i giorni, per tutto l’anno, ci domandiamo “che mi metto?”).
In secondo luogo, perfettamente in linea con i tempi di magra che corrono, gli importanti comandamenti consentono di muoversi e di vestirsi con i capi e gli accessori che abbiamo già a disposizione nel guardaroba (benché fuoriposto), trovando per tutti o quasi, gli abbinamenti ultra rapidi e naturalmente “stilosissimi”. Dunque rinnovamento a costo zero.
Nel testo, sintetico e di facile lettura, Carla Gozzi procede per gradi: primi identifica e separa i capi d’abbigliamento, di seguito li suddivide a seconda delle “occasioni d’uso”, dunque i momenti che scandiscono la giornata (ad esempio: lavoro, tempo libero) ed infine crea i suoi outfit adatti a ciascuna di queste occasioni.
A noi miseri mortali, che non abbiamo la magica macchina da cucire di Enza, muta, preparatissima e fedele assistente di Carla Gozzi nei suoi viaggi “catechizzanti” le fashion victim in tutta Italia, non resta che gettare nei contenitori degli abiti usati tutti quei vestiti che, lontani dall’essere riadattati come vintage, siamo sicuri che non metteremo mai più.

Gabriella Lax

Rolling Stones in tour anche nel 2013?


Sono passate poche ore dall’annuncio dei Rolling Stones delle imminenti date del tour 2012, dal titolo «50 and counting» (50 e non è finita) ed i fan presi inizialmente dalla gioia, sprofondano nella disperazione. Il tour comprende quattro date a suggellare i cinquant’anni di attività della band che ha rivoluzionato il modo di fare rock and roll, a partire dal lontano inizio, il 12 luglio del 1962, nel fumoso al Marquee Club, un locale londinese in Oxford Street.
Sono solo quattro le date previste: il 25 e 29 novembre alla London’s O2 Arena e il 13 e 15 dicembre al Prudential Center di Newark, in New Jersey, fuori New York.
In un repentino moto di esaltazione, gran parte dei fan si è catapultata on line per bloccare il biglietto e, a questo punto, è subentrata la disperazione. A quanto pare valgono oro i ticket, hanno prezzi da capogiro. Le prevendite ufficiali partono da costi che si aggirano dai 130 ai 500 euro, ma i primi furbetti li stanno già rivendendo in rete a 3000 euro, senza pensare che il conto deve comprendere anche viaggio e soggiorno per chi si dovrà recare all’estero.
Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ronnie Wood tornano quindi ancora una volta insieme e si preparano al tour con la pubblicazione dell’ultimo lavoro, il prossimo 13 novembre, un greatest hits, registrato a Parigi, dal titolo «Grrr!» che mette insieme i loro più grandi successi con l’aggiunta dei due inediti “Doom And Boom” e “One Last Shot”.
Certo i fan più fedeli non troveranno ostacoli a celebrare ugualmente i loro amori musicali. Una cosa è certa: dopo oltre mezzo secolo d’attività, dopo le provocazioni d’ogni genere, c’è il serio rischio di non rivedere più la formazione dei quattro vecchietti tremendi strimpellare e saltare in palcoscenico. Conviene affrettarsi, ma niente paura.

Per chi trova improponibili questi prezzi c’è un barlume di speranza che possano esserci grosse novità. Che il tour possa cioè proseguire con altre date anche nel 2013 perché come fanno notare gli affezionati, in realtà, i Rolling Stones veri, quelli pronti alla cavalcata verso il successo, vennero fuori solo nel 1963 quando cioè Charlie Watts entrò ufficialmente nel gruppo sostituendo il batterista Tony Chapman.

Gabriella Lax